martedì, Settembre 21

Il lungo 2014 afghano field_506ffb1d3dbe2

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Almaty – «Il nostro mondo viene continuamente ridisegnato a una velocità incredibile», con queste parole, il Ministro degli Esteri kazako Yerlan Idrissov ha iniziato il suo intervento al Forum mondiale dell’economia a Davos lo scorso gennaio. Idrissov non considera solamente i cambiamenti sostanziali in termini di regime, di forme politiche e di comunicazione: l’evento geopoliticamente più importante per l’Asia centrale è la fine dell’operazione NATO in Afghanistan, denominata ‘Enduring Freedom’ da George W. Bush nel 2001, subito dopo gli attacchi terroristici in territorio statunitense. La decisione di concludere le attività della coalizione è arrivata dall’amministrazione di Barack Obama, che pure aveva sorpreso gli esperti di Washington, quando, subito dopo aver ricevuto il premio Nobel per la pace nel 2009, aveva stanziato più di 30 mila uomini per le operazioni in Afghanistan.

Nei giorni scorsi, il generale afghano Abdul Rashid Dostum ha fatto visita a Kazakistan e Uzbekistan, rinnovando il proprio supporto per il probabile candidato presidenziale Ashraf Gani Akhmadzay. Il fatto che il viaggio di Dostum abbia fatto tappa proprio a Tashkent, Almaty e Astana è significativo dell’importanza che l’Afghanistan ripone nei vicini settentrionali, per superare la fase ancora difficile di transizione. Proprio in Uzbekistan, il Presidente Islam Karimov, ha firmato una serie di leggi più severe contro i terroristi islamici che lasciano il Paese per arruolarsi nella lotta estremista e contro i cittadini uzbeki che non denunciassero presunti piani terroristici a loro conoscenza. Mentre Karimov appariva nei canali pubblici per ammonire della minaccia del terrorismo, 33 combattenti uzbeki sono stati uccisi durante un raid dall’aviazione pakistana.

In Kazakistan, d’altra parte, l’estremismo si combatte anche attraverso leggi liberticide contro la «proliferazione» di confessioni religiose. La nuova legge del 2011 ha creato un’agenzia governativa che controlla gli standard di registrazione per le associazioni religiose. Il risultato immediato di questa legge è stato il rigetto di circa 500 gruppi religiosi e la chiusura di più di 100 siti web a causa del loro contenuto. È probabilmente corta la memoria delle leadership centroasiatiche sull’efficacia della censura in questi casi. Il Kazakistan, tuttavia, rimane un partner affidabile per tutte le potenze coinvolte nella lotta al terrorismo nella regione, dagli Stati Uniti alla Russia, alla Cina. Nel nuovo documento di politica estera, Astana utilizza un linguaggio molto preciso sulle sfide che il terrorismo pone nel nuovo ordine mondiale.

 

Di Afghanistan, di sicurezza in Asia centrale e delle nuove sfide alla stabilità regionale abbiamo parlato con Nargis Kassenova, professoressa di Relazioni Internazionali presso l’Università KIMEP ad Almaty. Kassenova è una tra le maggiori esperte mondiali sui temi di sicurezza politico-militare della regione centroasiatica e sulle relazioni tra questi Paesi e le grandi potenze.

Si parla di «handing over», la restituzione dei pieni poteri alle forze armate afghane. Quando e come avverrà la transizione?
La ‘deadline‘ per l’uscita dall’Afghanistan di Washington è fissata per la fine del 2014. Da qualche anno ci si prepara per la transizione e la fine delle operazioni era una delle promesse di campagna elettorale di Obama. Non si tratta però di una fine ‘tout court’. Un contingente rilevante di forze speciali rimarrà nel Paese per supervisionare e assistere la transizione.

Quali saranno le conseguenze per i Paesi dell’Asia centrale durante questo periodo?
I leader dei Paesi centroasiatici si stanno preparando al peggio. Il linguaggio dei presidenti di Uzbekistan e Kazakistan riflette il timore della diffusione del terrorismo al di là dei confini afghani. Inoltre, con la fine dell’operazione NATO, si assottiglieranno anche le opportunità di ricevere assistenza nella lotta contro gli estremismi e nel miglioramento del controllo dei confini. La diminuzione dell’importanza del Northern Distribution Network (il collegamento tra centri logistici per il trasporto di strumenti ed equipaggiamenti dall’Europa all’Afghanistan), significherà dover riconvertire il porto di Aktau sulla sponda kazaka del Mar Caspio.

Uzbekistan e Kazakistan. Come si comportano le due potenze regionali nei confronti del terrorismo e, più in generale, dell’estremismo?
I due Paesi hanno reazioni diverse, dovute principalmente alla propria posizione geografica. L’Uzbekistan, infatti, confina a sud con l’Afghanistan e sente il problema più da vicino. Il Kazakistan, più lontano e meno affetto da scontri a sfondo religioso, ha ricoperto il ruolo di interlocutore e transito per gli attori internazionali coinvolti. Entrambi i Paesi, tuttavia, credono che la minaccia del terrorismo sia più concreta che mai. Da qui le leggi che sono state approvate di recente, specialmente in termini di estremismo, una definizione generale che comprende il terrorismo e non solo: anche il disturbo della quiete pubblica o alcuni comportamenti religiosi possono essere catalogati come estremismi. In questo senso, il vocabolario kazako e uzbeko è in linea con quello usato dall’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, che combatte appunto estremismi, separatismi e terrorismi nell’area centroasiatica e non solo.

L’Uzbekistan chiude i confini, emana leggi che limitano la libertà sotto il segno della sicurezza dal terrorismo. Quanto è concreta la minaccia che arriva dall’Afghanistan?
Sin dagli anni novanta la leadership uzbeka ha usato questo ritornello di azioni per tenere alta la tensione sul fronte del terrorismo. Ogni qualvolta ci sono degli scontri vicini ai confini, ecco la chiusura unilaterale di Tashkent. In queste occasioni, Karimov ribadisce quanto sia importante non abbassare la guardia. Nonostante le preoccupazioni, l’Uzbekistan manda sempre segnali di sicurezza alla comunità internazionale: prendono misure eccezionali, ma assicurano «ce ne occupiamo da soli». Evidentemente, dopo i problemi diplomatici con l’Occidente dopo i fatti di Andijan del 2005, Tashkent preferisce lavare i panni sporchi in famiglia.

Il Kazakistan invece intrattiene ottimi rapporti con gli Stati Uniti. Quali problemi si prevedono dopo il ritiro dall’Afghanistan? Quali strade si possono intraprendere per accompagnare l’Afghanistan verso lo sviluppo?
Il Kazakistan è uno dei principali partner USA per la cooperazione alla sicurezza della regione, non ci sono dubbi. Soprattutto dopo la chiusura della base militare di Manas nel vicino Kyrgyzstan, gli equilibri geopolitici hanno riaffermato il bisogno di affidarsi ad Astana. L’atteggiamento della leadership kazaka verso i problemi che potranno emergere dal 2014 in avanti è molto pragmatico. Se ci saranno, verranno affrontati come sempre, caso per caso.

 

La domanda del decennio è: «riuscirà l’Afghanistan a prendersi cura di sé in maniera autonoma ed efficace?». Data la distanza geografica, tuttavia, non c’è spazio per dichiarazioni drammatiche. Si continua con il dialogo e con l’assistenza. A livello politico, il Kazakistan preferirebbe soluzioni multilaterali sotto l’egida dell’ONU, anche se la proposta di fare di Almaty un centro nevralgico per l’assistenza centroasiatica non ha ancora ricevuto una risposta positiva da New York e non è tra gli obiettivi per il 2020 menzionati nel nuovo documento di politica estera appena approvato.

L’Afghanistan rimarrà un Paese bisognoso di aiuti provenienti dal Kazakistan, che vuole affermarsi a livello globale come ‘Paese donatore’ di assistenza. Una delle iniziative di cui Astana si fregia è lo stanziamento di 50 milioni di dollari per programmi educativi attraverso i quali giovani afghani vanno a studiare nelle scuole e nelle università kazake. Sicuramente, questo tipo di assistenza continuerà nel medio termine.

 

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