lunedì, Settembre 27

Il Libano schiacciato nel conflitto tra Israele ed Iran Claudio Bertolotti (ITSTIME) ci spiega cosa sta accadendo (e cosa potrà accadere) in Libano

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Nonostante il richiamo dei propri cittadini da parte di Arabia Saudita e Kuwait, è improbabile che la situazione precipiti troppo rapidamente. Per tentare di fare delle ipotesi sull’evoluzione della situazione, ci dice Bertolotti, sarà prima necessario “attendere l’auspicato rientro di Hariri in Libano: prima o poi dovrà accadere. A quel punto, il gioco sarà a carte scoperte e potrebbero cadere i dubbi da più parti sollevati, e sempre più confermati, sul fatto che il discorso fatto da Riad sia stato la conseguenza di una sorta di ricatto fatto a un prigioniero politico non più libero di muoversi; se invece la decisione dovesse essere confermata, si vedrà quale registro comunicativo deciderà di tenere il Libano”. Una volta caduto questo dubbio, si giocherà la vera partita dove, di certo, ad influire saranno “i due attori principali di questa guerra politico-diplomatica: Hezbollah e Israele. A quanto sapranno rinunciare o quanto riusciranno a imporre dipenderà dagli alleati dell’uno e dell’altro: l’Iran da una parte e i paesi del Golfo con gli Stati Uniti dall’altra”.

In ogni caso, l’eventualità di una nuova guerra combattuta tra Libano ed Israele è piuttosto remota. Molto più probabilmente, invece, sarà “un progressivo ruolo attivo di Israele nel colpire obiettivi militari, e poi politici, di Hezbollah, in prevalenza al di fuori dei confini libanesi, dunque in Siria”. Proprio il Siria, infatti, la costruzione del ‘corridoio sciita’ ha mostrato le capacità strategiche dei miliziani legati ad Hezbollah e all’Iran: nel Paese, infatti, “gli sciiti libanesi sono presenti in forze e hanno ormai basi permanenti consolidate e funzionali al ruolo regionale che il ‘Partito di Dio’ ormai è riuscito a costruirsi combattendo anni di estenuante guerra contro Daesh al fianco di un Bashar al-Assad sempre più consolidato nel suo ruolo di Presidente della Siria”. Assad, inoltre, è sostenuto materialmente dall’Iran, il quale è fisicamente sempre più massicciamente presente in territorio siriano: “la presenza iraniana che si estende su tutti i piani: quello politico, al fianco del regime, quello militare, con le sue unità regolari e di volontari sciiti stranieri schierate sul fronte, e quello finanziario e immobiliare, con l’acquisto di ampie aree immobiliari funzionali al controllo diretto”.

La capillare presenza iraniana in Siria, oltre che l’aumentata influenza di Teheran su Beirut, però, risultano troppo pericolose per Israele. Per questo, oltre a prepararsi sul piano militare per un eventuale intervento diretto, da Gerusalemme sono arrivate pressioni diplomatiche volte a favorire una politica internazionale il più possibile ostile e chiusa nei confronti dell’Iran e, di conseguenza, di Hezbollah.

Nell’area mediorientale, inoltre, opera anche un altro attore fondamentale di cui, fino ad ora, non si è tenuto conto: la Russia. Mosca intrattiene rapporti cordiali sia con la Siria di Assad (che sostiene attivamente con il suo contributo militare) e con l’Iran (e, quindi, con Hezbollah), sia con Israele. Se da Gerusalemme si decidesse di chiedere l’intervento di una mediazione russa, secondo Bertolotti, questo “potrebbe portare a un altro punto a favore di Mosca e della politica estera a bassa intensità di Vladimir Putin”; un punto a favore della politica russa, però, “sarebbe anche un punto in meno per gli Stati Uniti, e dunque per Riad”.

Claudio Bertolotti conclude dicendo che “un compromesso è un risultato auspicabile e realistico: oggi, mentre Riad consiglia a tutti i cittadini sauditi di lasciare il Libano, tutto dipende da come e con quali tempi Israele, Iran ed Hezbollah giocheranno gli assi nascosti nelle maniche; al Libano il ruolo di osservatore partecipante di una guerra che contrappone l’Arabia Saudita all’Iran”.

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