domenica, Maggio 9

Il liberalismo agricolo freno dell'Africa

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«Se passeranno, quelle regole porteranno l’Africa sul baratro. Imporranno ai nostri mercati una competizione che non saremo mai in grado di reggere. Respingiamo questo approccio perché è talmente contraddittorio il fatto che l’Unione Europea si sia formata attraverso un potente protezionismo e adesso chiede a noi di crescere liberalizzando i nostri mercati. Proteggiamo i nostri prodotti, perché da questo dipende l’esistenza di milioni di persone». Erano gli inutili appelli di Ndiogou Fall, senegalese, leggendario presidente ROPPA (la Rete delle organizzazioni contadine e dei produttori dell’Africa dell’Ovest) scomparso alcuni anni fa, il quale aveva avvertito il continente che adottare le riforme imposte dal Fondo Monetario Internazionale non avrebbe giovato alle politiche agricole dei paesi africani.

Lo Scoppio della crisi nel 1982 in Messico, conosciuta come ‘la crisi del debito’ e dilagata in seguito a macchia d’olio in tutti quei paesi che negli anni settanta avevano goduto dell’iniezione di capitali, fu un assist alla Banca mondiale e al Fondo monetario Internazionale a immettere nei Paesi in via di sviluppo (PVS) il germe del neoliberismo. I piani di aggiustamento strutturale per l’Africa negli anni Ottanta consistevano in un’apertura dei mercati nazionali: i Paesi non potevano più imporre delle tariffe all’importazione al fine di pagare il debito; la spesa del governo per i beni pubblici fu dimezzata e furono privatizzati ospedali, scuole e infrastrutture (manovre simili a quelle imposte alla Grecia e all’Italia); le politiche a favore della propria agricoltura furono spazzate via insieme al sostegno ai produttori agricoli, alla ricerca, alla creazione di banche di sviluppo, all’offerta dei servizi di supporto per la trasformazione e la commercializzazione; l’esistenza di meccanismi di prevenzione e gestione delle crisi alimentari, insieme alla voce dell’esportazione agricola, principale cardine dell’economia interna per la sopravvivenza dei Paesi, non vennero tenute in considerazione negli aggiustamenti. Di colpo l’agricoltura venne totalmente indirizzata all’importazione senza dazi e all’esportazione senza regole del mercato e non venne più considerata come un settore centrale per lo sviluppo dei paesi africani. In media il 5% del PIL dei paesi venne destinato all’agricoltura, nonostante essa occupasse più del 60% dei lavoratori e contribuisse per più del 30% al PIL. Le conseguenze sono state che questi paesi sono stati costretti a produrre prodotti agricoli non per i mercati locali, ma per l’esportazione, e a importare i prodotti alimentari dal mercato internazionale; inoltre i prezzi sul mercato internazionale sono stati mantenuti artificialmente bassi dalle politiche agricole e dalle strategie agroesportatrici di USA e UE.

Nel 2007 sono nati gli APE, ovvero un inasprimento degli accordi degli anni ottanta in nome del libero mercato. Questi accordi sono stati negoziati tra l’Unione Europea e i Paesi ACP (ovvero Africa-Caraibi-Pacifico) e creano aree di libero mercato tra UE e paesi ACP e una rapida liberalizzazione dei servizi, una liberalizzazione degli investimenti, politiche di concorrenza e di commesse governative sulla base del principio di non discriminazione.

Questi accordi hanno portato delle gravi conseguenze nel continente:

  1. i contadini e i produttori che non hanno la tecnologia e nessuno finanziamento sono sottoposti forzatamente a diretta competizione con gli efficienti e altamente sussidiati produttori europei;
  2. il processo di integrazione regionale tra i paesi ACP rischia di essere compromesso
  3. i Governi dei paesi ACP perdono sostanziali entrate fiscali (fino a -60%) e la possibilità di implementare politiche commerciali ed economiche per la promozione e lo sviluppo sociale ed economico dei propri paesi;
  4. il trattato EPA sta portando forti conseguenze sull’accesso ai medicinali e alle sementi;
  5. l’inclusione dei servizi (includendo tutto ciò che è fallito con WTO) spingono verso la privatizzazione

e la deregolamentazione dei servizi essenziali.

Se poi si confrontano i dati economici, l’agricoltura risulta ancora un settore importante nella formazione del prodotto interno lordo dei Paesi. Mentre globalmente questa voce partecipa per il 2% nel mondo occidentale, in Africa rappresenta il 14,3%, ma solo il 2,6% del terreno arabile è usato per coltivazioni pluriennali, come frutteti, piantagioni di tè o caffè, o prodotti simili. Il continente è quarto nella produzione di cereali per l’alimentazione umana (grano, mais e riso), e anche di quelli usati pure per l’alimentazione animale (sorgo, miglio e orzo). In sostanza il continente africano potrebbe essere il granaio di se stesso, eliminando definitivamente il problema della fame dei paesi poverimentre il ruolo di granaio dell’occidente lo ha assunto già da qualche decennio ma senza ottenere i risultati sperati per il proprio benessere.

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