sabato, Ottobre 16

Il ‘Jihad commerciale’ saudita spacca l'OPEC Mentre il prezzo del greggio continua a scendere, gli esportatori di petrolio si dividono

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petrolio opec

Quanto vale un barile di greggio? Sembra questa la domanda che negli ultimi giorni sta dividendo i membri dell’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio. E in effetti, il prezzo del petrolio sembra sfuggito di mano agli stessi Paesi produttori, viaggiando al ribasso verso livelli che non si registravano da anni. Tutta colpa del calo della domanda di grandi consumatori come l’Unione Europea in crisi o l’Asia a sua volta rallentata? O c’è di più?

Secondo diversi analisti, la caduta libera delle quotazioni dell’oro nero sarebbe il risultato di una vera e propria guerra commerciale intrapresa dal membro dell’OPEC più influente, l’Arabia Saudita. Che avrebbe aumentato unilateralmente la propria produzione di petrolio con il fine di abbassarne il prezzo, ignorando il principio base dell’OPEC che impone ai membri di concordare le quote di produzione di ognuno in modo tale da tenere sotto controllo il prezzo del greggio. E proprio questa iniziativa saudita, che minaccia di svilire l’OPEC privandola della sua arma più potente, il coordinamento delle politiche commerciali, avrebbe causato malumori in diversi Paesi esportatori.

Così la scorsa settimana, il Ministro degli esteri del Venezuela, Rafael Ramirez, ha richiesto un incontro di emergenza dei Paesi dell’OPEC per rispondere alla tendenza al ribasso dei prezzi. Il Venezuela, membro dell’OPEC e maggiore riserva di petrolio al mondo, negli ultimi tempi ha registrato un calo nelle entrate da petrolio, soprattutto a causa del recente sviluppo produttivo interno del suo maggiore acquirente, gli Stati Uniti. Dai toni con cui Ramirez ha parlato di ‘emergenza’ si evince come Caracas sia preoccupata dal ribasso dei prezzi o, piuttosto, dalla corsa al ribasso che ne potrebbe seguire.

Basti pensare che a metà ottobre la quotazione del ‘Brent’, il principale indice di riferimento per i prezzi del petrolio in Europa, è diminuita dell’1,5% in un solo giorno, arrivando a toccare 88,89 dollari a barile. Un bel salto dai 125 dollari del 2012. Secondo diversi analisti, questo sarebbe il risultato dei tagli al prezzo del greggio operati la settimana prima proprio dall’Arabia Saudita.

Una decisione che non poteva restare senza conseguenze a livello globale; soprattutto, dopo che il Kuwait e gli Emirati Arabi Uniti, non è chiaro se per accordi con Riad o per timore di perdere clienti sul mercato, avrebbero fatto altrettanto. Questa volta, però, la mossa sembra aver provocato reazioni più consistenti, nell’ambito di un’OPEC che da anni è teatro di una battaglia tra due fazioni: da un lato, la triade Arabia Saudita, Kuwait ed Emirati Arabi, favorevoli al mantenimento del prezzo del barile al di sotto dei 100 dollari, la cosiddetta ‘soglia psicologica’; dall’altro Venezuela, Iran e Algeria, che spingono per una riduzione coordinata della produzione e, di conseguenza, un innalzamento dei prezzi del petrolio.

Uno scontro che coinvolge anche l’Unione Europea, trascinata nel bel mezzo di questo ‘Risiko’ internazionale in seguito ai disordini in Ucraina e all’allontanamento dalla Russia: eventi che hanno privato il nostro Continente di un canale di fornitura energetica fondamentale, rendendoci sempre più dipendenti dalle risorse dei Paesi dell’OPEC. E sempre più invischiati nelle loro schermaglie politico-commerciali.

Ma cosa avrebbe spinto l’Arabia Saudita a scatenare questa guerra dei prezzi? Secondo un recente articolo del ‘Wall Street Journal’, la mossa dei sauditi arriverebbe dopo diversi tentativi di creare un consenso, all’interno dell’OPEC, per un politica coordinata mirante a ribassare i prezzi del petrolio. Avendo ottenuto, all’inizio dell’estate, scarso seguito da parte degli altri membri, Riad avrebbe deciso di diminuire i prezzi autonomamente, diventando un venditore particolarmente conveniente per il boccheggiante mercato europeo e mettendo così in difficoltà gli altri esportatori. Ciò avrebbe spinto, recentemente, anche l’impresa irachena ‘State Oil Marketing Company’ a decidere un taglio del prezzo del greggio ‘Basrah Light’ a partire da novembre, rendendolo più conveniente del ‘Brent’ europeo.

Secondo Clifford Krauss, del ‘New York Times’, le cause del ribasso dei prezzi sarebbero molteplici. Da un lato, la crescita recente della produzione degli Stati Uniti avrebbe fatto diminuire le importazioni dai Paesi del Golfo, spingendo questi ultimi a cercare nuovi clienti in Asia e spingendo l’Arabia Saudita ad adottare un prezzo estremamente concorrenziale. In generale, comunque, si registra un aumento della produzione a livello globale 0(anche la Libia, durante l’estate, ha aumentato la produzione di 500.000 barili al giorno), tanto che il petrolio prodotto supererebbe di un milione di barili al giorno il fabbisogno mondiale attuale. Eccesso di offerta sulla domanda: lo scenario ideale per un crollo dei prezzi.

Certamente, la situazione nella regione non è stabile, e basterebbe, ad esempio, un ennesimo scossone politico in Libia, con conseguente interruzione del flusso di petrolio, o la conquista da parte dei combattenti dello Stato Islamico (ISIS) dei ricchi pozzi del sud dell’Iraq per mutare nuovamente la situazione.

Non sembra avere dubbi il corrispondente Pepe Escobar per il sito di informazione russo ‘RT’, secondo cui l’Arabia Saudita avrebbe intrapreso una vera e propria guerra economica mirata contro alcuni precisi produttori di petrolio. Approfittando della recente ‘débâcle’ nella produzione della Siria e del taglio nella produzione dell’Iran di circa un milione di barili al giorno a causa delle sanzioni economiche euro-statunitensi, Riad si starebbe lanciando in una politica predatoria nei confronti della fetta di mercato di questi Paesi. Inoltre, starebbe spingendo altri produttori, soprattutto Iraq e Venezuela, a seguire la propria politica di aumento della produzione e quindi abbassamento del prezzo del petrolio. Una sorta di ‘Jihad commerciale’ a matrice saudita ai danni dei concorrenti sciiti (Iran e Iraq) e dei loro alleati (Venezuela e Siria), con un obiettivo finale, secondo Escobar, più grande: la Federazione Russa. Dallo scorso luglio, infatti, il Rublo russo si sarebbe svalutato del 14% rispetto al dollaro, a seguito delle sanzioni economiche che hanno colpito il Paese: un ‘trend’ destinato a rendere sempre più conveniente il petrolio russo per i compratori europei e per il loro Euro forte. Attraverso un ribasso competitivo, pertanto, l’Arabia Saudita starebbe cercando di sostituirsi alla Russia come fornitore dell’UE. Il tutto, prima che Bruxelles, rendendosi conto della convenienza del prodotto russo, ammorbidisca la propria posizione nei confronti di Mosca e recuperi i propri contatti commerciali ‘Euro-asiatici’.

Un gioco al massacro, sconveniente in primo luogo proprio alla fiacca economia europea: basti pensare che il tipo di petrolio prodotto in Arabia Saudita, molto più leggero di quello che circola normalmente nei nostri impianti, richiederebbe una costosa opera di aggiornamento dell’intera infrastruttura europea di trasporto, lavorazione e smistamento. Una spesa che, a conti fatti, difficilmente potrà essere compensata dalla stagione di saldi inaugurata da Riad.

 

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