mercoledì, Aprile 21

Il ‘grande ritorno’ di Hamas da Gaza verso Israele Dall’inizio della manifestazione per la 'Giornata della Terra' si contano 6 palestinesi uccisi e la protesta è ancora al suo primo giorno

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Il 30 marzo del 1976 le autorità israeliane decisero di espropriare circa 5.250 acri di terre della Galilea: l’esercito venne allora inviato in tre Paesi (Sachin, Arraba e Deir Hanna) per tenere a bada le proteste da parte dei palestinesi che scaturirono a seguito di questa decisione. Ne nacque una violenta repressione che portò alla morte di 6 persone e centinaia di feriti: per commemorare le vittime degli scontri e per continuare a protestare contro le politiche colonialiste israeliane, ogni anno i palestinesi celebrano ‘The Land Day’.

Quest’anno, le manifestazioni in occasione della Giornata della Terra si prevedono più rischiose del solito anche per il fatto che non si limiteranno alla sola giornata di oggi, ma proseguiranno per altre sei settimane, fino al 15 maggio, in cui si ricorderà da una parte – quella palestinese – la ‘naqba’ ovvero la ‘catastrofe’ a seguito della quale in migliaia furono costretti a fuggire dalle loro terre, dall’altra invece – quella palestinese – il settantesimo anniversario (il 14 maggio) dalla nascita dello Stato di Israele.

A capo di questa ‘grande marcia di ritorno’, così com’è stata chiamata per simbolizzare il ritorno dei palestinesi nelle loro terre, c’è Hamas che ha di fatto creato una tendopoli nella zona della striscia di Gaza al confine con Israele. Le dimostrazioni hanno preso inizio dopo la preghiera delle 12 di oggi e sono previste delle navette per portare manifestanti provenienti da tutta Gaza proprio sul luogo della protesta, ma si è avuta la notizia di una prima vittima già intorno alle 7 di questa mattina, quando un giovane agricoltore palestinese di 27 anni sarebbe stato ucciso nel sud di Gaza da alcuni colpi dell’artiglieria israeliana. “La realtà di Gaza è una realtà diversa da quella della West Bank: intanto perché è stata abbandonata, liberata sì dall’occupazione israeliana ma gli israeliani ne controllano tutt’ora tutti i confini esterni” ci spiega Eric Salerno, giornalista e scrittore, esperto di questioni africane e mediorientali. “Da tener presente anche che sul confine, dalla parte interna (dalla parte di Gaza) è stata creata già da anni una sorta di terra di nessuno, un’ulteriore ‘striscia’ di 700 metri in cui non dovrebbero arrivare i palestinesi, né quelli buoni né quelli cattivi e nemmeno i combattenti.”

Questa manifestazione potrebbe sembrare, di fatto, l’ennesimo pretesto da parte palestinese di arrivare ad un nuovo conflitto, anche se le intenzioni dichiarate di Hamas sarebbero solo quelle di manifestare per richiamare l’attenzione sulla situazione di centinaia di migliaia di abitanti di Gaza, i cui parenti sono fuggiti o sono stati costretti ad abbandonare le loro abitazioni durante la guerra del 1947-1948. Dal loro canto, gli israeliani fanno sapere di voler evitare di fare vittime e di usare in ogni caso la forza minima per poter rispondere ad eventuali attacchi, ma tutto sta ad evitare anche che i palestinesi vadano oltre quella linea e quello spazio che li divide dai territori israeliani, riferisce il membro del gabinetto di sicurezza di Netanyahu, Yoav Galant.

E ancora l’ambasciatore americano Danny Danon ha scritto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite avvertendo del tentativo dei leader palestinesi di cercare il conflitto con degli scontri di massa. L’esercito israeliano perciò non ha chiaramente perso tempo: si parlerebbe di un centinaio di cecchini disposti lungo tutto il confine e secondo quanto riportato dal ‘Times of Israel’, “altri battaglioni dell’esercito e unità della polizia di frontiera sono schierati lungo il confine di Gaza, al fine di impedire ai manifestanti di attraversare”, mentre sono comunque schierati altri agenti di polizia per contenere un’eventuale fuoriuscita di palestinesi che riusciranno ad abbattere la prima linea di difesa, infine altre squadre di soldati si trovano in pattugliamento nelle comunità ebraiche più vicine al confine.

Che si tratti di una provocazione, come ha dichiarato l’ambasciatore Danon, “è una cosa che anche gli israeliani sostengono” ci dice ancora Salerno, “ma questo lo diranno sempre di fronte a qualsiasi tipo di protesta palestinese, che sia organizzata ad alto livello, quindi da Hamas come in questo caso, sia che venga organizzata a livello popolare, ma se sia veramente un atto provocatorio questo non lo sappiamo. È vero invece che Hamas è in difficoltà rispetto al suo ruolo di gestione della Striscia, nella quale oramai vige una estrema povertà, non funzionano i servizi essenziali, l’elettricità ridotta al minimo. Senza dimenticare che oltretutto c’è un conflitto ancora più forte in questo momento tra Hamas, che come già detto gestisce formalmente la striscia, e l’autorità nazionale palestinese che gestisce il resto dei territori palestinesi occupati”.

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