giovedì, Giugno 17

Il gioco dei collegi field_506ffb1d3dbe2

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L’ebbrezza di avere il pianeta in mano. “Ricorda Charlie Chaplin quando giocava con il mondo in ‘Il Grande Dittatore’? Ecco, avevamo quell’impressione”. Il professor Antonio Agosta, docente di Scienza politica all’Università Roma Tre, è uno dei dieci esperti che nel 1993 disegnarono i collegi della legge elettorale ‘Mattarellum‘, fra i quali -di qui Charlot- i ‘collegi uninominali mondiali’ per il voto degli italiani all’estero (la cui norma tuttavia saltò, e fu introdotta anni dopo). Una faticaccia: due mesi di lavoro intenso a tappe forzatissime. Perché, resto della Terra a parte, dividere l’Italia in collegi richiede molto studio su demografia, geografia e storia dei territori, spiega il professore. Da questo punto di vista forse potevano fare di più gli autori della tabella allegata al testo base dell’Italicum -la proposta di legge elettorale nata dall’accordo fra Partito democratico e Forza Italia e al vaglio del Senato- date le accuse di alcuni di aver messo insieme negli stessi collegi capre e cavoli, ad esempio pezzi di province diverse e territori di colori politici contrastanti. La tabella riporta le stesse 26 circoscrizioni del Mattarellum (e poi del Porcellum), corrispondenti a regioni o loro parti, e le suddivide in sub-circoscrizioni, collegi plurinominali. Per creare questi ultimi, ci dice Agosta, gli autori hanno accorpato i collegi uninominali disegnati nel 1993. Non se l’aspettava. Problema: quelli erano basati su dati del 1991. Il rischio, scompensi fra collegi in termini di popolazione. “I collegi devono essere naturali – ci dice il politologo Gianfranco Pasquino Chi conosce bene un territorio sa quali sono i confini naturali, in termini sia geografici sia di preferenze politiche. Se ci sono errori in questo senso nel disegno bisogna correggerli”. Secondo Pasquino si deve tornare in buona misura alla ripartizione sulla base precedente.

In quanto al colore politico (e ai feudi elettorali violati), non si dovrebbe proprio considerare. Secondo il professor Agosta la geografia politica che conta è quella amministrativa, non dei partiti, ad esempio la provincia d’appartenenza dei Comuni ma non solo: “Nel 1993 facemmo attenzione anche a quali tribunali e Usl, ora Asl, appartenevano, e anche storicamente a quale diocesi”. Trascurare i fattori politici fu reso più semplice dal contesto storico, comunque, aggiunge Agosta; c’era più libertà per il team di esperti perché l’Italia e il mondo intero erano in un periodo di transizione. Il professor Pasquino vorrebbe, allo stesso modo, che i tornaconti di squadra restassero fuori dalla questione. “I partiti pensano alle proprie convenienze, ed è un problema – ci dice il politologo – la legge elettorale non deve fare i loro interessi ma dare potere agli elettori”. In che modo? “Sento dire che non c’è alcuna legge elettorale perfetta. Be’, è ovvio -risponde Pasquino- Però ci sono alcune leggi elettorali preferibili rispetto alle altre”. Il Porcellum non va bene per niente, secondo il professore, è quasi la peggiore e forse solo quella della Grecia la batte in questo. La scelta migliore per Pasquino è un sistema con collegi uninominali: passa un solo candidato e gli elettori sanno subito chi vince e chi perde, senza dover aspettare il giorno dopo. “Vogliamo un sistema proporzionale? –aggiunge- Buoni ce ne sono, e quello della Germania è ottimo”. Anche altri sistemi andrebbero bene, ad esempio quelli scandinavi, ma il proporzionale tedesco “è l’unico adatto per l’Italia, per la sua soglia di sbarramento al 5% che tiene fuori i piccoli partiti e per il fatto che i suoi collegi sono uninominali”.

Anche senza dover includere i calcoli dei partiti, la divisione del ’93 fu una gran fatica. Poi il progetto passò alle Regioni per un parere, quindi alle Commissioni Affari Costituzionali di Camera e Senato, e infine al governo per l’inserimento in un decreto delegato, ricorda Agosta. L’iter sarà diverso per i collegi dell’Italicum: il Pd l’ha spuntata su Forza Italia, perciò sarà il ministero degli Interni e non il Parlamento a disegnarli. Buona o cattiva notizia? Secondo Pasquino è ottima: “In un Paese decente è il ministero degli Interni a disegnare i collegi, secondo regole note a tutti ed eque”. Ed è necessario evitare disparità: “non deve accadere che in un collegio servano 120mila voti per eleggere un rappresentante e in un altro 60mila”. Il Parlamento non si deve occupare della questione, secondo il politologo, perché non ha le competenze tecniche che invece il ministero ha. Neanche un gruppo di esperti andrebbe bene. “I funzionari del ministero hanno una grande competenza, tocca a loro. Il Parlamento dà la linea e loro devono eseguire, con equilibrio”.

Il professor Agosta ha un’opinione diversa: “Che sia il governo o il parlamento, si dovrebbe affidare il lavoro a chi l’ha fatto”. Così ha suggerito anche ai diretti interessati lo scorso 3 ottobre, durante una delle sue audizioni in Parlamento tenutesi in questi anni. Il professore consiglia di affidare il disegno dei collegi di nuovo a un gruppo di esperti, composto da chi se la sente del precedente team (sette i viventi) e da giovani competenti. Ma perché non lasciare tutto al ministero degli Interni? “Perché i funzionari e gli impiegati della Direzione centrale servizi elettorali – osserva Agosta – nello stesso periodo dovranno preparare anche le elezioni europee del 25 maggio e quelle amministrative, e anche le politiche se ci fossero elezioni anticipate”. Già troppi impegni, insomma. Meglio dunque un team di esperti. “Non lo dico per propormi – puntualizza il professore – è un lavoro che fa perdere tantissimo tempo e dà gratificazioni solo morali, ma se mi si dovesse chiedere di farlo potrei proporre un gruppetto di miei giovani allievi e qualche collaboratore bravo e colleghi dell’epoca che se la sentono ancora”. Comunque, il possibile ritorno immediato alle urne dopo l’approvazione della legge elettorale potrebbe non essere così immediato: “Nel ’93 qualcuno voleva ma servirono quattro mesi buoni per i collegi, quindi…”.

A proposito di strategie elettorali: quanto contano questi collegi per i partiti? Pd e Forza Italia si erano impantanate su chi doveva disegnarli. E i collegi piccoli dell’Italicum, con un numero di eletti da tre a sei, non minacciano i piccoli partiti? Secondo Pasquino sì, i partiti piccoli sarebbero penalizzati: “Le circoscrizioni piccole li svantaggiano automaticamente: se i seggi in palio sono sei, ad esempio, per far eleggere un candidato bisogna conseguire una percentuale inarrivabile per le formazioni minori”. In generale, Italicum a parte, i collegi hanno un valore strategico perché, spiega Pasquino, da come si ritagliano dipende il numero di elettori delle varie formazioni politiche presente in ciascuno di essi. A parere del professore la cosa migliore, per i partiti, è che il proprio elettorato sia distribuito in modo equilibrato: si vincono molti più seggi avendo il 60% dei voti in due collegi piuttosto che l’80% in uno e il 40% nell’altro.

Secondo Agosta il disegno dei collegi non influirà per nulla sul volto del prossimo Parlamento. “I partiti piccoli soffrirebbero se il sistema fosse ‘bottom-up’, dal basso verso l’alto, ma non è il caso dell’Italicum: i seggi sono ripartiti su base nazionale e se un partito piccolo ha diritto a uno di essi dovrà averlo, anche se questo significa prenderlo in una circoscrizione dove è arrivato terzo o quarto”. In che senso l’Italicum non è bottom-up? Il sistema elettorale che si sta delineando, spiega Agosta, prevede una competizione fra partiti o coalizioni sul piano nazionale. I seggi sono prima ripartiti fra le coalizioni e i partiti da soli (o in coalizioni bocciate alle urne) che hanno superato le rispettive soglie di sbarramento, poi quelli delle coalizioni sono suddivisi al loro interno. Qui finisce il livello nazionale. Segue la riallocazione territoriale dei seggi conquistati a livello nazionale a quoziente pieno, attraverso la loro distribuzione nelle 26 circoscrizioni, e l’assegnazione dei seggi non attribuiti in prima battuta, che non potranno mai superare quelli dati a livello nazionale. Infine c’è la fase d’individuazione dei candidati. Per quest’ultima il Porcellum faceva affidamento su 26 liste circoscrizionali, mentre l’Italicum le suddivide in sub-circoscrizioni, collegi plurinominali che vanno da un minimo di tre eletti a un massimo di sei.

Secondo Agosta, con l’Italicum gli elettori di nuovo non avranno voce in capitolo sugli eletti, uno dei motivi per cui la Corte costituzionale ha bocciato il porcellum nel dicembre scorso. “La differenza è che prima i partiti erano determinanti, mentre ora molto è frutto del caso”. Perché? Le sub-circoscrizioni dovranno distribuire i seggi, spiega il professore. Mettiamo che un partito abbia diritto a un seggio in una circoscrizione e questa sia divisa in cinque collegi, in quale sarà eletto? Secondo Agosta sarebbe più corretto preferire quello dove il partito ha avuto la miglior percentuale di voti. C’è poi la questione del numero di eletti. A parere del professore –“Ma si dovrebbe approfondire con simulazioni”- verosimilmente passeranno al massimo i capilista, qualche volta anche i secondi, e non in tutte le subcircoscrizioni. Di conseguenza, gli elettori potranno anche conoscere i candidati in lista come voleva la Corte costituzionale ma la loro influenza sarà molto labile perché a contare sarà il risultato nazionale del partito o della coalizione. Un sistema dall’alto verso il basso, appunto. Nell’Italicum “i collegi sono solo il punto d’atterraggio di un’operazione che parte dal livello nazionale. Non c’è incidenza diretta dei collegi sul risultato, ma la combinazione di vari elementi che rende la scelta degli eletti un po’ aleatoria e poco manovrabile dai partiti”. Al massimo, per Agosta il problema dei partiti potrebbe sorgere in campagna elettorale, per la comunicazione e gli spostamenti, nel caso di collegi disomogenei.

Ma visto che i partiti sono alle prese con il sistema elettorale, cambieranno anche la legge Tremaglia sul voto all’estero? “Non credo siano capaci di mettere mano a ciò che non hanno mai fatto – ci dice Pasquino – è già tanto se stanno muovendo qualche passo nella sostituzione del Porcellum. In nessun altro Paese esiste un voto all’estero come il nostro, è un sistema sbagliato che produce esiti curiosi e frutto di una legge straordinariamente pessima. La si dovrebbe cambiare, ma mi sembra troppo chiederlo”.

 

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