lunedì, Agosto 15

Il Kosovo si riaccende Nuove tensioni per l’annoso problema delle targhe auto e delle carte d’identità. Questa volta come farà la comunità internazionale a spiegare alla Serbia che la sua integrità territoriale è diversa da quella dell’Ucraina?

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Non molti telegiornali hanno parlato di cosa sta succedendo in Kosovo, e chi ne ha parlato ha parlato semplicemente di tensioni, senza spiegare realmente quanto avviene. In realtà il motivo delle attuali tensioni è sempre lo stesso, ovvero il problema delle targhe e dei documenti della ormai minoranza serba che vive in Kosovo.

In Kosovo e Metohija, nella forma traslitterata dal serbo di quello che più comunemente conosciamo come Kosovo, questo tipo di tensioni vanno avanti ormai da anni. Nel Kosovo del Nord è dal 2011 che ci sono proteste, che hanno portato più volte a crisi sia diplomatiche che militari ai valichi di confine a causa delle proteste dei serbi kosovari, per le targhe serbe dei propri veicoli. Scaramucce armate tra la comunità serba e la polizia kosovara praticamente si può dire che non sono mai terminate dalla fine della guerra.

Lo scorso settembre ero nella regione come giornalista embedded con il contingente KFOR, e anche in quei giorni ci sono state proteste ai valichi di confine, con schieramento dei reparti della Kosovo Police, mentre sul versante serbo si rispondeva con invio di militari e perfino sorvoli di caccia. Anche i militari NATO scesero in campo nel rispetto del proprio mandato.

Facciamo un sunto di quello che è successo in Kosovo. Dopo la guerra del 1999, tra separatisti kosovari che combattevano sotto le insegne del UCK e le forze militari della Serbia, si pose fine al conflitto grazie all’intervento della comunità internazionale. In base alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite numero 1244 del 1999, il Kosovo fu provvisto di un governo e un parlamento provvisori, e posto sotto il protettorato internazionale UNMIK e NATO. Le elezioni del 2007 elessero un governo di grande coalizione guidato dall’ex capo paramilitare dell’UCK, Hashim Thaçi che, scaduti a dicembre 2007 il termine dei negoziati con la controparte, iniziò a preparare il passaggio unilaterale all’indipendenza. L’Unione Europea rispondeva a tale azione lanciando la missione civile per l’ordine pubblico e lo Stato di diritto denominata EULEX, tuttora in essere, in affiancamento alla missione KFOR sotto egida NATO. La dichiarazione unilaterale d’indipendenza della Repubblica del Kosovo venne adottata il 17 febbraio 2008 dal parlamento di Pristina. Da quel dì, in Kosovo, vige una pace che cova sotto le ceneri i tizzoni della guerra.

È giusto precisare che la Repubblica del Kosovo è attualmente riconosciuta da 100 Stati tra cui USA, Inghilterra, Italia, ecc. Ma è ancor più interessante precisare da chi non è riconosciuta l’indipendenza kosovara, ovvero da Russia e Cina che continuano a considerare quel territorio una provincia autonoma della Serbia. Inoltre anche 5 Stati europei si oppongono a tale riconoscimento e sono: Spagna, Cipro, Romania, Slovacchia e Grecia. È curioso notare che a partire dal 2017, ci sono stati anche alcuni Paesi che hanno smesso di riconoscere l’autonomia tra cui: Burundi, Papua Nuova Guinea, Madagascar, Repubblica Centrafricana, Ghana, Sierra Leone, ecc.

Questo ci porta alla complicata situazione odierna. A oggi il motivo della discordia, come abbiamo già detto è la questione identitaria, che passa per le denunce di discriminazioni dei serbida parte dei kosovari. E che vede come atto culminante la volontà di Pristina d’imporre una legge che prevede il cambio delle targhe serbe dalle auto circolanti in Kosovo e le carte d’identità kosovare a fronte di quelle serbe. Tale atto è inaccettabile per un Paese e per le sue comunità locali che ritengono il Kosovo un proprio spazio d’identità culturale. Accettare tale imposizione vorrebbe dire riconoscere l’autoproclamata autonomia. In Serbia, il sentimento verso il Kosovo è ben rappresentato da una comunissima canzone dal titolo ‘Kosovo je Srbija, cioè ‘Kossovo è Serbia’, la quale viene cantata anche nelle serate in discoteca.

Per adesso il problema dell’entrata in vigore della legge che impone l’adozione di nuove targhe, che ha portato alle barricate e alle tensioni a Mitrovica e ai valichi di confine di Jarinje e Bernjak, è stata rimandata al 1° settembre. Ma perché oggi preoccupano delle tensioni che in fin dei conti vanno avanti dal 2011? Cosa è cambiato in undici anni? È cambiata la situazione geopolitica. Infatti è giusto riportare alcune dichiarazioni per meglio far comprendere la polveriera serbo-kosovara.

I Serbi si sentono un popolo fratello della Russia. Inoltre, dallo scoppio della guerra in Ucraina, in Serbia avvengono due cose: la prima sono le manifestazioni e i caroselli in strada a favore dell’Operazione Militare Speciale, e la seconda il riaffermare l’unicità territoriale della Serbia e del Kosovo, proprio per le posizioni della comunità internazionale sulla questione Ucraina. Mi spiego meglio, se la comunità internazionale ha più volte affermato che il Donbass, nonostante la volontà popolare espressa anche attraverso il voto, è parte integrante dell’Ucraina e quindi l’integrità territoriale deve essere rispettata, la Serbia si sente discriminata dalla stessa comunità che invece venti anni or sono ha concesso e in parte riconosciuto l’autoproclamata autonomia kosovara. E questo complica le cose.

Ma per capire ancor meglio, dobbiamo leggere alcune dichiarazioni avvenute in questi giorni, in seguito ai disordini nel nord del Kosovo.

KFOR in un comunicato stampa datato 31 luglio afferma che: «La situazione generale della sicurezza nei comuni settentrionali del Kosovo è tesa. La missione KFOR guidata dalla NATO sta monitorando da vicino ed è pronta a intervenire se la stabilità è compromessa, in conformità con il suo mandato, derivante dalla risoluzione UNSC 1244 del 1999». E ancora: «La KFOR mantiene una posizione visibile e agile sul campo e il comandante della KFOR è in contatto con tutti i suoi principali interlocutori, compresi i rappresentanti delle organizzazioni di sicurezza del Kosovo e il capo della difesa serbo». È giusto precisare che la missione KFOR potremmo paragonarla a un arbitro che cerca in tutti i modi di garantire il gioco pulito tra le parti.

Voglio riportare qualche passaggio delle dichiarazioni del Presidente serbo, Aleksandar Vučić: «Non si possono fermare i serbi di Zubina Potok, Zvečan, Kosovska, Mitrovica e dire che non possono attraversare con una carta d’identità Serba, perché non rappresentano (i kosovari, nda) un altro Paese, né stanno transitando in un Paese terzo». E ancora: «Pregheremo per la pace e cercheremo la pace, ma non ci sarà alcuna resa e la Serbia vincerà. Se osano perseguitare, maltrattare e uccidere i serbi, la Serbia vincerà». Parole che demarcano tutta la fermezza di una nazione che non ha assolutamente rinunciato a una porzione di quello che reclama come parte integrante di sé.

Ulteriore dichiarazione su cui mi voglio soffermare è quello della portavoce del Ministero degli Esteri russo M.V. Zakharova: «Questo è un altro passo verso l’espulsione della popolazione serba dal Kosovo e l’allontanamento delle istituzioni serbe del Kosovo, che proteggono i diritti della popolazione serba dal dominio arbitrario dei radicali di Pristina guidati dal ‘Primo Ministro’ Kurdi. I leader kosovari sanno che i serbi non resteranno indifferenti a un attacco diretto alle loro libertà e stanno deliberatamente aggravando la situazione per lanciare uno scenario violento. Naturalmente, anche Belgrado è sul fronte dell’attacco, che l’Occidente vuole ulteriormente ‘neutralizzare’ con le mani degli albanesi del Kosovo. Chiediamo a Pristina e agli Stati Uniti e all’Unione Europea, che la sostengono, di fermare le provocazioni e di rispettare i diritti dei serbi in Kosovo. Un simile sviluppo è l’ennesimo esempio del fallimento della missione di mediazione dell’Unione Europea. È anche un esempio del posto che è stato dato a Belgrado nell’Unione europea, invitandola ad accettare l’esautorazione di fatto dei suoi connazionali».

Per adesso il problema è rimandato al 1° settembre. Con l’attuale situazione geopolitica, la non soluzione trovata nel 1999 potrebbe di nuovo detonare in un nuovo conflitto. Questa volta come farà la comunità internazionale a spiegare alla Serbia che la sua integrità territoriale è diversa da quella dell’Ucraina?

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