domenica, Agosto 1

Il Libano schiacciato nel conflitto tra Israele ed Iran Claudio Bertolotti (ITSTIME) ci spiega cosa sta accadendo (e cosa potrà accadere) in Libano

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 Nelle ultime ore, il Libano è tornato al centro dell’attenzione internazionale. Tutto ha avuto inizio lo scorso 3 novembre, quando il Primo Ministro libanese, Sa’d Hariri, è stato convocato d’urgenza a Riad dal Governo dell’Arabia Saudita. Una volta a Riad, Hariri ha letto in diretta alla televisione saudita un comunicato in cui annunciava le proprie dimissioni: da allora non ha ancora fatto ritorno a Beirut. Da parte libanese, le dimissioni del Primo Ministro sono state ritenute frutto di coercizione per diverse ragioni: in primo luogo, fatto molto insolito, Hariri si è recato da solo a Riad, senza scorta e senza collaboratori; in secondo luogo, fonti di Beirut sostengono che il discorso con cui il Primo Ministro ha annunciato le proprie dimissioni non fosse stato scritto dallo stesso Hariri né da persone a lui vicine, e questo perché la lingua utilizzata era la variante saudita della lingua araba anziché quella libanese; in fine, il fatto che ad una settimana dall’annuncio delle dimissioni Hariri non sia ancora tornato in Patria ha fatto pensare a molti che sia trattenuto contro la sua volontà dai sauditi (per alcune ore è anche circolata la falsa notizia della sua morte).
Da parte saudita, ovviamente, è subito arrivata la smentita a tutte le accuse: Hariri sarebbe libero di muoversi come meglio crede (ne sarebbe prova il suo viaggio ad Abu Dhabi) e da Riad non è arrivata nessuna ingerenza negli affari interni libanesi. In ogni caso, le circostanze delle dimissioni del Primo Ministro libanese risultano troppo particolari per ritenere che i sauditi non vi abbiano giocato alcun ruolo.
In ogni caso, lo scambio di accuse reciproche ha contribuito ad innalzare il livello di tensione fino ad arrivare ad un segnale preoccupante: l’Arabia Saudita ha ordinato ai suoi cittadini di lasciare immediatamente il Libano; poche ore dopo il Governo del Kuwait ha fatto lo stesso. Come spesso accade in quell’area martoriata, le tensioni tra due Stati rischiano di contagiare facilmente i vicini.

Per tentare di venire a capo della situazione, abbiamo consultato Claudio Bertolotti, esperto dell’area mediorientale e collaboratore di centri studi come lo Italian Team for Security, Terroristic Issues & Managing Emergencies (ITSTIME), e l’Istituto per gli Studi di Politica Estera (ISPI).

Secondo Claudio Bertolotti, “oggi Hariri, che è e rimane Primo Ministro in quanto il Presidente Michael Aoun ne ha congelato le dimissioni, paga certamente il prezzo di un’eredità importante: l’essere il figlio di Rafīq al-Hariri, il martire ucciso nel 2006, pur senza averne la forza politica e, soprattutto, il forte sostegno di base”. La debolezza politica di Sa’d Hariri ha fatto sì che Hezbollah, il Partito di Dio di ispirazione sciita legato all’Iran (e da questo finanziato), acquisisse un ruolo sempre più importante nella politica libanese; a sua volta, l’importanza sempre maggiore di Hezbollah ha contribuito ad indebolire ulteriormente il Governo di Hariri. In effetti, ci spiega Bertolotti, “l’opposizione e parte dell’opinione pubblica, indicano Hezbollah come attore politico sempre più influente e in grado di dare una forte impronta politica al governo del Libano: non per niente tra i primi discorsi del presidente Michel Aoun, spicca quello in cui afferma la necessità di un ruolo di primo piano di Hezbollah, soprattutto in virtù della sua capacità di operare come strumento armato per l’interesse del Libano”.

La tradizione multi-confessionale del Libano si basa su degli equilibri rari per l’area. Non è un caso che il Primo Ministro Hariri sia un musulmano sunnita mentre il Presidente Aoun sia un cristiano maronita. In questo sistema di equilibri, la crescita del movimento più importante della componente musulmana sciita, secondo alcuni, rischia di rompere quegli equilibri interni che hanno mantenuto la precaria pace degli ultimi anni. Più che all’interno, però, la crescita di Hezbollah preoccupa gli Stati vicini tra cui, appunto, l’Arabia Saudita.

D’altro canto, “il ruolo di Hezbollah è stato conquistato sul campo di battaglia siriano contro il cosiddetto Stato Islamico, al fianco dell’Iran”. Si tratta, dunque, di un ruolo che, da un lato, è stato ottenuto grazie al forte contributo dato ad una guerra che interessa il Paese da vicino, ma, dall’altro, non può che preoccupare tutta una serie di Paesi che, nell’area, svolgono ruoli importanti. In effetti, spiega Bertolotti, “Hezbollah, per gli Stati Uniti, è un’organizzazione terroristica ma, nei fatti, è oggi la più forte e capace fanteria leggera dell’intero Medio Oriente”; inoltre, continua, la crescita del peso del partito sciita in Libano è avvenuta “con buona pace ma giusta preoccupazione da parte di Israele, che di certo non è rimasto a guardare in questi anni ma che non ha potuto che prendere atto del cambio degli equilibri interni al Libano così come di quelli dell’intero arco regionale”. Si tratta, dunque, di una “dinamica in cui la nomina dell’ambasciatore libanese a Damasco ha ufficializzato e confermato la legittimità di Bashar al-Assad, scelta non apprezzata ovviamente da Israele che nell’asse Assad-Hezbollah e Iran vede un’unione di forze che è recepita come vera e propria minaccia”.

Nel suo discorso tenuto a Riad, infatti, Hariri ha criticato duramente la politica dell’Iran in Libano, accusando Teheran di essere “finanziatore e sostenitore di Hezbollah in un’ottica di destabilizzazione interna al Libano”. Da parte sua, l’Iran, “messo sempre più alle strette sul piano delle relazioni internazionali dall’amministrazione statunitense, vede crescere sempre più l’ostilità degli attori regionali, in particolare quelli dell’area del Golfo, fortemente consolidati su una politica di collaborazione con Washington”. La politica di sostegno ad Hezbollah, dunque, è per Teheran una questione di fondamentale importanza: attraverso l’aumento dell’influenza sciita nel Paese, gli iraniani puntano a spostare Beirut su posizioni più favorevoli alla propria politica: i successi riportati dalle truppe regolari di Teheran e dai volontari sciiti, che si affiancano ad esse nella lotta contro Daesh, hanno portato alla creazione di un cosiddetto ‘corridoio sciita’, una vasta area controllata da uomini vicini all’Iran che va dalla Siria al Libano.

Da parte sua, invece, l’Arabia Saudita gioca un duplice ruolo nella vicenda. Secondo Bertolotti, da un lato, “il ruolo di Riad è certamente simbolico, in quanto alleato storico degli Stati Uniti”, dall’altro, però, è anche “sostanziale, in quanto i sauditi sono impegnati in una guerra quasi diretta con l’Iran nello Yemen dove i fronti sciita e sunnita si confrontano, non certamente per ragioni di natura culturale o religiosa (questo è il paravento ideologico), bensì per questioni puramente economiche e di equilibri geopolitici”. Gli equilibri geopolitici dell’area, d’altronde, sono “sempre più instabili e a rischio di collasso: dopo l’Iraq e la Siria, c’è il rischio che la situazione in Libano possa andare oltre quello stato di non-pace e di guerra civile latente che lo caratterizza ormai da troppi anni”.

Secondo l’analisi di Claudio Bertolotti, dunque, il ruolo dell’Arabia Saudita sarebbe subordinato a quello di un altro attore: “in questo gioco molto pericoloso, la miccia della miscela esplosiva è rappresentata certamente da Israele, ovviamente preoccupato per la propria sicurezza e per le conseguenze di una guerra combattuta ai propri confini (in Siria), con il rischio di essere stretto da un braccio sciita ancora più forte di quanto non lo fu prima di quella guerra civile siriana”. Nel momento in cui il partito sciita è divenuto, grazie all’apporto dei suoi miliziani, un attore fondamentale nella lotta contro Daesh, il suo peso in Libano è radicalmente aumentato e “per Israele la minaccia è tanto più sentita quanto più il ruolo di Hezbollah si istituzionalizza, con l’appoggio diretto (e reciproco) del Presidente libanese Aoun, che nel ‘Partito di Dio’ vede un elemento ormai imprescindibile per il governo e ‘per la difesa’ del Paese: questa posizione, per Israele, è semplicemente inaccettabile e potrebbe anche portare a uno scontro aperto, leggasi guerra, con il Libano, prima ancora che con Hezbollah”.

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