lunedì, Giugno 21

Il “gran rifiuto” del Maestro Muti

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Impossibile non intervenire dopo le tante polemiche sul Teatro dell’Opera di Roma e non aggiungere la propria opinione a commento di una vicenda che tanta eco ha suscitato sulla stampa italiana e non solo.

Che il personale dei Teatri d’Opera italiani sia fortemente sindacalizzato, è noto a tutti;  così come è noto che spesso sono stati ottenuti vantaggi, indennità, riconoscimenti ed altro che appaiono eccessivi a chi non è del settore e non conosce il mondo teatrale.

Sono note le varie integrazioni allo stipendio, spesso ridicole, richieste ed ottenute dai rappresentanti dei lavoratori: si è parlato di indennità “piano inclinato”, di quella “lingua straniera” per le opere non in italiano, dell’indennità “spostamento” per i lavoratori che dovevano recarsi in altra sede, dell’indennità “dondolamento testa” (sic!) per poter soddisfare i desideri di certi registi (che sentendosi più importanti degli autori si sentono legittimati a stravolgere delle opere d’arte).

È facile, quindi, dare tutte le colpe a chi, a volte, abbia ottenuto privilegi ridicoli, costruiti su ragioni pretestuose o transeunti, e che, per ottenere quei privilegi abbia potuto mettere in atto scioperi eclatanti con disdoro per l’immagine dei teatri italiani e disappunto degli spettatori: ultima ma non postrema la vicenda della Bohème di Puccini nella stagione estiva del Teatro dell’Opera di Roma a Caracalla, andata più volte in scena senza orchestra, ma con il solo accompagnamento del pianoforte!

Su una cosa è facile essere d’accordo: in Italia paghiamo tutti e per tutti i settori i guasti di un sindacalismo folle e selvaggio, e il comportamento dei lavoratori dell’ambito musicale è solo un po’ più evidente di altri. Non si dimentichi, però, di una situazione, nel mondo della musica, che è generalmente drammatica, perché a fronte di qualche privilegio (ma quanti sono i privilegiati? Si e no qualche centinaio, in tutta Italia, arriverà a guadagnare tremila euro al mese …) ci sono migliaia di musicisti che dopo uno studio impegnativo, “matto e disperatissimo”, durato almeno un decennio, se non cambiano mestiere, trovano un lavoro precario o mal retribuito.

Detto ciò, a chi volesse effettuare una riflessione solo un po’ più approfondita verrà in mente che i sindacati fanno delle trattative con le controparti, e che se ottengono qualcosa è perché qualcuno glielo concede in cambio di qualcos’altro. Pertanto sarebbe opportuno ricordarsi anche dei sovrintendenti che hanno fatto tutte le concessioni del mondo, con i soldi pubblici, in cambio di una tranquillità sindacale che spesso serviva a garantire soltanto la propria permanenza sulla poltrona. È noto, infatti, che in Italia mai nessun sovrintendente sia stato rimosso, se non per piazzarne un altro che fosse più omogeneo con le gestioni in carica, nell’alternanza nel potere politico.

Naturalmente nella vicenda Muti-Opera di Roma è stato facilissimo, per tutti i commentatori, indicare i lavoratori del Teatro e segnatamente quelli dell’orchestra come “sempre pronti a scioperare” e come la causa prima del “gran rifiuto” del Maestro a continuare il rapporto con il Teatro nonché a dirigere il titolo di inaugurazione (Aida).

In realtà il maestro Muti non ha citato nelle lettere in cui ha preso le distanze dall’Opera di Roma gli eccessi sindacalistici dei lavoratori del Teatro quale causa prima della sua decisione e quasi nessuno ha voluto cercare ragioni più profonde, che a volte sono anche più elementari di quelle visibili in superficie.

In effetti non era stato palesato alcun segnale di fastidio nei confronti dei lavoratori dell’orchestra, ad esempio negli scioperi a Caracalla, che potesse far presagire una rottura così eclatante. Segno evidente che le cause della rottura vanno ricercate altrove. Qualche sindacalista ha ipotizzato, ad esempio, una divergenza con la sovrintendenza che non avrebbe voluto accordare al Maestro un gruppo ulteriore di 40 coristi (oltre ai più di cento già previsti) per integrare il coro dell’Aida, il che fa pensare ad un restringimento dei cordoni della borsa anche per le produzioni dirette dal Maestro.

Fuortes, infatti,  il sovrintendente dell’Opera di Roma (che ha lasciato alcuni milioni di debito al Teatro di Bari da lui precedentemente gestito da commissario) sta applicando una politica di restrizioni feroci e di diminuzione della spesa, basata, soprattutto, sulla riduzione del personale, millantando un impossibile contemporaneo aumento della produzione. Purtroppo questo è l’inganno della legge Bray della quale abbiamo già ampiamente parlato  ed alla quale Fuortes ha prontamente aderito.

Sulla vicenda dell’Opera di Roma si sono subito avventati i giacobini della cultura (che in Italia sono davvero troppi!) pronti a richiedere la chiusura del Teatro (non  a perseguire i responsabili degli eventuali guasti …). A coloro che hanno auspicato tale chiusura, come misura necessaria per raddrizzare la situazione, ricordo che l’Opera di Roma ha una storia antica, iniziata quasi due secoli fa come Teatro Costanzi; che in questo Teatro hanno avuto luogo svariate “prime” importanti  (una per tutte la prima di Tosca il 14 gennaio del 1900!); che in esso hanno lavorato artisti fondamentali nella storia della musica, della cultura, dell’arte e che per molti decenni è stato un faro della cultura operistica mondiale!

Pertanto, ricordiamo a tali giacobini che le istituzioni teatrali sono assai più importanti di qualsiasi singola persona. Auspicarne la chiusura solo perché è andato via un personaggio importante, è un’idea stupida e superficiale (O. Wilde: “Il vizio peggiore è la superficialità”), formulata da chi non conosce e non ama il Teatro, ma che a spese di questo cerca pubblicità e consenso. È l’idea sbagliata di chi ritiene che le strutture (mentalità da boiardi di stato) siano importanti in sé e non per i servizi erogati o, ancora peggio, l’idea di chi vuole favorire interessi “altri” da quelli legittimi di quella istituzione, dei suoi lavoratori e dei cittadini che fruiscono del servizio.

Infine, in tutta questa vicenda il sindaco di Roma, Marino (che bello se si fosse chiamato Roma ed avesse fatto il sindaco a Marino …) in vena di amenità, ha ritenuto opportuno ipotizzare la scelta, tra tre donne, del futuro direttore musicale dell’Opera di Roma.

Nessun problema ad avere una donna, su quel podio, se tra le migliori risorse del teatro musicale mondiale, ma, sinceramente, non ci sembra che i nomi da lui fatti  rientrino in tale fattispecie. Siamo dunque alle quote rosa anche per le direzioni musicali? Una donna perché quella delle direttrici d’orchestra è una categoria svantaggiata? Beh, allora ce ne sono anche altre di categorie svantaggiate: ricercare un nuovo direttore musicale tra i tossicodipendenti o tra gli extracomunitari poteva essere una soluzione di maggiore risalto mediatico …

 

 

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