lunedì, Giugno 21

Il grande affare dell’avorio e la tragedia degli elefanti

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L’equilibrio naturale della nostra umanità non può prescindere dalla constatazione che, invece, ogni uccisione comporta una tragedia in termini di ingiustizia, di crudeltà e di sofferenza.
La conferenza di Cambridge, a cui, nel 2012, parteciparono neuroscienziati di tutto il mondo, ha stabilito che molti animali (mammiferi, uccelli e molti altri quali il polpo) non solo sono esseri senzienti, ma sono dotati di consapevolezza. Questa dichiarazione, passata pressochè inosservata presso un’opinione pubblica distratta di suo e certamente non a caso disinformata da media tesi a mantenere lo status quo, avrebbe dovuto comportare enormi conseguenze, perché in grado di modificare lo stesso status degli animali, almeno di moltissimi di loro. Si è preferito farla passare pressochè sotto silenzio perché darle la rilevanza che le attiene avrebbe comportato uno tsunami etico: è possibile massacrare a nostro piacimento esseri capaci di sofferenza e, come noi umani, dotati di consapevolezza? La domanda è retorica.

Gli elefanti, in particolare, sono tra gli animali a cui è riconosciuta dagli etologi anche la capacità di provare empatia: esperimentano il senso della morte, hanno fortissimi legami solidali con il gruppo di appartenenza, vivono una complicata rete di relazioni. Di queste informazioni i cacciatori fanno buon uso: mirano spesso ai più piccoli, sapendo bene che questa è una trappola per gli altri, perché gli anziani metteranno a rischio la loro stessa vita per difenderli, rinunciando ad un legittimo tentativo di fuga. Non basta ancora: la morte, spesso, non è istantanea, ma preceduta da un’agonia che può anche essere di lunghissima durata, perché i loro assassini, una volta che li hanno mutilati delle zanne, se ne disinteressano e li abbandonano al loro destino.

L’ignoranza non è lecita: è del 1995 il libro cult di Jeffrey M. MassonQuando gli elefanti piangono‘, sul tema della vita emotiva degli altri animali, con un titolo che è emblematico: perché le lacrime degli elefanti non sono pura secrezione fisiologica, non lo sono più di quanto non lo siano le nostre di lacrime. A loro, esseri grandiosi e possenti, maestosi e solenni, siamo debitori di particolari creative crudeltà: sono tra coloro che i greci prima e i romani dopo assoggettarono, incatenarono, piegarono alla loro volontà; sono quelli che, a scuola ce lo hanno insegnato, aiutarono Annibale ad oltrepassare le Alpi: ma mai quel racconto, a scuola, fu accompagnato da osservazioni sull’enorme ingiustizia in atto nel costringerli ad attraversare montagne gelate e innevate, dove in tanto trovarono la morte, loro nati liberi e selvaggi in terra d’Africa. E ancora oggi, nel nostro stesso Paese sono costretti a vagare in carrozzoni maleodoranti per poi mostrare al pubblico inebetito dei circhi una nuova sottomissione all’uomo: gonnellino rosso e barrito di dolore, lì a sedersi su uno sgabello, a innalzarsi sulle zampe posteriori, ma anche, sempre più difficile signore e signori, su quelle anteriori: perché frusta, uncini e piastre roventi, catene ai piedi, sono stati l’orrido imprinting che li ha terrorizzati ed ha spezzato la bellezza della natura selvaggia che è dentro di loro.
Non di avorio, allora, si deve parlare, ma di elefanti: nessuno meglio di Liana Orfei, una vita spesa a spezzarne la volontà, ci può dire chi loro sono: «Quella volta (era verso l’estate) piantammo il circo su una spiaggia delle Puglie e a Jennie vennero legate, come di consueto, una zampa anteriore ed una posteriore ai picchetti conficcati in terra. Ma appena Jennie vide il mare si ricordò, forse, la sua terra d’origine e sembrò impazzire di gioia: cominciò a barrire, strappò i picchetti come fossero fuscellini e, trascinando tutto con sé, andò sulla riva ed entrò nel mare. Si fermò dove l’acqua era alta poco più di un metro e non ci fu verso di farla uscire. Provammo a prenderla per fame e per sete: niente. Per due giorni rimase sprofondata in un mondo beato: giocava, si spruzzava, barriva; forse cantava la sua terra lontana. Esattamente quarantotto ore dopo, verso le tre del pomeriggio, Jennie uscì spontaneamente dal mare e, calma, andò a rimettersi al suo posto».
Tutto da riconsiderare, allora, il significato di umano e di bestiale.

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