venerdì, Aprile 16

Il gioco perverso del prezzo del petrolio Prima i Saud, ora l'Iran: entrambi i rivali pronti a subire un danno purché l'altro ne soffra uno più grande

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La ‘guerra del petroliodegli ultimi due anni sembra ora diventata un gioco al massacro tra Iran e Arabia Saudita in cui, di volta in volta, uno dei due attori pare disposto a subire i danni legati all’alta produzione (e quindi ai prezzi bassi conseguenti) a patto che il proprio avversario ne subisca uno più grosso.
La prima mossa di questa perversa partita l’ha fatta Riad, nel 2014, quando  -a fronte di una prima contrazione dei prezzi-  disattese le richieste dell’Opec di tagliare la produzione di mezzo milione di barili al giorno. La spiegazione di questa decisione che si diedero gli analisti all’epoca era che mantenendo il prezzo del greggio basso i sauditi danneggiavano i competitori con costi di produzione più alti, quelli, per intenderci, che con un prezzo del petrolio basso non erano in grado di raggiungere il breakeven e che, allo stesso tempo, non avevano le immense riserve valutarie di Riad per fronteggiare un’eventuale contrazione delle entrate.

Nel mirino della famiglia reale saudita si riteneva potesse esserci la nascente industria americana legata allo shale: i prezzi bassi avrebbero potuto strangolare nella culla il neonato che, invece, per sopravvivere ha bisogno di un greggio quotato  -secondo le stime- poco al di sotto dei 100 dollari al barile. E, infatti, una certa crisi dell’industria dello shale è stata registrata.
Ma se l’obiettivo fossero stati gli Stati Uniti non si capirebbe come mai Washington ha lasciato fare al suo storico alleato con cui, anzi, in quegli stessi anni, stava concludendo affari miliardari in forniture di armamenti. Gli Usa, secondo diverse ricostruzioni, non erano affatto ostili alla guerra del petrolio scatenata da Riad. Speravano, anzi, che il crollo del prezzo del greggio assestasse un colpo durissimo all’economia russa, già fiaccata dalle sanzioni internazionali a seguito dell’annessione della Crimea. Anche questa spiegazione, pur valida, non spiega, però, del tutto il fenomeno. L’economia russa legata al petrolio, grazie a una serie di fattori combinati, ha mostrato di saper assorbire il colpo senza sprofondare nella crisi auspicata oltreoceano. Eppure la linea di condotta saudita non è stata alterata, anzi, la produzione nel 2015 è stata portata al di sopra dei 10.25 milioni di barili al giorno (nel 2014 la soglia dei 10 milioni non era mai stata superata). L’obiettivo principale delle politiche dei Saud, secondo gli analisti, a questo punto era da individuarsi nellIran.

Teheran avvia il processo diplomatico di apertura verso l’Occidente già nel 2013, subito dopo l’elezione (appositamente guidata dalla Guida Suprema Alì Khamenei) del Presidente moderato Hassan Rohani. Nel 2014 e nel 2015 il lavorio negoziale tra la delegazione iraniana e i rappresentanti del 5+1 (gli Stati del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, più la Germania) prosegue senza sosta, mentre i nemici regionali dell’Iran  -Arabia Saudita e Israele- provano insistentemente a far cambiare idea all’alleato americano sull’opportunità di trovare un accordo con Teheran che porti alla fine delle sanzioni internazionali.
In Siria, in Yemen, in Iraq e in tutto il Medio Oriente lo scontro tra Iran e Saud è ai massimi livelli, e si concretizza in una sanguinosa faida tra sunniti e sciiti. Le rispettive sfere di influenza sono in fase di evoluzione (ascesa per l’Iran e erosione per l’Arabia Saudita) e l’incombente accordo sul nucleare iraniano rappresenta  -soprattutto per via delle fine delle sanzioni-  la prospettiva per la Repubblica Islamica iraniana di consolidare l’emersione e, anzi, di potersi anche spingere oltre. È in questo periodo che Riad porta la produzione sensibilmente al di sopra dei 10 milioni di barili al giorno. L’obiettivo  -che si aggiunge a quelli sopradetti di danneggiare la Russia e di eliminare i competitors minori (come quelli legati allo shale) per poi assorbirne le quote di mercato- sarebbe quello di impedire all’Iran di prendere una sostanziosa boccata d’ossigeno con la fine delle sanzioni (che arriva nel gennaio 2016)  -necessaria, considerato il rilevante sforzo economico e bellico sostenuto da Teheran per mantenere al potere in Siria il regime alleato di Bashar al Assad-, e di poter investire l’extra-budget nell’ammodernamento degli impianti di estrazione del petrolio (vero tallone d’Achille della filiera iraniana). I prezzi alti, infatti, dovrebbero teoricamente danneggiare l’Iran più che proporzionalmente rispetto all’Arabia Saudita, considerato il costo di produzione del greggio maggiore per Teheran.

Questa tattica dell’Arabia Saudita si rivela tuttavia un boomerang. La sua economia, fondata quasi esclusivamente sul petrolio (all’80% almeno, secondo le stime), è in crisi e diventa necessario erodere drasticamente le risorse di valuta per mantenere lo stato sociale (che garantisce la stabilità della monarchia saudita), per pagare le spese della Corte e per finanziare la guerra in Yemen contro gli insorti sciiti (Houthi), iniziata nel 2015 e divenuta sempre più un Vietnam per Riad.
Con questi ritmi  -è la stima del Fondo Monetario Internazionale- l’intera riserva di valuta saudita si prosciugherà nell’arco dei prossimi cinque anni. Di qui la decisione di correre ai ripari. In un incontro tenutosi il 16 febbraio a Doha, Arabia Saudita, Russia, Venezuela e Qatar si sono detti favorevoli a congelare la produzione di petrolio ai livelli di gennaio 2016, nel tentativo di stabilizzare i prezzi. L’Iran, che fino a quel momento sembrava interessato a un risultato del genere, ha frenato sulla sua possibile partecipazione a questo accordo tra Paesi Opec e non-Opec (il primo negli ultimi quindici anni).

La mossa potrebbe giustificarsi con l’intenzione di approfittare del congelamento della produzione dei concorrenti per conquistare quote di mercato (obiettivo estremamente importante per un Paese che è appena emerso da anni di sanzioni internazionali). Ma, nell’ambito del gioco al ‘tanto peggio tanto meglio’ ingaggiato con Riad, la spiegazione potrebbe anche essere un’altra: la stabilità del prezzo del greggio, in questo momento, è tornata ad essere più una priorità per l’Arabia Saudita che per l’Iran.
La pace sociale e il finanziamento delle guerre (e dei guerriglieri) all’estero promettono  -nei desideri della teocrazia sciita-  di aumentare l’instabilità del regno saudita, già in fase di crisi. Così, non aderire all’accordo è diventata, oltre che una leva economica, anche una leva di carattere geopolitico nelle mani dell’Iran.
Forse proprio per questo l’Arabia Saudita ha annunciato, lo scorso primo aprile, che se Teheran non parteciperà all’accordo, non lo farà neanche Riad. O forse -altra faccia della stessa medaglia- perché dopo la presa di posizione di Teheran il prezzo del petrolio, che aveva iniziato a salire dopo l’annuncio dell’Opec, aveva nuovamente ripreso a scendere. In ogni caso una soluzione potrebbe sempre essere trovata in tempi rapidi, ma il Grande Gioco in corso in Medio Oriente sembra aver assorbito anche questa parte, fondamentale, dell’economia dei Paesi del Golfo all’interno delle proprie dinamiche di scontro.

 

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