giovedì, Ottobre 28

Il Golfo diviso field_506ffb1d3dbe2

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Golfo consiglio

Nell’ultima escalation delle tensioni che vedono contrapposti Arabia Saudita e Qatar, nella mattina di mercoledì 5 marzo è giunta notizia della decisione di Riyadh e dei suoi due principali alleati regionali, il Bahrain e gli Emirati Arabi Uniti, di richiamare i propri ambasciatori da Doha, aprendo di fatto una crisi diplomatica. La decisione, giunta tramite un comunicato congiunto dei vari Paesi sull’agenzia di stato saudita e compiuta con il dichiarato intento di «proteggere la propria sicurezza e stabilità», arriva dopo che in un meeting tenutosi a Riyadh nella scorsa settimana i tre Paesi avevano chiesto esplicitamente al Qatar di interrompere il proprio supporto alle forze che minacciano la stabilità del Golfo, sia «tramite il lavoro diretto che tramite l’influenza politica». Il Qatar ha già reso noto tramite la propria agenzia di stampa statale che non richiamerà i propri inviati dai tre Paesi.

Che più solchi dividessero in varie parti il Consiglio di Cooperazione del Golfo, l’organizzazione regionale internazionale che riunisce sei Paesi della Penisola arabica, è un dato di fatto noto a tutti. Nonostante anni di proclami da parte dei governanti dei singoli Stati, in particolar modo da quelli dell’Arabia Saudita, volti a evidenziare i vantaggi che una maggiore coesione interstatale potrebbero produrre per i singoli componenti del GCC, strategie e percorsi volti a una maggior unificazione sono sempre stati perseguiti con poca convinzione e rara efficacia.

Sin dal 1981, anno della fondazione del GCC, sono stati vari gli obiettivi comuni che i Paesi membri dell’organizzazione si sono posti per giungere a una maggiore cooperazione-integrazione. L’ambizione di unire le proprie agende di sicurezza interna e regionale hanno portato i Paesi del Golfo a costituire la Peninsula Shield Force, una forza militare combinata, sul cui utilizzo c’è sempre stata particolare discordia: la consapevolezza di tale problema ha indotto negli ultimi anni l’Arabia Saudita a chiedere l’integrazione degli eserciti regionali, agli ordini di un comando militare unificato.

L’esistenza e ambizioni divergenti è alla base del tiepido entusiasmo suscitato dall’idea di dar vita a un’unione monetaria interna ai Paesi del GCC, idea nuovamente proposta al summit del dicembre scorso in Kuwait. Il desiderio di costruire una moneta unica e una banca regionale unificata è presto finito oggetto di critiche e scetticismo, alla luce dei timori nei confronti di un aumento dell’inflazione e ai dubbi derivanti dai cattivi esempi provenienti dall’Europa.

E’ sulla mancanza di qualsiasi accordo in materia di politica estera che però si trovano le ragioni della mossa saudita. Da anni Qatar e Arabia Saudita sono contrapposte nelle proprie scelte diplomatiche in un gioco a due che le ha viste rivaleggiare sia in Medio Oriente che in Nord Africa con lo scopo di acquisire il maggior peso politico possibile. Forte del suo canale televisivo al-Jazeera, il Qatar si è mosso nell’ultimo quinquennio con un ambizione che ha più volte provocato il fastidio di Riyadh, investendo enormi quantità di denaro nel finanziamento di diversi attori regionali.

Apice di tali tensioni è stato raggiunto in Egitto: l’Arabia Saudita è stata per decenni il principale sostenitore regionale di Hosni Mubarak. La sua caduta e l’arrivo al potere della Fratellanza Musulmana ha costituito un duro colpo per Riyadh, che vedeva nella crescita dell’organizzazione islamista una minaccia alla propria sicurezza interna. Il sostegno fornito dal Qatar al Movimento prima e al Governo Morsi poi hanno allargato la frattura tra le parti. Quando nel luglio del 2013 l’Esercito egiziano ha rimosso Mohamed Morsi dal potere, il Qatar ha visto il progressivo deterioramento del proprio peso politico in Egitto, mentre Riyadh invece tornava a porsi come principale referente internazionale del nuovo esecutivo, garantendo al Paese il credito economico necessario a superare le proprie difficoltà finanziarie. Il nuovo Governo egiziano ha attaccato duramente il Qatar, accusando il suo canale televisivo al-Jazeera di diffondere propaganda filo-islamista e arrivando a ritirare il proprio ambasciatore da Doha a inizio febbraio 2014.

«In aggiunta alle differenze riguardanti i gruppi sunniti come la Fratellanza» scrive oggi David Kirkpatrick sul ‘New York Times’. «Il Qatar guarda anche all’Iran come una preoccupazione cui si può far fronte, mentre l’Arabia Saudita lo vede come un pericolo esistenziale […]. Le tensioni interne rendono più difficile per Washington assicurare i nervosi governi degli Emirati Arabi Uniti e dell’Arabia Saudita che le negoziazioni tra America e Iran sul suo programma nucleare non produrranno effetti sulla sicurezza nel Golfo. E una rottura diplomatica come l’allontanamento degli ambasciatori rischia di precludere ogni speranza di coordinare i loro sforzi in competizione di sostenere i ribelli siriani, un altro obiettivo americano».

«L’annuncio del richiamo dell’ambasciatore […] offre alcune chiarificazioni sul possibile cambiamento di politica del Qatar» scrive l’analista del Washington Institute Simon Henderson. «In seguito alla transizione dello scorso giugno, quando il nuovo regnante Sheikh Tamim al-Thani, che ha rimpiazzato il proprio padre che ha abdicato, Sheikh Hamad bin Khalifa. Anche il diplomaticamente iperattivo Primo Ministro e Ministro degli Esteri, Sheikh Hamad bin Jassim al-Thani è stato rimpiazzato. Al tempo, gli analisti credettero che Sheikh Tamim sarebbe stato disposto ad agire più da vicino con il Consiglio di Cooperazione del Golfo, ma questo – conclude Henderson – non sembra essere accaduto».

 

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