venerdì, Settembre 17

Il legame fra Europa e Stati Uniti a sessant’anni dai trattati di Roma

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Dietro a questo atteggiamento, tuttavia, è sempre esistito un certo grado di sfiducia nei riguardi delle capacità politiche europee. In questo senso, l’ironica domanda di Henry Kissinger su quale fosse ‘il numero di telefono dell’Europa’ nascondeva (ma nemmeno troppo) l’insoddisfazione di Washington nei confronti di un alleato incapace di parlare con una sola voce di fronte ai complessi problemi che s’intrecciavano nella prima metà degli anni Settanta. Questa insoddisfazione non è mai venuta meno, ed è riaffiorata in una lunga serie di congiunture critiche. In anni recenti, screzi evidenti sono emersi, per esempio, all’epoca dell’intervento militare in Kosovo (1999) e hanno alimentato il clima d’incomprensione e sfiducia che avrebbe caratterizzato la presidenza di George W. Bush (2001-2009).

Screzi simili sono emersi con regolarità nel corso della lunga campagna in Afghanistan o intorno al tema della conduzione di missioni militari sotto egida UE, oggi problematicamente ricondotte all’ambito NATO attraverso gli accordi c.d. ‘Berlin plus’. Anche gli anni della prima presidenza Obama – peraltro un periodo piuttosto tranquillo nel rapporto transatlantico – non sono stati privi di problemi, come attestano, fra l’altro, gli appelli del Presidente a un maggiore protagonismo europeo.

Può valere la pena chiedersi se la sfiducia verso l’Europa così apertamente manifestata dall’amministrazione Trump non possa, in qualche modo, agire da stimolo per superare l’attuale fase d’impasse. Non è casuale che il dibattito su come rilanciare il processo di integrazione abbia sperimentato un’accelerazione proprio in occasione della campagna elettorale statunitense. Passi avanti sono stati fatti, in questi mesi, sia nel dibattito sulle modalità con cui il processo deve essere portato avanti (con il definitivo sdoganamento dell’idea di un’Europa ‘a più velocità’), sia in alcuni ambiti specifici, come quello della Difesa, tradizionale area critica per la cooperazione intergovernativa.

Nessuno di questi passi avanti, tuttavia, sembra in grado di rilanciare, agli occhi dell’opinione pubblica, il processo di ‘costruzione dell’Europa’ o di accrescere la percezione dell’utilità di questa costruzione. Ciò vale anche (e a maggior ragione) per l’opinione pubblica statunitense, ai cui occhi l’Europa e l’Unione Europea rimangono entità in larga misura sconosciute. Nella misura in cui la posizione della Casa Bianca rispecchia tale atteggiamento diffuso, è probabile che, nei prossimi mesi, il processo di estraniazione reciproca che ha segnato gli ultimi anni prosegua. Con la consapevolezza, comunque, che per l’Europa come per gli USA il legame transatlantico è ormai una realtà ‘too big to fail’.

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