martedì, Giugno 22

Il governo somalo perde ogni credibilità field_506ffb1d3dbe2

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Somalia Hassan Sheikh Mohamud

Kigali – Dopo lo scandalo finanziario internazionale sulle operazioni di recupero dei beni e conti correnti del ex dittatore Siad Barre rivelato a seguito delle dimissioni della Governatrice della Banca Centrale della Somalia Yussur Abrar, un rapporto delle Nazioni Unite denunciante il traffico d’armi attuato dal esercito regolare a favore del gruppo islamico Al-Shabaab distrugge definitivamente la reputazione del Governo e del Presidente Hassan Sheikh Mohamud.

Il rapporto è stato redatto dal Gruppo di Monitoraggio delle Nazioni Unite per la Somalia e l’Eritrea che ha come principale compito quello di riportare ogni violazione del embargo sulle armi decretato dalla Comunità Internazionale contro i due Paesi Africani. L’accusa, supportata da inconfutabili prove, è pesante: tramite operatori somali del mercato nero che fungono da mediatori, l’esercito regolare vende ingenti quantitativi di armi e munizioni ad Al-Shabaab con la complicità del Governo. Il Presidente Mohamud ha approfittato delle deroghe concesse dal Consiglio di Sicurezza del ONU che hanno permesso dal 2013 di acquistare armi per garantire la sicurezza nazionale al fine di rivenderle al gruppo terroristico che minaccia la stabilità e la pace in Somalia. Il Presidente ha anche tentato nel gennaio scorso di far annullare totalmente l’embargo per aver pieno accesso al mercato internazionale degli armamenti, Italia compresa.

«La vendita illegale delle armi ad Al-Shabaab avviene grazie alla mancanza di procedure di controllo delle armi e munizioni date in dotazione ai soldati somali ed é abbinata alla incapacità finanziaria del Governo ad assicurare al esercito stipendi e condizioni di vita adeguate. Nel periodo precedente al Novembre 2013 almeno il 40% delle armi e munizioni in dotazione del esercito venivano dirottate verso il mercato nero dove dei intermediari somali provvedevano a garantire le trattative di vendita con rappresentanti di Al-Shabaab», spiega Jarat Chopra, il Coordinatore del Gruppo di Monitoraggio delle Nazioni Unite per la Somalia e l’Eritrea.

In sintesi il gruppo terroristico Al-Shabaab. responsabile di oltre 10 anni di guerra civile, che si oppone al Governo somalo con l’obiettivo di instaurare una Repubblica Islamica governata dalla più rigida osservanza della Sharia, ha come principale fornitore di armi l’Esercito Nazionale della Repubblica somala. I fondi ricevuti dalla Comunità Internazionale per riarmare l’esercito regolare vengono utilizzati per assicurare la catena di approvvigionamento che permette al gruppo terroristico di continuare le operazioni militari, risolvendo le sue difficoltà di reperimento armi causate dai maggior controlli internazionali imposti dal 2012 che hanno seriamente compromessi i tradizionali canali di rifornimento assicurati da Eritrea e Qatar.

Dopo il danno la beffa. I finanziamenti internazionali non sono a fondo perduto essendo trasformati in debito estero. La popolazione sarà costretta a ripagare questo debito, per la maggior parte utilizzato per armare i terroristi che quotidianamente attentano alle libertà e alla vita dei cittadini somali. “La gravità delle rivelazioni contenute nel rapporto vanno al di là dei confini nazionali. Questo incredibile traffico rischia di creare la seconda ondata di  proliferazione delle armi leggere nella regione.”, afferma Abdi Mohamed, esperto di sicurezza del Corno d’Africa.

La prima ondata di armamenti nella regione, finiti in mano di movimenti terroristici maliani, nigeriani, algerini, tunisini, e mauritani, nacque dal saccheggio degli arsenali libici attuato dai mercenari Tuareg dopo la caduta del Presidente Mohamed Gheddafi. Al-Shabaab, affiliata al network terroristico di Al-Qaeda Magreb, ha comprovati legami con Boko Haram in Nigeria, i gruppi islamici Tuareg in Mali, le milizie Séléka in Centroafrica e i gruppi terroristici ruandese (FLDR) e ugandese (ADF) operanti nel est del Congo. Tutti candidati beneficiari della vendita illegale di armi attuata dal esercito somalo. Le armi vengono acquistate tramite i fondi occidentali grazie ad una triangolazione. Paesi come Arabia Saudita, Djibuti, Etiopia e Uganda sono autorizzati ad acquistare le armi da compratori Russi e Cinesi per conto del Governo Somalo.

Il traffico non si limita ad Al-Shabaab ma è rivolto anche verso le milizie dei clan che il Governo Somalo dovrebbe disarmare. I principali beneficiari sono le milizie dei due potenti clan Habgal e Habar Gedir, responsabili del inizio della guerra civile nel 1991 tramite i loro leader storici supportati da varie potenze occidentali, Stati Uniti compresi. Con la perdita del potere di Al-Shabaab, questi clan hanno riconquistato l’influenza politica e militare perduta durante il periodo delle Corti Islamiche, ritornando ad essere tra i principali attori del presente e futuro del Paese.

L’Uganda, al comando del Contingente Africano AMISOM, è rimasta sconcertata dal rapporto. I traffici personali dei Ministri e del Presidente somalo, compromettono direttamente gli sforzi fino ad ora compiuti per liberare il Paese e la regione dalla minaccia terroristica e dal estremismo islamico. Pur avendo il controllo delle principali città, il contingente africano e il Governo di Villa Italia hanno la giurisdizione sul 30% dei territori interni. Il rimanente 70% é ancora sotto il controllo di Al-Shabaab. La Comunità Internazionale ha stimato che per attuare l’offensiva finale tesa a distruggere il gruppo terroristico occorrano altre 4.000 soldati da aggiungere ai 22.000 già presenti.

Considerando che l’Europa si limita al solo supporto finanziario e che gli Stati Uniti non intendono inviare i Marines limitandosi ad operazioni di Commandos e raid aerei tramite utilizzo di droni, la domanda di fornire i 4.000 soldati supplementari è stata rivolta all’Uganda che già detiene il 36% delle truppe AMISOM, 8.000 soldati. Uno sforzo non indifferente anche se ben pagato che coincide con un delicato periodo dell’Uganda impegnata nel conflitto Sud Sudanese con 4.500 soldati (secondo le cifre ufficiali).

Molto probabilmente il numero reale di unità impiegate in Sud Sudan può raggiungere i 8.000 uomini. Un contingente di 3.000 uomini è presente nella Repubblica Centroafricana. Questo contingente potrebbe essere aumentato a seguito della intenzione dell’Unione Africana di contrastare le mire francesi in Centroafrica, contrapponendo al contingente delle Nazioni Unite: MISCA un contingente africano autonomo, il ACIRCB, African Capacity for Immediate Response to Crisis (Capacità Africana di Risposta immediata alle Crisi). L’obiettivo dell’Unione Africana è quello di immettere nel conflitto religioso etnico del Centroafrica una forza di invasione con pieno mandato militare per distruggere le milizie cristiane che hanno ormai completato il genocidio della comunità mussulmana grazie alla complicità francese.

A questi doveri Continentali, si aggiungono anche quelli relativi alla sicurezza interna. Nel 2016 si terranno le elezioni Presidenziali e sarà necessaria la presenza nel Paese della maggioranza delle Forze Armate Ugandesi (UPDF) per prevenire eventuali disordini. La situazione instabile nell’est del Congo e il rischio di invasione del Rwanda da parte del gruppo terroristico ruandese FDLR, obbligano l’Uganda a mantenere in stand by numerosi reparti per un eventuale intervento militare in soccorso del Rwanda o alla partecipazione di una invasione del est del Congo con il pretesto di debellare i gruppi terroristici burundesi, ruandese e ugandesi.

Dal gennaio 2014 Al-Shabaab ha aumentato gli attacchi presso la capitale Mogadiscio. I più clamorosi: il tentativo di assassinio del Presidente e l’attentato presso il quartiere generale delle Forze Armate avvenuti tra l’ultima settimana di febbraio e la prima di marzo, sono solo la punta del iceberg. Fughe di notizie provenienti da fonti militari ugandesi informano di combattimenti urbani diurni e bombardamenti notturni attuati da Al-Shabaab che stanno mettendo a dura prova la capacità del UPDF nel difendere la capitale somala. Queste indiscrezioni vengono confermate da Charles Onyango-Obbo, Direttore Esecutivo del African & Digital Media, con sede a Nairobi, Kenya.

La minaccia militare di Al-Shabaab dona a questo gruppo terroristico la autorità necessaria (basata sul terrore) per influire nella vita politica ed economica del Paese. Il 17 gennaio scorso Al-Shabaab ha lanciato un ultimatum a tutti i Provider di Internet di chiudere le loro attività entro 15 giorni, avvertendo che il mancato rispetto della ordinanza comporterebbe la pena capitale. Nonostante la promessa di protezione fatta dal Governo Somalo, i maggiori Provider operanti nel Paese hanno interrotto le loro attività alla scadenza del ultimatum. Ora l’accesso internet dalla Somalia é garantito solo dalle costosissime connessioni satellitari.

Secondo il Direttore dei servizi segreti americani James Clapper, vi sono alte possibilità di una ripresa del conflitto tra i principali clan somali per il controllo delle risorse naturali e per aumentare la loro influenza sul Governo del Presidente Mohamud.  I recenti scontri clanici avvenuti presso la città di Jowhaar  e nella Regione del Lower Shabelle, sarebbero i primi segnali di allarme. La vendita delle armi non sarebbe organizzata esclusivamente da soldati disperati nel tentativo di integrare la magra paga per sostenere le loro famiglie, ma anche dal Ministro della Difesa, Generali, Colonnelli con la complicità del Presidente Mohamud che non si sta certamente dimostrando migliore del suo predecessore in termini di corruzione e avidità personale.

Nonostante il prezioso aiuto offerto dal Governo Somalo, Al-Shabaab non ha cambiato i suoi obiettivi. Il portavoce del gruppo terroristico Ali Rage una settimana fa ha ribadito che  l’instaurazione della  Repubblica Islamica passerà attraverso l’assassinio o la cattura del Presidente. «L’attacco terroristico che ho subito non ci scoraggia. Siamo risoluti a perseguire l’obiettivo di eradicare Al-Shabaab dalla Somalia», pronunciò a fine febbraio il Presidente Mohamud, due ore dopo essere sopravvissuto al tentato omicidio.  Una frase pronunciata per rassicurare l’opinione pubblica nazionale ed estera, risultata dopo il rapporto ONU, evidentemente ironica e paradossale. 

 

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