venerdì, Luglio 30

Il lungo addio di Napolitano Il Governo forza i tempi per l'approvazione delle riforme e della Legge di Stabilità

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Durante l’incontro di oggi con il Corpo diplomatico per gli auguri natalizi, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha dato, proprio nell’apertura del discorso, esplicita conferma della conclusione del suo mandato: «La prossima fine di quest’anno 2014 e l’imminente conclusione del mio mandato presidenziale inevitabilmente ci portano a svolgere alcune considerazioni sul periodo complesso e travagliato che stanno attraversando l’Italia, l’Europa e il mondo». Già in altre occasioni Napolitano aveva annunciato o fatto intendere che si sarebbe dimesso dopo la chiusura del semestre di presidenza italiana della UE, ma le sue parole lasciano chiaramente intendere che le dimissioni sono davvero vicine: è probabile che verranno pubblicamente espresse durante il discorso di Capodanno e rassegnate dopo l’Epifania, per evitare il sovrapporsi di una vacatio istituzionale al periodo festivo.

Nel suo discorso, però, il Capo dello Stato ha toccato anche altri temi. Ha ancora una volta lodato di Governo guidato da Matteo Renzi per «l’opera difficile e non priva di incognite» che sta portando avanti; un’opera che costituisce «un coraggioso sforzo per eliminare alcuni nodi e correggere mali antichi che hanno frenato lo sviluppo del Paese e sbilanciato la struttura della società italiana e del suo sistema politico». Non sono mancate espressioni di fiducia nei confronti dell’Europa e della nuova Commissione europea: «È innegabile che la Commissione guidata dal presidente Jean-Claude Juncker abbia un profilo più nettamente sovranazionale e si ponga obiettivi ambiziosi per rispondere alle sfide comuni in una chiave certamente più ‘politica’ di quelle che l’hanno preceduta». Una sottolineatura filoeuropeista che, da un lato, restituisce la misura di quanto in questi anni Napolitano sia stato il supremo garante dell’Italia agli occhi della UE, dall’altro lato rappresenta una sorta di esortazione al suo successore affinché prosegua nella stessa linea.

Beppe Grillo, a Roma per la conferenza stampa presso la Stampa Estera, ha preso la palla al balzo per rivolgere l’ennesima, gratuita e stucchevole invettiva nei confronti del Presidente: «Napolitano non dovrebbe dimettersi ma costituirsi. (…) Ora serve un presidente che non firmi qualsiasi cosa, dalla legge Fornero allo scudo fiscale». Sull’elezione del nuovo inquilino del Quirinale, in maniera pacata, ha spiegato: «Vorremmo trovare una persona al di fuori della politica e dei partiti. Lo sceglieremo attraverso la rete. Se lo sceglie un altro partito ed è” una persona “al di fuori di queste logiche, ci sta bene. Lo abbiamo già fatto alla Consulta e al CSM».

Da giorni infuria il totonomi, ma si è è ancora in una fase di studio nella quale i nomi dei possibili veri candidati sono stati tenuti ai margini per non bruciarli. Questa mattina il Presidente della Camera Laura Boldrini, che nel corso dell’incontro con la Stampa parlamentare per gli auguri aveva detto che i tempi sono maturi per una donna al Quirinale, ha escluso “categoricamente” la propria autocandidatura alla Presidenza della Repubblica. Del resto, come si sa, l’autocandidatura è il metodo migliore per autoescludersi. Intanto Renzi ostenta sicurezza, sbilanciandosi nella dichiarazione che l’elezione del Capo dello Stato non riserverà particolari problemi: «Credo che il Parlamento abbia imparato la lezione dell’aprile 2013 e riuscirà a fare quello che deve nei tempi stabiliti». Sarà, ma i famigerati 101 ancora siedono in Parlamento e, per di più, tra i banchi del partito di cui il premier si pregia di essere segretario.

A Bruxelles per il Consiglio europeo che dovrebbe approvare il piano Juncker sulla politica della UE nel prossimo quinquennio, il Renzi è stato avvicinato dai cronisti mentre usciva dal pre-vertice del PSE. Il premier ha dichiarato che il piano «va nella nostra direzione nel considerare gli investimenti fuori dal Patto di stabilità e crescita»; ha però aggiunto che, qualora fosse approvato, tale accordo «comunque è sempre da considerare un primo passo».

In mattinata, Renzi ha preso parte all’Italian Innovation Day, un evento promosso dalla Presidenza (italiana) del Consiglio dell’UE, dall’Agenzia per l’Italia digitale e da Digital Champion Italia. Gigioneggiando davanti alla nutrita platea di giovani presenti il premier ha detto che è «un casino pronunciare la parola futuro in Italia, è difficile dove c’è il Colosseo, dove c’è stato il Rinascimento, dove la bellezza ha fatto quello che nessun altro ha immaginato di fare, da Venezia alla Sicilia». Poi ha aggiunto che «gli italiani devono tornare a credere in se stessi» e che «siamo nelle condizioni di poter riportare l’Italia dove deve stare. Ha un sacco di problemi, li dobbiamo affrontare, li stiamo affrontando. In 9 mesi abbiamo fatto un pacchetto importante. Nessun paese in Europa ha mai fatto tanto tutto insieme». «Anche il Italia si può pronunciare la parola futuro» è stata la memorabile conclusione.

Il Ministro per le Riforme Maria Elena Boschi ha annunciato che «il calendario prevede che l’8 gennaio saremo in Aula alla Camera con la riforma costituzionale e contemporaneamente al Senato procediamo con la legge elettorale». «Il Capo dello Stato» ha tenuto a rimarcare «ancora non si è dimesso e non possiamo bloccare tutto in attesa di una data che non si sa quale sarà. Su questo anche Forza Italia è d’accordo». Poi ha aggiunto: «L’urgenza nel procedere non è stata determinata da un vezzo del governo o da una voglia di distrazione di massa. Le riforme hanno un impatto economico fondamentale». Le buone intenzioni del Governo, tuttavia, devono fare i conti con la realtà e questa è fatta di 17mila emendamenti al Senato per l’Italicum, un numero che trasformerebbe l’approvazione della riforma elettorale in una irrealistica corsa contro il tempo, anche perché che il provvedimento non è ancora stato calendarizzato per l’Aula. Meno impervio è il percorso della riforma del bicameralismo alla Camera: oggi sono state votate le pregiudiziali di costituzionalità sul testo.

Parallelamente alle riforme, attraverso un cronometrato gioco d’incastri nei calendari delle due Aule, il Governo sta facendo marciare a tappe forzate anche la Legge di Stabilità: “blindata” a Palazzo Madama con il voto di fiducia, dovrebbe arrivare a Montecitorio la settimana prossima. Riuscirà l’Esecutivo a difendere anche alla Camera l’impianto generale e le maximodifiche della Legge di Stabilità votati da Senato? L’interrogativo potrebbe essere retorico, visto che il Governo ha dimostrato una certa qual disinvoltura a ricorrere ai voti di fiducia.

 

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