sabato, Aprile 17

Il governo Renzi e il problema pensioni field_506ffb1d3dbe2

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Ogni programma di Governo che si rispetti introduce nell’indice il capitolo pensioni, o meglio riforma delle Pensioni. Certo è che stiamo parlando di un settore, quello previdenziale, estremamente delicato e soprattutto non di semplice modifica. Nel 2011 il governo Monti, con la Riforma Fornero, indimenticabile, ha dovuto in tempi brevi, rimodellare l’entrata e l’uscita dei singoli dal mondo del lavoro, ivi compreso l’età pensionabile, allungandone il tetto. Gli effetti li conosciamo bene, anche perché ne discutiamo tutt’ora. Quello che è importante, in questo preciso momento storico, è far quadrare i conti, fare ripartire l’economia e soprattutto trovare le coperture necessarie alle varie promesse fatte dal Premier. Carlo Cottarelli è stato chiaro, i numeri non mentono, il problema rimane quello di capire quale strada intraprendere.

Ritornando al capitolo pensioni, non c’è nulla di certo, solo dichiarazioni come la proposta del commissario Inps Vittorio Conti, secondo cui «il sistema previdenziale pubblico deve essere più flessibile, quanto ai tempi e ai modi di uscita dal mercato del lavoro». Si tratta «di non stabilire una data di uscita dal lavoro fissa, uguale per tutti», considerare cioè l’uscita anticipata dal lavoro, ma con una penalizzazione (dall’1 all’8%) dell’importo della pensione. Parliamo sempre di dichiarazioni, nulla di certo. Ricordiamo anche l’appello, di qualche giorno fa, del presidente della Cassa dei Ragioneri, Luigi Pagliuca, che ha sottolineato come le casse dell’INPS sarebbero a rischio default senza un ricalcolo degli attuali assegni previdenziali, «le Casse previdenziali non sono in grado di sostenersi senza procedere a un riequilibrio del sistema. Falliranno tutte e la gestione di oltre 2,5 mln di professionisti confluirà nel perimetro dell’INPS perché ai nostri giovani dovremo pur garantire almeno la pensione sociale».

Un panorama decisamente catastrofico, per non parlare delle dichiarazioni da parte del Fondo Monetario Internazionale, solo di ieri, nel suo report “Article IV Consultation” sull’Italia. Parla dei prossimi passi fondamentali per la ripresa dell’economia del Paese. «La spending review avviata dal governo italiano – si legge – è un meccanismo importante per sanare squilibri fra le generazioni e migliorare l’efficienza della macchina pubblica. Le aree principali di miglioramento della spesa pubblica sono pensioni, sanità e i forti differenziali di efficienza fra le regioni». Sul fronte pensionistico, il Fondo sottolinea come dal momento che «le riforme precedenti hanno rafforzato la sostenibilità a lungo termine del sistema, l’obiettivo dovrebbe spostarsi verso i risparmi sulle pensioni attuali, magari attraverso una maggiore indicizzazione progressiva». Ancora si legge che «sono necessari cambiamenti strutturali profondi per liberare il potenziale di crescita in Italia, garantire una ripresa e affrontare la questione dell’eccesso di debito». Il problema rimane sempre il “come”.

Nonostante queste dichiarazioni, estremamente forti, esistono ancora molti dubbi e perplessità, da parte della platea politica e non solo, sul modus operandi attraverso il quale si potrebbero effettuare ulteriori modifiche al sistema pensionistico. «Io non vedo un’ipotesi di riforma pensionistica comprensiva nei programmi di questo Governo. Di riforme ne sono state fatte anche parecchie, ultima quella della Fornero del 2011, è stata molto forte, anche per quanto riguarda l’aumento dell’età di pensionamento, e ne vediamo gli effetti e i problemi ancora adesso. Non mi sembra proprio che ci sia l’idea di fare una vera e comprensiva riforma delle pensioni». Come dar torto ad Angelo Marano, economista e componente del Collegio sindaci INAIL, esperto di welfare, si occupa in particolare di sistemi pensionistici. Come abbiamo ripetuto, fino a questo momento abbiamo sentito solo dichiarazioni, o ipotesi che non hanno ancora avuto un riscontro definitivo. “Ci sono alcuni interventi spot che vengono ventilati – continua Marano – Si è parlato ad agosto dell’ipotesi di una tassazione aggiuntiva, o comunque di un intervento per ridurre le pensioni dei più ricchi, ipotesi paventata a novembre scorso, che circola ma non mi sembra ancora adeguatamente e tecnicamente fattibile. Creerebbe molti più problemi di quanti ne risolverebbe”.

Esiste anche “l’ipotesi della Madia, un prepensionamento di una parte dei dipendenti pubblici, prendendo spunto da Cottarelli, ma i problemi tecnici sarebbero superiori rispetto ai benefici”. Come ci spiega Pietro Reichlin, docente di economia politica alla LUISS “questo è un capitolo che il Governo non fa bene a toccare. L’Inps ha un disavanzo notevole quindi, francamente, penso che non si possa affrontare in questo determinato momento. Il problema non sono le pensioni d’oro, il problema fondamentale è che noi abbiamo avuto, per anni, un regime in cui si andava in pensione con criteri assolutamente arbitrari, basati sugli ultimi stipendi, con adeguamenti all’ultimo anno di servizio”. Questo vuol dire che “per tutta la generazione che aveva più di 18 anni di contribuzione – afferma Reichlin – nel momento è cui stata varata la Riforma Dini, il rapporto tra pensione e contributi versati è una giungla totale. Molto spesso la pensione supera di gran lunga il rapporto ragionevole con i contributi versati”.

E’ chiaro, naturalmente, che non si tratta esclusivamente di scelte politiche sbagliate, un elemento da non sottovalutare è la “voce” sprechi, “nel passato ci sono stati degli abusi lampanti – spiega Marano – ad esempio nel 2003 l’ente pensionistico dei dirigenti d’azienda (INPDAI), era sull’orlo del fallimento perché pagava pensioni elevate con contributi bassi. Era un ente autonomo, formalmente privato, che confluì nell’Inps. Attualmente paga pensioni medie di 80mila euro l’anno, e costa al contribuente italiano un miliardo di euro per i prossimi 20 anni. E’ chiaro che in una situazione difficile come quella all’inizio degli anni 2000, decidere che per 20 anni avremmo dovuto pagare un miliardo di euro per sostenere pensioni annue di 80mila euro non andava fatto. Il problema è che uno deve razionalizzare ed evitare gli abusi”. Come dare torto.

Ma se parliamo di numeri, quanto effettivamente costano le pensioni? “Le pensioni costano 270 miliardi”. Così afferma di netto Stefano Patriarca, esperto in politiche economiche, del lavoro e del welfare. “La riforma Fornero (con la riduzione delle pensioni di anzianità e l’innalzamento della pensione di vecchiaia) ha frenato l’aumento della spesa pensionistica e l’ha riportata dentro valori sostenibili. La riduzione del PIL, causata dalla crisi, ha lavorato in controtendenza. Da un punto di vista generale quella riforma ha messo in sicurezza i conti, però non dimentichiamo che abbiamo dei problemi all’interno del nostro sistema pensionistico ancora molto rilevanti”. E quali sarebbero queste anomalie? “Negli anni 2000 sono andati in pensione, in più, circa sei milioni di persone, di cui 3 milioni circa sono andati in pensione di vecchiaia (hanno raggiunto il limite di età) con pensioni medie mensili che stanno tra 700-800 euro lordi mensili.  – continua Patriarca – Poi altri 3 milioni e mezzo che dal 2000 al 2012 sono andate in pensione di anzianità (avendo maturato i 35 anni di contributi), il livello medio mensile è 1600-1700 euro lordi. Queste pensioni di anzianità sono state date a persone che avevano mediamente 58 anni di età. Chi sono? La generazione dei nati attorno agli anni 50 che avevano avuto le condizioni migliori nel mercato del lavoro, tra cui i laureati che hanno riscattato gli anni di laurea, per cui con 31 anni di lavoro e 4 di università si poteva andare in pensione anche prima del limite d’età”. E poi esiste “un ceto medio alto che ha maturato i diritti pensionistici con il vecchio sistema retributivo e quindi con pensioni medio alte, e queste non erano in equilibrio con i contributi pagati.  Queste sono state calcolate sulle ultime retribuzioni e non sui contributi pagati”. Ecco che affiorano le contraddizioni del nostro sistema. Si parla, infatti, di intervenire sulle pensioni “alte”, ma, al contrario delle aspettative,  “hanno calcolato i possibili benefici d’intervento – aggiunge Marano – nel senso che hanno fatto i conti su quanto si risparmierebbe sulla spesa, ma non hanno tenuto conto che se si abbassano quelle pensioni, si riducono anche le entrate fiscali”.

Il problema è che “tutto è un’azione politica – afferma Reichlin – stiamo parlando di politica economica. Da parte di alcuni è usata strumentalmente, come sempre si lanciano segnali che poi all’atto pratico sono poco realistiche”. Il vero nodo adesso, su cui concentrarsi, sono le pensioni minime (ricordiamo che ci sono persone che non arrivano a mille euro al mese), le pensioni per noi giovani e il problema degli esodati (che dovrebbe essere sul finire). Si paventa, anche, di abbassare nuovamente l’età pensionabile, e Stefano Patriarca la vede come soluzione per “coloro che stanno aspettando le pensioni di vecchiaia, e sono disoccupati. Bisogna preoccuparsi di questo segmento di persone, sia con ammortizzatori sociali sia con la possibilità di anticipare di qualche anno l’età pensionistica”. Di strade da intraprendere ce ne sarebbero parecchie, ma vanno evidenziate delle priorità, “da fare penso che ci sia parecchio, nel senso che problemi ce ne sono a partire dal fatto che il livello di media delle pensioni è basso, l’aumento dell’età di pensionamento sta provocando uno spiazzamento della disoccupazione: aumenta l’occupazione dei lavoratori avanti con gli anni e i giovani non riescono a trovare un posto di lavoro – afferma Marano – Potranno esserci interventi spot, ma con obbiettivo di fare cassa.  Ci potrebbe essere un intervento sui prepensionamenti dei dipendenti Pubblici e probabilmente si cercherà di continuare a recuperare risorse per la tutela degli esodati”. Patriarca delinea delle emergenze, “ci sono delle priorità e riguardano la pensione dei giovani, un anticipo del pensionamento sul sistema contributivo e la fascia di persone che non hanno pensione e lavoro”. 

 

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