sabato, novembre 17

Il gioco di sponda tra Roma e Washington I grandi interessi dietro le trattative tra Trump e Conte

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Nel contesto bipolare che contrassegnò la Guerra Fredda, gli Stati Uniti attribuivano all’Italia un ruolo preminente. Il bel Paese era infatti attraversato dalla cortina di ferroche separava il blocco atlantico da quello facente capo all’Unione Sovietica, occupava una posizione centrale nello scacchiere mediterraneo ed annoverava il più grande partito comunista dello schieramento occidentale. Durante quel conflitto a bassa intensità consumatosi all’ombra del Muro di Berlino, gli Stati Uniti avevano l’esigenza di rinsaldare continuamente il legame a doppio filo con gli alleati europei istituito all’indomani della Seconda Guerra Mondiale e ciò li persuase a mantenere un approccio relativamente tollerante verso di loro. L’apparato dirigenziale italiano ne approfittò per ricavarsi alcuni margini d’autonomia operativa soprattutto nello scenario mediterraneo, allacciando contatti con la Libia di Muhammar Gheddafi e – per un certo periodo – portando avanti una spregiudicatissima politica petrolifera manovrata dall’Eni di Enrico Mattei.

Il crollo del Muro di Berlino e la caduta dell’Unione Sovietica alterarono radicalmente il contesto generale, inducendo Washington a rivedere radicalmente la propria scala delle priorità. Il nuovo quadro strategico venutosi a delineare con la scomparsa dell’Urss imponeva infatti agli Stati Uniti di ancorare saldamente la Germania riunificata allo schieramento atlantico, oltre che a ricalibrare l’equilibrio mediorientale attraverso il ridimensionamento di un alleato sgradito a Israele e Arabia Saudita quale il dittatore iracheno Saddam Hussein. Per l’Italia, ciò implicò la fine della centralità strategica che gli Stati Uniti le avevano riconosciuto nei decenni precedenti. I leader dei partiti storici che avevano guidato il Paese nel corso della Guerra Fredda persero le coperture politiche garantite da oltreoceano, lasciando alla magistratura italiana ‘mano libera’ – la stessa ‘mano libera’ che non avevano mai avuto quando si era trattato di far luce sulle stragi come quella di Ustica – di istruire un’inchiesta complessa come Tangentopoli, la quale portò all’affossamento dei partiti che avevano governato il Paese nel corso della ‘prima Re­pubblica’, mentre la grande finanza anglo-statunitense approfittava della ‘svolta’ economica varata dai tecnici, attraverso la combinazione tra internazionalizzazione del debito italiano e privatizzazione dell’economia pubblica, per mettere le mani sulle imprese statali a prezzi fortemente ridotti grazie all’affossamento della lira ad opera di George Soros.

Da quel momento, l’Italia ha navigato a vista e pagato a carissimo prezzo si pensi al rovescio subito in Libia ad opera in primis del tandem franco-britannico la perdita del ruolo di avamposto strategico del fronte atlantico rivolto verso il blocco sovietico e il mondo arabo. Per lungo tempo gli apparati di Bruxelles, fortemente influenzati dal ‘direttorio franco-tedesco’ e sua volta legato a doppio filo al gruppo di potere statunitense gravitante nell’orbita dei Clinton che ha tenuto le redini degli Usa per parecchi anni, hanno potuto avvalersi del consenso di Washington per impiegare l’arma dei ‘mercati’ contro l’Italia ogni qualvolta si rendeva necessario ‘richiamarla all’ordine’.

L’ascesa al potere di Donald Trump ha infranto il (dis)equilibrio dei poteri tra le due sponde dell’Atlantico che vigeva dal termine della Guerra Fredda. Il tycoon newyorkese gode infatti del supporto di quei settori economici e politici che intendono riformulare la supremazia geopolitica statunitense attraverso la ricostruzione di un rapporto organico tra politica, economia e società statunitensi. Un processo incentrato sul recupero dei legami con il territorio nazionale, e dispiegatosi attraverso l’adozione di una politica tariffaria diretta anzitutto a contrastare il mercantilismo tedesco. La radicale riconfigurazione del Nafta risponde esattamente a questo scopo, così come il conferimento all’Italia del ruolo di interlocutore privilegiato in seno al vecchio continente‘. La stima che Trump dichiara di nutrire nei confronti delle forze cosiddette ‘populiste’ – fresche di ‘investitura ufficiale’ da parte di Steven Bannon – su cui si regge l’attuale governo italiano è dovuta non tanto a presunte ‘affinità elettive’, quanto all’ostilità palese che l’esecutivo italiano esplicita nei confronti della Germania. Ostilità tanto più apprezzata alla luce del raddoppio del gasdotto Nord Stream, che garantisce l’afflusso diretto di gas russo al Meclemburgo consolidando il legame energetico russo-tedesco, e degli ambiziosi ma difficilmente realizzabili progetti tedeschi relativi alla creazione di un sistema di pagamenti autonomo che consenta all’Unione Europea di condurre i propri affari con l’Iran aggirando le sanzioni statunitensi.

Eventuali simpatie personali possono al massimo rasserenato il dialogo tra le parti, ma ricoprono comunque un ruolo del tutto secondario rispetto ai concretissimi interessi legati all’istituzione di un’intesa politica tra Washington e Roma. Perché non c’è dubbio, anche alla luce del profilo di businessman che Trump si è costruito durante la sua carriera, che l’acquisto massiccio di titoli di Stato italiani da parte di fondi statunitensi vicini alla Casa Bianca nel momento in cui la controversia con il Quirinale stava facendo lievitare lo spread, l’appoggio al governo guidato da Giuseppe Conte per quanto riguarda la costituzione di una cabina di regia comune italo-statunitense rispetto alla questione libica e l’esenzione (per sei mesi, estesa anche a ‘pesi massimi’ del calibro di Cina e India) dell’Italia dall’embargo sulle importazioni di petrolio iraniane siano pura merce di scambio, che gli Usa hanno barattato in cambio di solide contropartite. La prima riguarda il mantenimento a Niscemi (in Sicilia) del Mobile User Objective System (Muos), un sistema di comunicazioni satellitari prodotto dalla Lockheed Martin per conto della marina militare Usa che si compone di quattro satelliti in orbita geostazionaria ciascuno dei quali connessi a una stazione terrestre collegata alle altre da una rete di cavi in fibra ottica che corrono sia sotto terra che sotto il mare. Come spiega l’esperto Manlio Dinucci, «il Muos, già in funzione, diverrà pienamente operativo nell’estate 2019 raggiungendo una capacità 16 volte superiore a quella dei precedenti sistemi. Trasmetterà simultaneamente a frequenza ultra-alta in modo criptato messaggi vocali, video e dati. Sottomarini e navi da guerra, cacciabombardieri e droni, veicoli militari e reparti terrestri, statunitensi e alleati, saranno così collegati a un’unica rete di comando, controllo e comunicazioni agli ordini del Pentagono, mentre sono in movimento in qualsiasi parte del mondo, regioni polari comprese. La stazione Muos […] è quindi un ingranaggio essenziale della macchina bellica planetaria degli Stati Uniti. Se la stazione fosse chiusa, come ha promesso disinvoltamente il Movimento 5 Stelle in campagna elettorale, dovrebbe essere ristrutturata l’architettura mondiale del Muos».

Secondariamente, le concessioni Usa all’Italia hanno lo scopo di convincere le autorità di Roma a puntare sull’acquisto dei caccia F-35 mettendo da parte le molte perplessità sorte in merito al programma relativo allo sviluppo del velivolo – specie in seguito ai numerosi problemi tecnici riscontrati nel suo funzionamento. L’altra motivazione che è all’origine dell’apertura statunitense nei confronti dell’Italia è legata allo sblocco dei lavori per la costruzione del gasdotto trans-adriatico, che alleggerirebbe la dipendenza dell’economia italiana dagli idrocarburi russi a favore di quelli azeri. Anche in questo caso, in campagna elettorale il Movimento 5 Stelle si era fortemente opposto alla realizzazione del progetto, senonché «a luglio durante la sua visita a Trump negli Stati Uniti ha impegnato il governo a realizzare il gasdotto, che aggira la Russia, in cambio dell’appoggio Usa alla conferenza sulla Libia del 12 novembre a Palermo. Insomma si tratta di una partita geopolitica di primo piano che riguarda la ‘protezione’ americana a questo esecutivo».

Unaprotezione‘, beninteso, che ha una funzione meramente tattica e rimane strettamente dipendente all’atteggiamento che il governo italiano assumerà nei prossimi mesi in merito a una serie di questioni di primaria importanza, a partire dalle sanzioni nei confronti della Russia e dal proseguimento in territorio italiano della Belt and Road Initiative cinese. Immaginare che un Paese come gli Stati Uniti rimanga insensibile al riconsolidamento delle sinergie russo-italiane e/o alla crescente presenza della Cina in Italia (e Grecia) è del tutto illusorio. Il Mediterraneo ha recuperato una sua centralità a spese dell’area baltica, attorno a cui continua invece a gravitare l’Unione Europea, anche alla luce dell’attivismo dell’ex Celeste Impero in quest’area geografica. Certo è che gli Stati Uniti non godono più del potere di dissuasione e di rappresaglia su cui potevano contare all’epoca della Guerra Fredda, quando la prospettiva di un eventuale avvicinamento dell’Italia a Mosca e/o Pechino sarebbe stata stroncata sul nascere senza alcuna remora. L’aumento della soglia di tolleranza di Washington nei confronti dell’Italia non è che la logica conseguenza di ciò, anche in virtù del riorientamento strategico che gli Usa hanno varato ormai da anni spostando la propria attenzione sul teatro Pacifico. Per l’attuale leadership italiana, la vera sfida consiste nel saper sfruttare gli accresciuti margini di manovra venutisi a determinare con l’insediamento di Trump senza tirare eccessivamente la corda. Quello che il governo di Roma sta conducendo tra Washington, Mosca e Pechino è un delicatissimo gioco di sponda che presenta opportunità altrettanto grandi rispetto ai rischi.

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