venerdì, Maggio 14

Il lavoro in Messico c'è, ma non paga Tra crescita occupazionale e salari insufficienti: intervista alla Prof.ssa Xelhuantzi (UNAM)

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Lavoro messico

Il mondo del lavoro messicano questo 1° maggio, non ha avuto nulla da celebrare. Ad un anno e mezzo dall’approvazione della riforma in materia, avvenuta in chiusura del mandato del Presidente Felipe Calderón, gli esperti sembrano concordare sullo stato critico dei diritti dei lavoratori nel Paese. Il ritorno del Partido Revolucionario Institucional (PRI) non sembra infatti aver invertito la rotta. I costi della manodopera sono ormai divenuti più bassi di quelli cinesi, come era già emerso dall’intervista col Presidente della Camera di Commercio Italiana in Messico, Alberico Peyron: un dato che, se da un lato sembra aver stimolato la crescita occupazionale nel Paese, dall’altro non può che portare all’insoddisfazione degli stessi lavoratori per salari considerati insufficienti. Non è quindi possibile evitare di chiedersi quale ruolo rivestano oggi i sindacati nel quadro politico messicano, dalla Confederación de Trabajadores de México (CTM, storicamente legata al PRI ma dall’influenza in apparente declino) a sindacati più recenti e indipendenti dai maggiori partiti, come l’Unión Nacional de Trabajadores (CNT), e, da lì, di estendere l’indagine ad un quadro complesso che giunge sino al rispetto dei diritti umani, oltre che di quelli lavorativi. Ci siamo perciò rivolti alla Professoressa María Xelhuantzi López, dell’Università Nazionale Autonoma del Messico, per avere maggiori chiarimenti sulla situazione dei lavoratori messicani oggi.

 

Prof.ssa Xelhuantzi, secondo uno studio del Boston Consulting Group, il Messico ha costi manifatturieri più competitivi di quelli cinesi. Così, mentre il 72% dei lavoratori messicani è insoddisfatto del proprio salario, l’INEGI (Istituto Nazionale di Statistica e Geografia) afferma che l’occupazione manifatturiera è cresciuta in febbraio e si prevede un ritorno ai livelli del 2008. Lei come interpreta questa situazione?

Ciò che è drammatico, nello studio del BCG, è che intende la ‘competitività’ dei costi della manifattura in Messico semplicemente in termini di costi lavorativi bassi e, in ultima istanza, come salari bassi. Il Messico, in effetti, è uno dei dieci Paesi del mondo coi salari più bassi, ciò che si riflette in quel 72% di lavoratori messicani insoddisfatto del proprio salario. Nessuno può essere soddisfatto con salari miserabili, in particolare avendo noi imprese di cui alcune hanno livelli di guadagno tra i più alti al mondo. Per esempio, la banca spagnola BBVA, che in Messico lavora come Bancomer, ha riconosciuto che la sua filiale in Messico è la più redditizia nel mondo. Non è possibile comprendere la vergognosa disuguaglianza in Messico al margine di questa formula di salari miserabili ed enormi guadagni. Ciò ha senso in relazione all’incremento dell’occupazione industriale. Le imprese vengono in Messico cercando esattamente costi del lavoro e, nello specifico, salari bassi. Questa è la competitività che, in particolare negli ultimi trent’anni, ha venduto il Governo messicano, i salari bassi.

Nell’ottobre del 2012, lei disse che la riforma lavorativa avrebbe portato «occupazione precaria o di cattiva qualità». Come la giudica al giorno d’oggi? Quali problemi permangono?

In effetti, la riforma lavorativa non ha fatto altro che legittimare i salari bassi. Mi sembra importante segnalare che alla base del problema dei salari bassi in Messico ci sono i controlli del corporativismo, e questa è una delle maggiori critiche che possono e devono esser fatte alla riforma lavorativa: non ha portato cambiamenti, bensì, in alcuni casi, ha rinforzato il sistema corporativo di controllo dei sindacati  delle relazioni tra operai e padronato.

Si parla spesso del problema dell’outsourcing per quanto concerne i lavoratori: può spiegarci la situazione specifica in Messico?

Così come nel resto del mondo capitalista, l’outsourcing è diventato una vera industria in Messico, che di certo è stata legalizzata dalla recente riforma del lavoro. Però, a differenza del resto del mondo, la terziarizzazione o il subappalto hanno raggiunto dimensioni sproporzionate per il fenomeno del sindacalismo di protezione padronale, che limita completamente i diritti dei lavoratori. È noto che il subappalto è utilizzato dalle imprese per abbattere i costi del lavoro ed evitare i sindacati, se poi a questi aggiungiamo che in Messico le stesse imprese contano sulla possibilità di simulare il sindacato e la negoziazione collettiva, allora la perdita di diritti legata al subappalto si moltiplica.

Il 1° maggio ci sono state critiche per la colazione del Presidente Peña Nieto coi sindacati. La CGT esercita ancora un ruolo efficace nella mediazione tra lavoratori e amministrazione? E quale ruolo hanno i sindacati più recenti, quali ad esempio l’UNT?

La CTM e, in generale, il sindacalismo congiunto nel Congresso del Lavoro, sono gli esponenti principali del controllo sindacale esistente in Messico, con le sue differenti espressioni, tra cui la corruzione. Continuano ad essere utili al sistema perché rappresentano un enorme apparato e strutture che permettono mantenere in riga i lavoratori ed evitare la formazione di nuovi sindacati autonomi od evitare la crescita dei pochi sindacati reali e più indipendenti che esistono nel Paese.

La UNT è senza dubbio l’espressione più importante di questo sindacalismo indipendente, benché sia necessario riconoscere che anch’essa manifesta ritardi ed inerzie che ne hanno limitato la crescita. Esistono al suo interno sindacati che ricreano vecchie pratiche autoritarie e corporative. Forse il problema principale della UNT è che alcuni dei suoi sindacati non cercano davvero di rompere col corporativismo, ma piuttosto di seguire a ricavarne vantaggi e sorreggerlo. Da qui il fatto che, a parte il sindacato dei telefonisti (STRM) e il FAT [Frente Auténtico del Trabajo, ndr] in misura molto minore, la UNT non ritiene l’organizzazione sindacale, la crescita sindacale ed all’elevazione della densità della negoziazione collettiva, come uno dei suoi obiettivi strategici, ed in ciò assomiglia al sindacalismo corporativo.

Per contro, qual è invece l’influenza di organismi padronali come il CMHN nelle decisioni che riguardano i diritti dei lavoratori?

La nuova Legge Federale del Lavoro è stata elaborata fondamentalmente per gli avvocati di questi organismi padronali, non solo del Consiglio Messicano degli Uomini d’Affari, ma anche di Coparmex [Confederación Patronal de la República Mexicana, ndr] e della Canacintra [Cámara Nacional de la Industria de Transformación, ndr].

Quali rapporti hanno le riforme in altri ambiti, educazione e liberalizzazione del settore energetico in particolare, sollecitate da organismi internazionali come l’OCSE (il cui direttore è un rappresentante del PRI)? Come influiscono sui diritti dei lavoratori messicani?

Abbiamo visto che praticamente tutte le cosiddette riforme strutturali – quella energetica, quella educativa, quella finanziaria e perfino quella delle telecomunicazioni – comprendono parti di riforma del lavoro che tentano di ridurre e colpire i diritti dei lavoratori. Ognuna di esse è, in parte, una piccola riforma del lavoro nel proprio ambito di competenza.

Può descriverci la situazione del mondo del lavoro agricolo per comprendere meglio gli aspetti del patto rurale?

I contadini poveri che costituiscono l’immensa maggioranza del bracciantato messicano sono il prodotto sociale e politico più radicato di un sistema politico che si è fondato nel corporativismo e nel clientelismo e che li ha resi molto controllabili. Il settore agrario, in particolare quello avviato dall’amministrazione di Lázaro Cárdenas negli anni ’30 del XX secolo, fu l’espressione più importante del clientelismo in Messico, come forma di dominazione basata sulla disuguaglianza e sulla concessione di terre o di promesse di terra in cambio della sottomissione politica. Nonostante oggi non esistano praticamente più terre da ripartire, il clientelismo continua ad operare attraverso crediti, sussidi, etc., che hanno reso tremendamente improduttivo e dipendente l’agricoltura messicana. La riforma principale di cui ha bisogno il campo messicano non è produttiva, bensì politica.

Due aspetti ‘informali’ mi incuriosiscono: l’estensione dell’economia sommersa nel Paese e la presenza dei migranti centroamericani. Come influenzano il mercato del lavoro e i diritti non solo dei lavoratori, ma anche quelli propriamente umani? Ci sono seri rischi di sfruttamento lavorativo?

L’espansione dell’economia informale è conseguenza diretta del fenomeno della desalarizzazione nel Paese, vista anche come precarizzazione salariale. Molte persone preferiscono impiegarsi in questo tipo di attività, dalle quali ottengono entrate maggiori che dai salari dell’economia formale. Questo è solo un eccellente brodo di coltura per la delinquenza ed il sicariato, per cui lo sfruttamento è, in effetti, non solo lavorativo, ma riguarda anche i diritti umani.

 

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