martedì, Ottobre 19

Il Governo cambia verso alla 'squola' field_506ffb1d3dbe2

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Certo, potete accusarci di voler fare le pulci a questo Governo per puro spirito di contraddizione, giusto perché a parlare male dei politici si trova sempre un uditorio.

C’è sempre un detrattore dietro l’angolo acquattato a cercare il pelo nell’uovo: su FB, ieri ho trovato un mio ‘amico’ che diceva peste e corna del personaggio di Leopardi nel film di Mario MartoneIl giovane favoloso‘, contestando la postura di Elio Germano che, dovendo riprodurre l’andatura scoliotica del poeta recanatese, era parso allo spettatore in anteprima che si produceva in questa critica come un qualcuno costantemente alla ricerca di un soldino cadutogli a terra. E parliamo di un’opera che ha riscosso lodi (quasi) corali.

Figuriamoci se al microscopio si trova ad esser passato un Governo, per di più in carica in tempo di crisi! Peggio che andar di notte ed io sono la vessillifera degl’insoddisfatti, giacché la faciloneria del Premier mi appare non audacia, bensì incosciente azzardo.

In una botta sola, stavolta più che mai mi sono fatta un bel plotone di nemici, ossia quelli che ancora stravedono per il premier. Ed anche, di converso, degli amici che non mi piacciono, ovvero gli avversari di Renzi, esponenti di parti politiche in cui non mi sono mai riconosciuta.

Ad essere obiettiva, da che son nata non mi pare di ricordare nessun Governo che sia mai stato gradito ai suoi governati; si perde nei secoli la frase ‘Piove, Governo ladro‘ e Wikipedia riporta una serie di ipotesi per spiegarne le origini:

«Secondo Alfredo Panzini(Dizionario moderno, 1905), la frase nacque come didascalia di di una vignetta.

Nei 1861, i mazziniani avevano preparato a Torino una dimostrazione; ma il giorno fissato pioveva, e la dimostrazione non si fece.

Il Pasquino (una rivista satirica) pubblicò allora una vignetta di Casimiro Teja rappresentante tre mazziniani al riparo della pioggia a catinelle e ci mise sotto la legenda: “Governo ladro, piove!”.

L’espressione divenne poi il motto della rivista.

Popolarmente l’espressione si ripete comunemente per satireggiare l’abitudine diffusa di dare la colpa di ogni cosa al Governo, talora anche come espressione di sfogo polemico.

Qualcuno fa risalire l’espressione al fatto che Il Granduca di Toscana impose la tassa sul sale. La pesa veniva effettuata sempre nei giorni di pioggia e il sale bagnato pesa di più.

Secondo altri l’espressione nasce nell’area del Regno del Lombardo Veneto, fra il 1815 e il 1848 sotto occupazione Austriaca. I contadini, tassati in base al raccolto, sapevano che ad annata piovosa con presunto (dai governanti austriaci) raccolto più abbondante ci sarebbe stato un conseguente aumento delle tasse. Da qui l’uso di imprecare contro il governo quando piove.

Secondo un’altra ipotesi il detto deriva dall’antica Roma, quando i magistrati ed i soldati romani venivano pagati con grano, vino, olio ma maggiormente sale, che, quindi, nei giorni di paga piovosi, il sale, con l’umidità, acquistava in peso e, quindi, ne veniva spartito meno.

Altre fonti ricondurrebbero l’espressione al tempo degli Egizi, quando il Governo aumentava le tasse nei territori che venivano sommersi dalle acque durante le esondazioni del Nilo. Questo poiché, ricoprendosi il terreno di limo, esso era più fertile e ciò dava origine alla maggior tassazione.»

 

Ora che abbiamo placato la curiosità su un’espressione che ci è ronzata intorno da sempre, riportiamo il discorso nell’alveo dell’attualità.

Perché stavolta, il Governo ha messo la testa sul ceppo non per la vituperata ‘annuncite’, né per provvedimenti presumibilmente inefficaci, bensì perché, in alcune slide che hanno accompagnato l’illustrazione della riforma della scuola, si sono riscontrati errori di sillabazione che neanche in seconda elementare.

Ho un’età tale che ormai son pochi i sopravvissuti (anzi, nessuno) che giudicarono il mio dettato dell’esame di seconda elementare. Ero andata tutta gasata, perché già da allora ero una ‘Pipina’ saccente, oltretutto pompata dalla maestra che, d’altronde, aborriva la mia precocità ma non riusciva a irreggimentarmi.

Ebbene, quel dettato, che avrebbe dovuto essere la mia ‘Marcia Trionfale’, fu inquinato da un’onta che ancora me la sogno la notte. Grembiule nuovo, taglio a carré fattomi dal migliore parrucchiere del natio borgo selvaggio, lo straordinario Gerardo Campitelli, scarpe rosse e l’intera famiglia a palpitare nell’atrio della scuola elementare ‘Ugo Foscolo’, ai tempi ospitata al piano terra del Municipio di Nocera Inferiore.

Avrei imparato proprio quel giorno che ‘il meglio è nemico del bene‘… Fra i pensierini dettatici, ve ne era uno che faceva riferimento ad un chicco di grano. L’acca… poiché muta, ha sempre affascinato i pargoli apprendisti scrittori. Perché crepasse l’avarizia, al mio ‘chicco‘ di acca gliene appiccicai ben due, esibendomi in un inedito ‘chiccho’ che tramortì le mie esaminatrici, le maestre Sorrentino e Gaffè.

Ritorno alle malefatte ortografiche governative, che io, le mie, le ho commesse a 7 anni e loro…

Premetto, ho letto una frase saggia che sostiene: «Per fare una buona scuola non basta solo un Governo. Ci vuole un Paese intero» e tale afflato corale proprio non mi pare presente, in questo momento, in Italia. (Ma c’è mai stato?)

Dato per assunto un tale principio, però, ciò non assolve un Governo (che pare privo anche della professionalità di uno stupidissimo correttore di bozze, facendo fare tutto al pc, senza controllarlo) che, nell’illustrare una riforma (e della scuola, poi – o della squola?… chissà! -) si fa pizzicare come untore di errori di ortografia marchiani.

Ben sei in 12 slide, il che mi pare un bel viatico, se il tema della suddetta paginetta è la scuola del futuro.

Quasi una profezia…

 

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