mercoledì, Giugno 16

Il giustizialismo di Juan Domingo Perón A quarant’anni dalla sua morte

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Juan Domingo Peron

L’aggettivo ‘giustizialista’ è stato introdotto nel gergo politico italiano una ventina d’anni fa per indicare, in senso dispregiativo, le persone sospettate di mantenere un atteggiamento troppo rigido nell’appoggiare l’azione della magistratura. Un azione, cioè, da sostenere senza alcuna esitazione, anche a scapito delle garanzie individuali dei cittadini. Per molti insomma ‘giustizialista’ diventa sinonimo di ‘forcaiolo’, l’opposto di ‘garantista’. In ogni caso la definizione non ha alcun nesso con l’aggettivo al quale forse qualcuno si è inconsapevolmente ispirato e cioè il Partido Justicialista di Juan Domingo Perón.

Eletto Presidente della Repubblica, Perón fonda nel 1947 il Partito Peronista, che in seguito assumerà il nome di Partito Justicialista in base alla legge del 1971, che in Argentina impediva a partiti politici di  avere nei loro nomi riferimenti a specifiche persone. “Justicialista”  in quanto il partito metteva al centro della propria ideologia la necessità di conseguire maggiore “giustizia sociale”. Quindi coloro che hanno cominciato a usare l’aggettivo giustizialista nelle contese politiche nostrane o ignoravano del tutto l’esperienza storica del giustizialismo argentino o se ne sono ispirati in maniera del tutto sbagliata. In entrambi i casi sarà forse utile ricordare la figura e l’opera del fondatore del giustizialismo, Juan Domingo Perón, a quarant’anni dalla sua morte.

Per cercare di capire il peronismo, un fenomeno tipicamente argentino, un’ideologia dalle molte anime che è  passata dallo “statalismo” di Perón al “liberismo” di Carlos Menem per tornare alla politica socialmente avanzata dei coniugi Kirchner, è conveniente ricorrere preliminarmente a una boutade che circolava al momento del massimo splendore dei peronisti. Una boutade che ben rappresenta e dà il senso del rapporto unico e irripetibile che si è stabilito tra gli argentini e il peronismo. Interrogato da un giornalista inglese sulla situazione politica del paese, il Presidente argentino comincia a spiegare «…gli argentini sono al 30% socialisti, al 20% conservatori, al 30% radicali e…». Ma prima che possa finire, il giornalista lo interrompe e lo incalza . «E i peronisti?». Al che Perón risponde tranquillamente: «No, no, peronisti sono tutti quanti!»

Juan Domingo nasce a Lobos, tipica cittadina della Pampa, l’8 ottobre 1895. Ha sangue italiano nelle sue vene. Secondo le fonti più accreditate il nonno di Juan Domingo sarebbe venuto dalla natia Sardegna e il cognome originario della famiglia sarebbe stato Peroni. Per altri invece la ascendenze familiari di Perón andrebbero cercate piuttosto nel Veneto. Militare di carriera, nel 1939 viene spedito in Italia quale addetto dell’ambasciata argentina  per esaminare a fondo il movimento fascista e verificare le effettive possibilità di vittoria dell’Asse nel conflitto che si annuncia oramai imminente. Nel nostro paese Perón si trova perfettamente a suo agio. Parlando bene l’italiano, si muove con spigliatezza e si crea rapidamente una vasta area di amicizie utili. Effettua anche degli  stages nel corpo degli Alpini in Abruzzo, Valle d’Aosta e in Alto Adige, imparando i segreti della guerra di montagna.

Naturalmente è Mussolini il personaggio che più l’affascina e ritiene la sua ammirata attenzione. Ne esamina nei dettagli il modo di parlare, di affrontare la folla, di dialogare con le masse, di recitare sulla scena politica, di controllare l’apparato statale. Studia con applicazione le linee direttrici del pensiero fascista, l’organizzazione del Partito Unico, i principi della dottrina corporativa, le fondamenta della nuova legislazione sociale e le tecniche della comunicazione. Rimane particolarmente impressionato dall’efficienza dell’agenzia Stefani nel diffondere il messaggio governativo. Si domanda in quelle circostanze se il modello fascista possa essere adattato all’Argentina, paese dove più della metà della popolazione è di origine italiana? Saremmo propensi a rispondere positivamente. E’ in ogni caso verosimile che il soggiorno italiano abbia influito significativamente sul pensiero politico del futuro presidente dell’Argentina.

Tornato in  patria, Juan Domingo partecipa a colpo di Stato dei militari affiliati al GOU (Grupo de Oficiales Unidos) nel giugno 1943. Perón diventa ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale, un settore strategico che gli consente di stabilire un contatto diretto con cinque milioni di lavoratori in attesa di un Capo che si interessi finalmente alla loro situazione e che prende a cuore i loro interessi. In quegli anni conosce la mitica Eva Maria Duarte, Evita, coprotagonista del suo immenso successo politico.

Perón peraltro capisce che senza una politica sociale inedita, difficilmente potrebbe conquistare l’appoggio popolare, nonostante le sue eccezionali facoltà mediatiche e la prodigiosa attività propagandistica di Evita. Adotta così una serie di provvedimenti, in parte ispirati alla legislazione sociale fascista. Viene così stabilito il principio del salario minimo e vengono sottoposti al regime della pensione di Stato circa due milioni di lavoratori. Si creano i tribunali del lavoro e si istituiscono le commissioni paritetiche. Viene approvata un’apposita legislazione per gli incidenti sul lavoro, le malattie professionali, la tredicesima mensilità, la durata della giornata lavorativa. Viene infine incoraggiata la costituzione dei sindacati, dei quali è riconosciuto lo status giuridico.

In un Paese a forte immigrazione, dove gli operai si riuniscono – spesso su base esclusivamente nazionale – in semplici Associazioni di Mutuo Soccorso, dove l’immobilismo sociale sembra essere la ricetta più adatta per una buona gestione dell’economia, le misure adottate dal ministro Perón appaiono fortemente innovatrici, se non rivoluzionarie.  Nasce insomma tra Juan Domingo e i lavoratori un’intesa profonda e per certi aspetti misteriosa, destinata a durare nel tempo e che costituirà un solido trampolino  verso la scalata al potere. In questo “salto” prepotentemente aiutato da Evita che, con le sue visioni anticipatrici sull’emancipazione femminile, conquisterà il cuore delle donne argentine. E’ infatti durante la prima presidenza Perón (1946-1951) e dietro le mille pressioni esercitate appunto da Evita, che le donne conquisteranno i diritti politici e civili, fino ad allora decisamente negati.

Il 14 febbraio 1946 Perón vince le elezioni  presidenziali e diventa il 29° Presidente della Repubblica Argentina. Grazie poi agli effetti del sistema elettorale maggioritario i peronisti ottengono i due terzi dei seggi nella Camera dei deputati e la quasi totalità al Senato.

Con la vittoria di Perón, esaurisce la sua ragion d’essere il Partido Laborista, creato in tutta fretta per pure esigenze elettoralistiche. Ora il nuovo Presidente ha bisogno di un’ideologia più vasta, che possa in qualche modo accordare le due anime del peronismo, quella proletaria e quella borghese, nonché di un’organizzazione politica in grado di innalzare “il generale” alle vette più alte creandogli la statura di leader nazionale carismatico e indiscusso.

Sboccia così il giustizialismo, un movimento ideato da Perón, per Perón e con a capo Perón, che si fonda su di un’ideologia dai contorni forse non ben definiti, ma che tende con decisione a coinvolgere sempre di più le masse popolari nella gestione della cosa pubblica in un’Argentina che oramai deve essere «socialmente giusta, economicamente libera, politicamente sovrana»Più che un’ideologia, il giustizialismo si presenta come un movimento di opinione dove convivono sensibilità politiche diverse, visioni economiche e orientamenti sociali non sempre coincidenti, la cui sintesi viene però assicurata dal Capo carismatico per il bene del paese e la felicità degli argentini.

I principali concetti giustizialisti vengono raccolti in un opuscolo (Le Venti Verità) che costituisce una sorta di bibbia peronista, stampata e distribuita in milioni di copie. Una summa di idee molto semplici, ma destinate a sollecitare i sentimenti, più che l’intelletto, di folle incolte che per la prima volta si affacciano sullo scenario politico e alle quali qualcuno finalmente parla in termini accessibili di giustizia sociale, ridistribuzione del reddito, assistenza sociale.  Il giustizialismo, in definitiva, rappresenta un originale tentativo di armonizzare, in un fase di profonda trasformazione industriale e sociale del Paese, Capitale e Lavoro, stabilendo un preciso collegamento tra l’interclassismo e un populismo fortemente demagogico, additando una Terza Via tra il capitalismo esasperato, che umilia l’individuo e il socialismo marxista, che uccide l’iniziativa.

Nonostante quindi le numerose analogie con le tendenze autoritarie della destra europea, il giustizialismo argentino assume caratteristiche proprie, riuscendo effettivamente a incidere sulla ripartizione del reddito, dando ampio spazio ai sindacati, appoggiandosi sulle forze armate e creando un rapporto privilegiato e passionale con le masse attraverso una legislazione sociale molto avanzata e sistemi di assistenza tra i più penetranti. La giustizia sociale, il leit-motiv di tutti gli interventi del governo peronista, viene tuttavia concessa dall’alto, in maniera paternalistica, nel quadro di una gestione quasi personalistica dei finanziamenti pubblici

La mancanza di programmazione, la convinzione che le immense riserve auree accumulate durante la Seconda guerra mondiale siano inesauribili, la disinvolta gestione del bilancio per finanziare la “lussuosa” politica sociale, porteranno presto il sistema giustizialista al collasso.

Il quadro economico del Paese comincia a deteriorarsi, si dissolve lo stato di grazia di cui ha goduto Perón nei primi anni di governo, si accentua l’autoritarismo del sistema che tende sempre più a farsi regime. I peronisti, grazie ai favorevoli meccanismi della legge elettorale, controllano senza problemi il parlamento, che così si ridurrà a una sorta di camera di registrazione delle decisioni governative. Perón del resto, al massimo della sua popolarità, viene autorizzato a governare per decreti! Un dittatura strisciante, anche se formalmente circoscritta nei limiti della costituzione. 

Un insieme di misure economiche e sociali, prese probabilmente con generosità e slancio sociale, ma certamente con crescente distacco dagli imperativi della realtà e delle leggi economiche, provoca pericolosi contraccolpi e gravi sfasamenti. Ci si illuderà insomma ancora per parecchio tempo che le riserve auree e valutarie  garantiranno tutto ciò di cui il paese ha bisogno. Ma la confusione, l’incoscienza e l’incompetenza sono tali che l’Argentina nel 1950 è costretta a importare  grano, per la prima volta nella sua storia!

Il colpo di grazia al regime giustizialista verrà con la prematura morte di Evita, avvenuta il 26 luglio 1952. Perón perde la sua più entusiasta ed efficiente sostenitrice. Scompare l’anima proletaria del peronismo, dove comincerà a prevalere la dimensione borghese e industriale, che in fondo lo stesso Perón sembra preferire. Senza tuttavia la personalità fuori del comune di Evita, capace di coagulare l’attività di individui sovente mediocri, non di rado corrotti, in ogni caso sempre interessati, tutta la costruzione sociale e assistenziale edificata dalla Madonna dei descamisados crolla precipitosamente.  Deficit del bilancio statale fuori controllo e crisi incontenibile della Fondazione di Evita (che gestiva somme favolose, quasi pari allo stesso bilancio dello Stato!) sprofondano il paese in una crisi profonda. I peronisti forse perdono in quegli anni, con la loro generosa ma irresponsabile politica sociale, l’occasione storica di fare dell’Argentina un paese politicamente stabile, industrialmente avanzato, economicamente sviluppato. Il paese non si riprenderà mai più del tutto. Da paese creditore l’Argentina entra nella poco invidiabile lista dei paesi debitori.

Pur rieletto trionfalmente  nel 1951, Perón non riuscirà a portare a termine il suo secondo mandato da Presidente. Sarà scalzato dal potere da un coup militare nel 1955 e costretto a un lungo esilio in Spagna. Ma la storia politica del generale Perón non finisce a Madrid. La sua persona incarna quello che si potrebbe definire il paradosso argentino:  se è difficile governare con i peronisti, è impossibile farlo senza di loro! Nel ricordo struggente Evita, gli argentini non riescono a dimenticare El General. Il paese, nel frattempo dilaniato da una vera e propria guerra civile, ha bisogno ancora di Lui. Così, diciotto anni dopo la sua precipitosa partenza da Buenos Aires, Perón viene entusiasticamente accolto in patria e eletto per la terza volta Presidente della Repubblica.

Ma il Paese che ritrova non è più quello degli anni cinquanta. Disilluso, fisicamente malato, con a fianco Isabelita  un’insignificante copia di Evita, amareggiato di non comprendere le motivazioni dei gruppi guerriglieri (ERP e Montoneros) scaturiti dal suo movimento che operano di concerto con le forze marxiste, forze da lui combattute tutta la vita, Perón muore appena un anno dopo la sua rielezione, il 1 luglio 1974, senza aver potuto nemmeno avviare l’inizio della soluzione dei problemi che attanagliano il paese..

Il mito Peron/Eva Peron ( la cosiddetta “formula della patria”) continuerà a percorre trasversalmente tutta la società argentina. Il giustizialismo di Juan Domingo Perón, pur con tutti i suoi errori e contraddizioni ma con la sua costante visione di “giustizia sociale”, rimarrà protagonista assoluto della vita politica argentina.

 

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