martedì, Ottobre 19

Il lungo travaglio image

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Carino, fresco e divertente lo spettacolo prodotto e messo in scena da  TSI La Fabbrica dell’Attore-Compagnia dei Giovani del Vascello, un team di giovani attori guidato da Maurizio Lombardi e Isabella Carle in uno dei templi dello spettacolo colto di Roma. Quel Teatro Vascello che da più di trent’anni vive dell’arte e della creatività di Giancarlo Nanni e Manuela Kustermann, rimasta sola ma non per questo meno motivata e tenace nella produzione e realizzazione di teatro vero, con il crisma della qualità.

Sabato scorso era in scena (e lo sarà fino al 29 Dicembre 2013) la pièce per bambini ‘Il gobbo di Notre Dame‘ ispirata alla celeberrima opera di Victor Hugo. Portando mio figlio a teatro, mescolato a una piccola folla di bambini entusiasti, non ho potuto fare a meno di pensare  quanto la storia del deforme campanaro Quasimodo ricordi, speriamo solo in parte, il lungo travaglio che ha accompagnato la nascita del partito che, finalmente, sembra potenzialmente possedere le carte in regola per un’adeguata gestione  del futuro del Paese. Un futuro che non sarà meno travagliato, meno lungo e meno irto di difficoltà, naturalmente. Ma almeno gli elementi base per la risoluzione del puzzle Italia stanno prendendo una fisionomia accettabile.

Nello struggente evolversi della sfortunata vita del gobbo Quasimodo, la mia mente ormai perversamente condizionata dalle amare vicende della politica, non riusciva a vedere altro che l’embrione senza pace del nuovo centrosinistra italiano, osteggiato da tutti, in primis da se stesso e dalla sua natura imperfetta e lacunosa. Lo vedevo dannarsi per venire alla luce e conquistare l’amore della bella zingara Esmeralda, palesemente ai miei occhi simboleggiante l’elettorato progressista, avido di vita ma confuso quanto basta per cedere alle lusinghe erotiche del capitano Febo (la sinistra radicale, è ovvio) e di provare contemporaneamente un sentimento  profondo e contraddittorio per l’infelice campanaro. Il quale, per riuscire nell’impresa, sarebbe  freudianamente costretto a ‘uccidere’ il padre, il perfido arcidiacono Frollo, patrigno ed oppressore, perverso demiurgo  e raffinato manipolatore , per dare sfogo alla sua voglia di vivere una vita normale e , perché no, anche di vivere la stagione di un amore  pazzo e impossibile.

La tragedia hughiana non lascia speranza al povero Quasimodo che, com’è noto, perde la vita nel tentativo di difendere il suo amato bene dalla stilettata fatale, inferta (per errore?) proprio dal padre-carceriere, che nega in questo modo, nell’atto supremo, il diritto alla vita a quella che non è più ormai la sua creatura.

Credo non sia difficile capire, in questa mia bislacca e patologica interpretazione, quale baffuto volto io abbia visto balenare dietro le sembianze odiose e sprezzanti del diabolico Frollo.

Fatto sta che la realtà, usciti dal teatro e dai vaneggiamenti febbrili di questo freddo inverno romano, pare ci stia raccontando un sottofinale alquanto diverso. Con toni più sfumati e tinte, almeno per ora, meno fosche. E soprattutto, a soccombere, nel lungo finale della storia, sembra destinato non il giovane “diverso” assetato di novità e di vita, ma piuttosto il livido custode di un’ortodossia ormai rifiutata da strati sempre più larghi ed in costante aumento, nella composita  collettività cui entrambi appartengono.

E, sempre nella realtà, molto più numerosi sono i personaggi pronti a far valere, senza esclusione di colpi sotto la cintura e di furfanterie di infimo livello, la propria volontà di affermazione o, quantomeno, di impunità.

Il viaggio di formazione del nostro personale Quasimodo  è ancora all’inizio.

 

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