martedì, Giugno 15

Il gioco preferito dalle potenze straniere L'ex uomo forte dello Yemen suscita l'ira degli Stati Uniti.

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Lo Yemen, sempre più instabile e indisciplinato, si trova ancora una volta sotto i riflettori grazie al suo ex uomo di spicco; l’ex presidente Ali Abdullah Saleh che, sembra aver attirato l’ira degli Usa a causa della sua ingerenza nel passaggio di potere nel suo paese.

Quando Saleh era al timone dello Yemen dichiarava di aver appreso la danza dei serpenti, sapendosi destreggiare nelle più impervie azioni politiche  ma oggi piuttosto, sembra non trovare il suo spazio all’interno della pista da ballo.

Davvero solo ed isolato, “L’uomo che Washington aveva chiamato la roccaforte contro il terrore” ora, viene etichettato come indesiderato e viene messo da parte dai suoi ex alleati strategici.

 

Un’ evidente differenza da qualche anno fa quando era la sinistra a patire l’ira degli Usa. 

Oggi, gli analisti politici si interrogano se quel ex ‘Cesare’ si presenterà davanti alla Corte Penale Internazionale per rispondere alle accuse che il premio nobel per la Pace Tawakkul Karman ha più volte scagliato contro di lui.

Già nel 2012 Karman aveva chiesto alla comunità internazionale di indagare sui presunti crimini di guerra commessi da Saleh, sostenendo che l’ex presidente avesse ordinato alle forze di sicurezza di sparare contro i manifestanti in un disperato tentativo di disperderli e ridefinire il suo potere.

Alcuni avversari di Saleh lo hanno accusato di appropriazione indebita e abuso di potere e con un patrimonio di diversi milioni di dollari sono molti quelli che sostengono che l’ex presidente abbia fatto la sua fortuna alle spalle del popolo yemenita, dipingendolo come un despota avido. Saleh è riuscito a mediare un accordo in base al quale gli verrà data l’immunità in cambio della rinuncia al suo potere politico e ancora una volta con la sua abilità da stratega ha lasciato di stucco e con le mani legate i suoi oppositori politici.

Ma con più nemici che amici e la sua sempre più bassa influenza politica  la fortuna dell’ex presidente sembra davvero apprestarsi a diminuire. Se quando era presidente riuscì a schivare un paio di pallottole ora, non sembra avere la stessa destrezza nello schivare i drammatici problemi politici dello Yemen.

Se molti sono più interessati a commentare la sua decadenza come politico altri, pochi, si prendono la briga di conoscere la catena degli eventi che hanno portato alla sua uscita di scena e ad investigare sugli effetti della della sua dipartita politica che, potrebbe essere davvero un evento rilevante.

Spesso si dovrebbe andare oltre l’apparenza e capire quali sono i veri giochi di potere delle potenze straniere nello Yemen, paese di una  importanza geo-strategica assoluta.

 

Combattere il ritorno al potere di Saleh.

Quando l’ex presidente Saleh nel 2012 si dimise dalla sua carica fu una grande gioia per i rivoluzionari, una vittoria del popolo sulla tirannia e nessuno contava sulla capacità di sopravvivenza di quest’uomo e la sua volontà di battere i suoi nemici ma, il potere di Saleh ha delle basi davvero profonde e delle fondamenta molto più forti di quanto si potesse pensare.

I suoi legami all’interno dei partiti politici, con le forze militari e tribali sono stati il suo appiglio per sopravvivere alla estromissione dal potere. Fuori, ma non troppo, mentre si stava ritirando nell’ombra già tramava il suo ritorno alla ribalta.

Il desiderio dell’ex presidente di ritornare in politica è  decisamente un meccanismo di sopravvivenza e non una manifestazione di ambizione personale, egli aveva capito che il suo tempo era scaduto ma voleva comunque lasciare salda la sua eredità familiare e affermare sé stesso come un uomo dotato di una grande forza.

Questo è ciò che ha motivato il veterano Saleh a cercare nuove alleanze ed offerte migliori. Non dimentichiamo che Saleh nominò presidente Abdo Rabbo Mansour Hadi, il suo ex vice presidente e membro del Congresso Generale del Popolo. Così in un altro passaggio chiave della politica dello Yemen è riuscito ad imporsi ed a mantenere la sua fazione politica ( la GPC) come partito al governo,  una prodezza che nessun dittatore caduto per mano di una delle primavere arabe avrebbe potuto attuare.

Solo questo episodio basterebbe a mostrare lo straordinario talento politico di Saleh. Indipendentemente dalle sue colpe quest’uomo è un ‘sopravvissuto’ e mentre l’Occidente non si preoccupava minimamente di un suo ritorno al potere comunque rimaneva a capo della politica yemenita spostandosi su un’asse di alleanze diverso dal passato, scatenando l’ira degli Usa e la sua rovina personale.

Rompere le catene.

Nel corso della sua carriera politica l’ex presidente ha lasciato che il pragmatismo lo portasse a stringere alleanze seguendo un sistema di benefici più che di rischi. Ad esempio, quando Saleh si trovò di fronte ad una insurrezione meridionale chiese aiuto a Riad pur sapendo che questo avrebbe fatto dello Yemen un vassallo dell’Arabia Saudita.

Quindi, le sue decisioni politiche non sono state tanto il riflesso dei suoi sentimenti personali ma una rappresentazione della sua “politica della sopravvivenza”, che lo hanno spinto più volte a fare delle concessioni. Poco dopo il 2011 il presidente Saleh fu costretto a fare una ennesima scelta politica abbracciando la guerra contro il terrorismo degli Usa. In realtà Saleh offrì quasi volontariamente il suo aiuto contro Al Qaeda.

Ancora una volta il desiderio di sopravvivere fu più forte della tempesta e per salvare il suo potere si schierò con delle forze che aveva ritenuto prima di allora ostili. Ma le rivolte del 2011 hanno cambiato le carte in tavola e per la prima volta Saleh ha potuto seguire le sue inclinazioni politiche e non cedere al pragmatismo spietato. Libero dai fantasmi di Al Saud e Washington l’ex presidente si è rivolto ad est, verso Teheran, dando il suo sostegno alla capitale della rivoluzione islamica.

Di certo questa nuova alleanza non poteva apparire come naturale poiché dopotutto Saleh era stato la pedina di Al Saud per due decenni e fu proprio lui che portò avanti una guerra sanguinaria contro gli sciiti dello Yemen (salafiti e wannabbiti) ma ora, Saleh  ha preso coscienza del fatto che insieme, queste due potenze, possono combattere un nemico più grande: L’imperialismo  Occidentale.

Questo non vuol dire che Saleh si sia sottomesso all’Iran ma, che l’ex presidente dello Yemen abbia visto in Teheran un nuovo trampolino di lancio, una nuova risorsa. Questa è una realtà difficile da sopportare per Al Saud e le potenze occidentali e proprio a causa di questa tacita alleanza, dopo anni di protezione, Saleh ha creato uno strappo con gli Usa e questi ultimi sono pronti a isolarlo.

Non dimentichiamo che la transizione del GPC fu mediata dallo stesso presidente yemenita e fu fatta ad hoc per proteggerlo dalle spinte rivoluzionarie e mai l’ex uomo forte fu capace di fare qualcosa per il suo popolo.

Ora l’ex presidente è seduto su una bomba ad orologeria. In pochi giorni è scampato al tentativo di assassinarlo, è stato duramente schiaffeggiato dagli Stati Uniti e dalle Nazioni Unite e gli è stato imposto un divieto di viaggio ed un congelamento dei beni ai sensi del capitolo VII.

Lunedì, Washington ha decretato di aver aggiunto Saleh alla sua lista nera «poiché impegnato direttamente o indirettamente in atti che minacciano la  pace, la sicurezza e la stabilità dello Yemen.»

L’ex presidente ha poche frecce al suo arco e potrebbe avere ancora una scelta; rovesciare il suo ex luogotenente tentando un colpo di stato militare e cercando di recuperare il controllo politico.

Con tutto quello che è accaduto e che sta accadendo non sarebbe una cosa da sottovalutare.

 

 

 

Traduzione di Marzia Quitadamo.

 

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