sabato, Settembre 18

Il green pass, l’informazione e il sonno della ragionevolezza Quando nell’ansia di stigmatizzare le deprecabili furbizie degli oppositori del green pass, anche il più grande quotidiano italiano sbarella e se la prende anche con le vittime, i ristoratori

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Qualche volta, lo zelo può tradirci, spingendoci a confondere i protagonisti di una vicenda, collocandoli sullo stesso scaffale. Succede anche al più grande quotidiano italiano che, nell’ansia di stigmatizzare, giustamente, le deprecabili furbizie degli oppositori del green pass, se la prende anche con le vittime, nella fattispecie i ristoratori. Mi riferisco ai ristoratori che rispettano le regole.

Il giornale di cui parliamo, titola e scrive, maliziosamente, che alcuni ristoratori fanno accomodare all’interno gli avventori provvisti di green pass, dunque ‘punendoli‘ (il virgolettato era nel titolo), mentre coloro che ne sono privi, vengono fatti accomodare all’esterno, di fatto premiandoli coi posti più graditi, vista la stagione.

Non credo che una testata debba per forza fare pedagogia civile, ci mancherebbe, ma non penso nemmeno debba diventare l’esagitato nelle discussioni da osteria, cercando di cavalcare il sentimento prevalente, ci sono già i politici a fare da maestri nel genere.

Proviamo a metterci nei panni di un ristoratore, depurando la categoria dalla fisiologica quota di ‘furbi’, e guardiamo la questione con equilibrio. Per farlo basta un filo di ragionevolezza, soprattutto considerando che molte categorie sono state profondamente toccate nelle proprie sicurezze, piccole o grandi che fossero, nel proprio reddito, nelle prospettive legate al tempo a venire. Ad esempio, tutti d’accordo sullo Smart Working, ma una città come Milano faceva girare ingenti risorse nella famosa ‘pausa pranzo’, che significa numerosissimi posti di lavoro, per non parlare delle conseguenze sui mondi interiori degli individui, che grazie alle interazioni sociali si nutrono e si modellano.
In quella stessa pausa pranzo altro cibo girava e lavorava, intrecciando mondi e aprendo finestre. Proprio così, ma su questo aspetto probabilmente saremo costretti a tornare con costanza, forse presto, magari quando saranno scemate parte delle certezze che si formano considerando solo un frammento del problema e delle relative ricadute.

È ovvio che la pandemia può essere una grande occasione per ragionare sui gravami che il lavoro deposita sulla vita dell’uomo, ma non credo sia saggio prendere scorciatoie quando si mette mano all’impianto delle interazioni sociali. Occorre avere chiaro quale tasto si sta toccando e a quali conseguenze quest’azione può dare luogo.

Ma riprendiamo il tema del cibo all’aperto o al chiuso, rimettendoci nei panni del ristoratore. Se davanti a noi ci sono cento avventori e a tutti costoro piacerebbe mangiare fuori, cercheremo di accontentarli, tuttavia se i posti a sedere non sono sufficienti, dovremo distribuirli meglio che possiamo, facendo in modo che anche le trenta persone senza green pass possano fermarsi a cena, visti i chiari di luna e la possibilità che magari tra un mese si torni alla serrata.

Al ristoratore non verrà certo in mente di agire secondo il criterio del premio e della punizione,semmai cercherà di muoversi scegliendo una strada che accontenti tutti, compreso se stesso, considerato che coloro che sono privi di certificazione non possono mangiare all’interno, mentre coloro che la possiedono possono. Dunque, l’unico modo per non mandare via nessuno è sistemare i renitenti al green pass nella parte esterna, sperando -eccola- nella ragionevolezza degli altri ospiti.

Sebbene ne avrebbero diritto, questi ultimi non dovrebbero sentirsi feriti da tale compromesso a fin di bene, semmai avvertire la responsabilità e la soddisfazione di avere favorito una soluzione ragionevole, fermo restando il fatto che ifurbinon piacciono a nessuno, nemmeno al ristoratore, e non c’è piùfurboed egoista di chi gioca con la vita degli altri.

Non parlo delle persone che presentano comprovate fobie per i vaccini, ne abbiamo incrociate diverse in questi mesi, mi riferisco invece ai funamboli che gettano nella vita sociale tutte le proprie questioni irrisolte, attentando alla vita di chi non possiede strumenti per difendersi dalle loro suggestioni.

Lucrare un posto all’aperto, a scapito degli aventi diritto, mettendo i ristoratori -lavoratori come gli altri- in una condizione di grave difficoltà, è uno dei rari canti del cigno di costoro, perché il mondo si sta chiudendo inesorabilmente intorno alle loro vite, stringendo una morsa che si farà sempre più stretta, creando un muro che li confinerà in uno spazio sempre più angusto, dove l’ossigeno si esaurirà in fretta.

Progressivamente i ribelli del green pass saranno chiamati a decidere se essere parte della comunità umana allargata, imperfetta ma l’unica in grado di tutelarli, anche da se stessi, oppure smarrirsi nelle nebbie dell’individualismo e della ribellione aspecifica, che stavolta prende il pretesto della pandemia e domani se ne inventerà un altro, perché il problema non è fuori ma dentro di loro, che non cercano conciliazioni ma tendono a minare le fatiche degli altri con l’esibizione della propria perenne scontentezza.

Dovranno decidere se mantenere il privilegio della ragionevolezza, oppure se seguire fino in fondo la strada del disfattismo e dell’irresponsabilità, pagando delle conseguenze che si preannunciano drastiche, perché la società è in pericolo e non può rinunciare a tutelare le persone più deboli.
Nel frattempo, sarebbe bene che la stampa evitasse di alimentare la confusione e il risentimento, inseguendo emozioni in libertà, che non dovrebbero trovare cittadinanza su un quotidiano così prestigioso.

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