domenica, Aprile 11

Il Libano e la verità su Hariri field_506ffb1d3dbe2

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Rafiq Hariri

 

Amman – Il 14 Febbraio 2005, a Beirut, nel centro della città appena ricostruito dopo il termine della guerra civile, un quantitativo pari ad oltre due tonnellate di tritolo deflagra.
L’esplosione è devastante, sproporzionata al punto da essere registrata dai sismografi a sessanta chilometri di distanza. I palazzi, gli hotel e gli istituti bancari nei dintorni vengono sventrati fino ai piani più alti.
Obiettivo dell’attentato l’ex Primo Ministro Rafiq Hariri, che viaggiava in un convoglio scortato in compagnia dell’ex Ministro del Tesoro Bassel Fleihal.
Moriranno, e, insieme a loro,  altri 21 fra scorta e civili.

Hariri si era dimesso 50 giorni prima da capo del Governo, in segno di protesta contro le ingerenze  di Bashar al-Asad, con cui aveva avuto uno scontro pubblico riguardo le pressioni del Presidente siriano alawita sul suo Governo per mantenere in carica  il Presidente della Repubblica Émile Lahoud, di suo gradimento –carica che si sarebbe stata mantenuta tramite un estensione di mandato, nonostante fosse costituzionalmente non previsto.

Per questa ragione i sospetti degli investigatori e le indagini seguirono la pista siriana e nel Paese si innescò un’ondata di sdegno per l’accaduto e solidarietà verso Hariri passata alla storia come la ‘Rivoluzione dei Cedri’, sostenuta dalle principali forze internazionali, che portò alla fine dell’occupazione siriana in suolo libanese   –la Siria abbandonò il Libano con il suo contingente di 30 mila uomini nel giro di due mesi.

Alla fine dell’anno una Commissione di indagine delle Nazioni Unite, presieduta da Detlev Mehlis, dopo sette mesi di indagine, affermò che almeno «sette ufficiali siriani e quattro libanesi sarebbero stati coinvolti nel progetto omicida», e, avvalorando la pista del complotto siriano, arrestò quattro Generali libanesi rispettivamente ex capi di Polizia, sicurezza, intelligence militare e guardia presidenziale.

Serge Brammertz, nuovo capo della Commissione di inchiesta,  confermò e proseguì l’indagine chiedendo l’annessione del caso di omicidio del giornalista indipendente anti-siriano Gebran Tueni, assassinato nel dicembre 2005.

L’inchiesta, però, non trovò la svolta necessaria e, dopo l’istituzione, nel 2009, del Tribunale Speciale per il Libano, a L’Aja, la Commissione d’inchiesta devette di scarcerare i sospettati per insufficienza di prove.

Le indagini proseguirono nel riserbo più assoluto -un terzo Procuratore capo viene nominato nel Marzo 2009 il canadese Daniel Bellemare, fino a quando ‘Der Spiegel’ accese un faro sul lavoro della Commissione dando notizia, tramite una fonte interna mai identificata, che il baricentro delle indagini si sarebbe spostato drammaticamente all’interno del Paese. «Ci sono segni che l’inchiesta ha dato risultati nuovi ed esplosivi. Spiegel ha appreso da fonti vicine al Tribunale e verificate esaminando documenti interni, che il caso Hariri è in procinto di prendere una svolta sensazionale. Indagini intensive in Libano puntano ad una nuova conclusione: non la Siria, ma le forze speciali dell’organizzazione libanese sciita Hezbollah, avrebbero pianificato ed eseguito l’attacco».
Una squadra di intelligence libanese, mappando i telefoni cellulari circostanti la figura di Hariri prima del suo assassinio, sarebbe riuscita individuare otto apparecchi presenti nei dintorni dell’ex Premier da dopo le sue dimissioni fino alla sua morte, quando hanno cessato la loro funzione.
Tutti sarebbero stati acquistati in contemporanea a Tripoli, sei settimane prima, utilizzati solo per chiamate fra gli stessi e non più utilizzati dopo l’attacco.
A loro volta farebbero parte di una squadra di almeno altri venti cellulari identificati in prossimità, tutti ricollegabili al braccio operativo del Partito di Dio.
Questa svolta ha permesso di identificare quattro dei responsabili, latitanti e a giudizio in contumacia, e un quinto imputato che potrebbe essere separatamente processato.

Il Presidente siriano aveva sempre respinto le responsabilità dell’omicidio, e Hezbollah non ha mai riconosciuto il Tribunale speciale.

Lo scorso 16 dicembre, a Leidschendam, è cominciato il processo. I quattro imputati, militanti di Hezbollah, non sono presenti al dibattimento.
«Hezbollah fece seguire Rafik Hariri per 50 giorni prima di ucciderlo. Ne studiò ogni mossa, ogni appuntamento, ogni abitudine. Poi colpì a colpo sicuro», ha dichiarato Norman Farrell,  il quarto procuratore del Tribunale Internazionale che da giovedì scorso guida l’accusa nel processo contro i membri di Hezbollah accusati.
«Fu una operazione altamente sofisticata»,  continua Farrell ai microfoni del quotidiano libanese ‘Daily Star’, «che si avvalse di modernissime tecnologie di intercettazione. Lo studio delle cellule telefoniche indica chiaramente che i cinque imputati seguivano da vicino Rafik Hariri e che erano nelle vicinanze quando esplose l’autobomba, quindi fu uno di loro ad attivare il telecomando».

A quasi nove anni dall’esplosione che ha segnato il più pesante crimine a sfondo politico in Libano, dopo la fine della guerra civile, il Paese ha l’occasione di fare chiarezza su questa pagina buia della sua storia.

Il rischio che sollevano numerosi analisti, però, è che se dovesse delinearsi la responsabilità di Hezbollah, potenzialmente potrebbe essere il caos: nemmeno l’Esercito regolare ha, al momento, la forza di applicare un’ipotetica condanna contro i membri delle milizie sciite. Il Segretario di  Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha dichiarato ripetutamente il disconoscimento di qualunque autorità del Tribunale speciale per il Libano, e di conseguenza l’illegittimità di arresti nei confronti dei suoi membri.

Quel che è certo è che questo caso rappresenta l’ennesimo confronto fra i due grandi rivali del Medio Oriente: l’Iran, grande ombra finanziatrice di Hezbollah e Bashar al-Assad, e l’Arabia Saudita, principale interlocutore della coalizione 14Marzo di Saad Hariri, figlio di Rafīq, che negli Emirati si è trasferito, per motivi di sicurezza, anni fa’.

Considerando la situazione già particolarmente tesa a causa del contagio siriano in Libano e libanese in Siria -con le milizie sciite attive nel conflitto a difesa del regime-, con Israele, a sud, che osserva nervosamente, e il tentativo di Ginevra 2 appena iniziato, è facile intuire come l’esito del processo olandese potrebbe essere devastante.

 

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