domenica, Maggio 9

Il grande affare dell’avorio e la tragedia degli elefanti

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Il prossimo 31 marzo a Roma al Circo Massimo avrà luogo un Ivory Crush, evento straordinario, almeno per l’Italia: un grande rogo brucerà, dopo averli triturati, quintali di avorio sequestrati a trafficanti e cacciatori nonché tutti quegli oggetti in avorio che turisti poco responsabili o pentiti si sono portati dai loro viaggi esotici o, molto più semplicemente, qualcuno ha comperato in negozi, che tranquillamente ancora li vendono e che, ahimè, non mancano sul patrio suolo.

L’avorio è finalmente diventato politicamente scorretto e bruciarlo sulla pubblica piazza è un modo, prima di tutto, per impedirne definitivamente un ulteriore commercio, secondariamente per dare visibilità e risonanza ad una realtà, quella dello sterminio degli elefanti, che colpevolmente tarda a entrare nella testa e nelle coscienze della gente: richiama, altresì, altre cerimonie analoghe in cui non ci si limitava a distruggere qualcosa (o qualcuno!), ma si voleva distruggere l’idea stessa, annientare, liberarsi anche dei miasmi postumi: per secoli si sono fatti roghi di streghe, e poi si sono bruciati libri pericolosi; ora finalmente è l’avorio, oggetto di precedenti Ivory Crush a partire dal 1989 in Kenia, a New York, in Mozambico….

Ad imporre l’insolita cerimonia è la tragedia che vede un numero enorme di elefanti uccisi ogni anno, in un balletto di cifre che si misura comunque in alcuni esemplari uccisi ogni ora (!!!) , e che ci parla del loro numero ridotto dai 27 milioni del 19° secolo agli attuali 350mila con una previsione di estinzione nel giro di pochissimi decenni, forse anni: 2050? 2025?.

Già nel 1989 era stato stabilito, a livello internazionale, un divieto di uccisione degli elefanti, con scarsa convinzione, però, se è vero che solo otto anni dopo il divieto era stato ammorbidito e trasformato in limitazione: in ogni caso non ha fermato la carneficina, che ha luogo oggi in tutta l’Africa, con punte in Paesi quali Tanzania, Camerun, Congo…, e vede in quello cinese il maggior mercato mondiale, indifferente ad ogni richiamo ad una maggior senso di responsabilità. Non bastassero i danni impliciti, i proventi vanno ad alimentare attività criminali di ogni tipo e finanziano, a quanto risulta, il terrorismo internazionale, a cominciare dagli al Shabaab somali, gruppi legati ad Al Qaeda.

Insomma esistono ragioni ambientali, ecologiche, sociali, di politica internazionale che spingono vari Governi a prendere posizione contro lo sterminio degli elefanti, incolpevoli proprietari con le loro zanne di una ricchezza di cui vengono costantemente espropriati. Ma loro, grandiose vittime dello sfacelo in atto, vengono trattati e nominati come fossero poco centrali in tutta questa vicenda. Il che, per altro, non stupisce, perché è in linea con la visione del tutto antropocentrica che sempre ci guida: come sempre, il focus è tutto sulle ricadute sugli umani, poco o nulla sulla sorte degli animali, che non a caso vengono presi in considerazione solo per il numero astronomico di vittime, non certo per alcun dramma individuale; la trasformazione del divieto di caccia in limitazione ne è esempio eclatante: non ha la minima importanza la morte di singoli animali, purchè li si uccida nel rispetto di una sorta di equilibrio naturale.

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