domenica, Aprile 11

Il 'Grande Gioco' di Malacca field_506ffb1d3dbe2

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Lo stretto di Malacca, una strozzatura naturale situata tra l’Indonesia, la Malesia e Singapore, rappresenta attualmente una delle rotte marittime dal valore economico, strategico e geopolitico più rilevanti, dal momento che rappresenta il tragitto più rapido attraverso cui i preziosi transiti di materie prime provenienti dal Golfo Persico, quali petrolio, gas naturale e altre merci sensibili, giungono ai mercati asiatici attraverso una linea d’acqua che mette in connessione l’Oceano Indiano all’Oceano Pacifico, passando per il Mar Cinese Meridionale.

Nonostante l’esistenza di ‘percorsi alternativi’, come lo stretto di Lombok (tra l’omonima isola indonesiana e quella di Bali), tale rotta marittima rimane la più significativa per gli interessi dei grandi colossi economici asiatici e per le economie emergenti. Basti pensare che il volume di trasporto di petrolio che transita attraverso lo stretto di Malacca è secondo solo a quello dello stretto di Hormuz, nel Golfo Persico; si stima infatti che da qui passi circa il 40% del petrolio mondiale, con un transito navale medio annuo di circa 60.000 imbarcazioni e un volume di traffico mercantile giornaliero di quasi 14 milioni di barili.

Ma la rilevanza di questa sottile ‘lingua di mare’ (meno di tre chilometri nel suo punto di massimo restringimento) non riguarda semplicemente i traffici commerciali e i rifornimenti energetici. Essa non è solo una zona soggetta a frequenti attacchi da parte della pirateria marittima, ma anche il teatro di una ‘guerra non convenzionale’ tra le principali potenze asiatiche (e non solo) per assicurarsi la ‘leadership’ sulle operazioni connesse al mantenimento della sicurezza nelle acque dello stretto, innescando così dinamiche di competizione che vanno ben oltre la mera concorrenza sul piano economico.

Nel fornire un collegamento commerciale marittimo tra Oriente e Occidente, lo stretto detiene  un’importanza naturale e un valore economico enorme per paesi come Cina, India e Giappone, dal momento che la maggior parte dei loro scambi sono effettuati con mezzi via mare” spiega a ‘L’IndroNazery Khalid, Senior Fellow presso il Maritime Institute of Malaysia. “Nel caso del Giappone, gran parte dell’import energetico viene effettuato da petroliere che attraversano lo stretto. Per questo motivo, questi paesi sono desiderosi di salvaguardare il trasporto dei propri carichi attraverso questa rotta marittima, come risulta chiaro dal loro interesse nel mantenere lo stretto al sicuro da varie minacce. Nel corso degli anni, la Cina, l’India e il Giappone hanno fornito assistenza in denaro e di vario altro tipo agli stati costieri in settori quali il miglioramento della sicurezza della navigazione, la tutela ambientale nello stretto e in progetti multilaterali come il Cooperative Mechanism nello stretto di Malacca. Tutto questo sottolinea l’estrema importanza dello Stretto per questi paesi e per il mondo in generale. Naturalmente, l’eventualità di incidenti che potrebbero ostacolare il traffico di trasporto nello stretto è una questione di interesse e di rilevanza internazionale, come è risultato chiaro nel 2004, quando lo stretto è stato designato come una ‘war risk zone’ dal Lloyd’s Market Association of London, in rapporto all’elevato numero di casi di pirateria presenti all’interno di questa rotta marittima“.

L’importanza del controllo su questa ‘rotta energetica’ è una questione particolarmente rilevante soprattutto per Pechino, dal momento che da tale rotta passa circa l’80% delle importazioni di greggio dirette in Cina. Ma questa forte dipendenza dalle importazioni di petrolio, a cui si aggiungono il problema della piaga della pirateria e le tensioni causate dalla disputa sulle isole Spratly (contese tra Cina, Taiwan, Filippine, Vietnam, Malesia e Brunei), costituisce il cosiddetto ‘dilemma di Malacca’, a cui Pechino sta tentando di far fronte attraverso la messa a punto di strategie alternative, che le consentirebbero di ‘aggirare’ lo stretto.

Afferma Romeo Orlandi, docente di processi di globalizzazione ed Estremo Oriente all’Università di Bologna e vicepresidente di Osservatorio Asia: “la Cina ha un’assoluta impellenza di petrolio, che importa non soltanto dal Medio Oriente, ma anche dalla Russia. La Cina oggi è il più grande ricettore di petrolio russo, superando in classifica anche la Germania. È chiaro quindi che chi controlla lo stretto di Malacca controlla i rifornimenti energetici. Soltanto che a controllarli non sono né la Cina né il Giappone. Gli attori più attivi in quest’area sono l’Indonesia e la Malesia e in parte anche Singapore. Ecco perché la Cina ha deciso di trovare delle soluzioni alternative, come la costruzione di due diversi passaggi, uno attraverso il Pakistan, che porta il petrolio nella regione dello Xinjiang, e uno attraverso la Birmania, che porta il petrolio – sempre via terra – dopo essere attraccato nei porti birmani, nella provincia dello Yunnan. La Cina ha bisogno di diversificare i propri approvvigionamenti, dal momento che lo stretto di Malacca è soggetto a tensioni politiche“.

Tali alternative, per Pechino, sono auspicabili anche in funzione della scomoda presenza statunitense, la cui superiorità navale nel Pacifico costituisce un ulteriore grattacapo per il Dragone, che deve far fronte, tra le altre cose, anche ai vari tentativi di containment da parte degli Stati Uniti. Washington è infatti ben consapevole che la dipendenza energetica di Pechino e le problematiche geografiche che caratterizzano lo stretto, rendono il rivale asiatico particolarmente vulnerabile sia dal punto di vista economico che militare.

Anche il Giappone ha intuito le potenzialità – se così si può dire – connesse alle problematiche dello stretto di Malacca, e alla loro sfruttabilità in funzione anticinese. Tokyo ha infatti rinverdito le relazioni diplomatiche con l’India, «partner naturale» del Giappone, come sottolineato da Manmohan Singh, Primo Ministro indiano. Con l’amministrazione di Abe Shinzo, Primo Ministro giapponese di orientamento ultraconservatore, è stata promossa una più profonda cooperazione sul versante della sicurezza militare e della lotta contro la pirateria tra Tokyo e Nuova Delhi (uno degli attori principali nella corsa al controllo sulla stretto di Malacca), scatenando le reazioni della stampa cinese.

Il forte ‘presenzialismo’ giapponese nello stretto di Malacca si attua prevalentemente attraverso i programmi di sostegno ODA (Official Development Assistance) rivolti agli Stati litoranei come Malesia, Singapore e Indonesia e attraverso il dispiegamento di personale militare e civile in operazioni di ricognizione e soccorso; in un’ottica cooperativa multilaterale e nel rispetto del principio di non interferenza negli affari interni degli Stati membri della comunità ASEAN. Questa ‘gara’ per il controllo di un’area nevralgica dal punto di vista economico e strategico, non può non rimandare all’analogo scenario attualmente in corso nel Mar Cinese Orientale. Agli interessi di carattere energetico che la Cina e il Giappone nutrono nei confronti dell’area marittima che circonda gli isolotti oggetto di contenzioso territoriale, si associa l’estrema importanza che essi rivestono a livello politico.

È infatti proprio l’escalation dei toni nazionalistici e il protrarsi delle tensioni tra i due Paesi a fornire al Paese del Sol Levante il pretesto  per promuovere una maggiore cooperazione in materia di sicurezza e difesa con nuovi e vecchi alleati, quali ad esempio gli Stati Uniti e l’India; ma anche con Mosca, storico alleato di Pechino, con cui Tokyo (già ‘sedotto’ dal gas naturale russo) ha recentemente siglato accordi di collaborazione in materia di sicurezza militare. Da molti definita come una nuova versione Sud-Est Asiatica del ‘Grande Gioco’ del XIX secolo, la sfida per il controllo sullo stretto di Malacca (giocata principalmente tra India e Cina) si configura attraverso vari quadri di cooperazione multilaterali, che sottendono però a interessi regionali (e globali) di più ampia portata.

 

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