domenica, Settembre 19

Il Mali oggi field_506ffb1d3dbe2

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Nonostante i tentativi internazionali di stabilizzare la situazione, il Mali è ancora sotto attacco. Sabato scorso, un portavoce della missione di stabilizzazione delle Nazioni Unite in Mali, la MINUSMA, ha reso noto che tre soldati ONU sono rimasti feriti nei pressi di Aguelhok, villaggio non distante dalla città di Tessalit, nella regione di Kidal. Un gruppo di ribelli tuareg avrebbero lanciato un razzo all’indirizzo dei militari, impegnati in una missione di pattuglia nella zona. I tre peacekeepers di origine ciadiana sono attualmente in cura nella città di Gao.

L’8 gennaio scorso, il Presidente francese Francois Hollande aveva reso noto che a metà del prossimo mese il numero di militari francesi in Mali diminuirà da 2500 a 1600. «La situazione è sotto controllo» aveva affermato il Presidente, sostenendo inoltre che «gli obiettivi chiave della missione sono già stati portati a compimento» e che nell’arco del 2014 il numero dei militari francesi impiegati in Mali calerà ulteriormente da 1.600 a 1.000. «E’ il numero necessario per lottare qualsiasi minaccia che potrebbe ripresentarsi di fronte alla presenza di gruppi terroristi nel Nord del Mali».

Lo scorso 11 gennaio è trascorso un anno dall’inizio dell’Operazione Serval, la missione dell’Esercito francese nel Nord del Mali. Nel corso del 2012, un’insurrezione islamista e tuareg aveva sfruttato la debolezza delle autorità di Bamako per prendere il controllo delle tre province settentrionali di Kidal, Gao e Timbuktu. L’incapacità del debole e male organizzato Esercito maliano a riprendere in mano il Nord del Paese ha causato la decisione del Presidente francese Francois Hollande di inviare un proprio contingente militare di circa 4.500 uomini, che ha dovuto agire in coordinazione con il contingente della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Cedeao), che ha inviato nel Paese 4.000 uomini nel contesto della Missione internazionale di sostegno al Mali (Misma).

Per contrastare il rischio di un nuovo aggravamento della situazione, lo scorso 25 aprile l’Onu ha aperto la strada alla Minusma (Missione Integrata Multidimensionale delle Nazioni Unite per la Stabilizzazione del Mali), missione di peacekeeping che consentirà il graduale ritiro delle truppe transalpine dal paese africano. La Minusma, partita il 1 luglio 2013, integra nei propri ranghi solo un migliaio dei circa 4.500 soldati francesi inizialmente presenti in Mali. Gli 11.200 Caschi blu e 1.440 membri delle forze di polizia stanno affiancando gli istruttori militari dell’Eutm (European Union Training Mission), intenti da inizio aprile scorso a ricostruire e addestrare il disastrato Esercito maliano, garantendo nel giro di un anno a forze militari autoctone di poter prendere in mano la situazione nel Paese.

Nell’arco di pochi mesi, la missione franco-africana è riuscita ad allontanare dalle principali città del Nord del Mali i miliziani islamisti, raggruppati principalmente nelle fila di al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI), del Movimento per l’Unità della Jihad nell’Africa Occidentale (MUJAO) e di Ansar Eddine. Fratture interne al fronte islamista e l’ostilità sorta tra parte dei ribelli tuareg e i fondamentalisti sono state sfruttate dalla Francia, che è riuscita a restituire alle Forze armate maliane il controllo su ampie porzioni della regione settentrionale.

Nonostante i duri colpi subiti, l’uccisione di molti militanti e la distruzione di parte dei depositi logistici, di armi e dei centri di addestramento nella regione, i gruppi islamisti sono riusciti a riorganizzarsi, sfruttando le vaste distese desertiche del Sahel per tentare di aggregare nuovi militanti alle proprie fila e tentare di organizzare una battaglia asimmetrica contro le forze internazionali e contro l’Esercito maliano.

Nonostante alcuni buoni segnali, il lieto fine pare oggi ancora lontano: sono numerose le ragioni di incertezza, destinate a rendere arduo il compito alle forze alle prese con la stabilizzazione dello Stato maliano. Se i principali gruppi jihadisti attivi nell’insurrezione nel Nord -gli islamisti di al-Qaeda nel Maghreb Islamico, Mujao e Ansar Eddine-  sono stati indeboliti e i loro campi d’addestramento e arsenali in buona parte sgominati, la natura cellulare di tali organizzazioni fa presagire che la loro battaglia proseguirà sotto nuove forme e con nuove strategie. Il susseguirsi di attentati contro militari africani e francesi e contro civili fa comprendere come i vari gruppi siano decisi a intraprendere la strada della guerriglia: attacchi mirati a opera di piccoli contingenti piuttosto che azioni su larga scala, attentati suicidi e utilizzo di Improvised Explosive Devices (Ied) quali le roadside bombs. Inoltre, nel Nord del Paese, gli irredentisti tuareg del Movimento Nazionale per la Liberazione dell’Azawad (Mnla) hanno ancora forte presa su diverse regioni e villaggi, si sono slegati dagli islamisti e continuano a combattere la loro battaglia facendo leva sul forte appoggio etnico.

«Dopo i successi piuttosto rapidi dell’operazione militare francese Serval, l’intervento internazionale sta trovando difficoltà a consolidare le proprie conquiste sul lungo termine» ha scritto l’organizzazione International Crisis Group nel recente report ‘Mali: Reform or Relapse’. «La Francia, che ora è anche coinvolta nella Repubblica Centrafricana, non è pronta a finanziare per conto proprio un programma di stabilizzazione sul lungo termine. Le Forze ONU hanno assistito gli sforzi francesi per stabilizzare il Mali sin dal luglio 2013, ma un numero insufficiente di peacekeepers e la mancanza di adeguati mezzi aumentano i dubbi sulle capacità di portare a termine il suo mandato da solo. In termini più ampi, mentre la sicurezza nel Sahel è un problema regionale, il progresso nel costruire cooperazione regionale è stato lento e la mancanza di fiducia reciproca rimane alta tra i vicini del Mali».

 

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