giovedì, Maggio 6

Il Ghetto di Roma in 3D

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Nel Museo Ebraico di Roma, nelle sale sotto la Sinagoga, tramite un’istallazione multimediale in tecnica 3d (che rappresenta il futuro del turismo in campo culturale, sebbene rispetto agli altri Paesi europei l’Italia risulti indietro in questo settore legato all’alta tecnologia) aperta ad ulteriori aggiunte di zone nella città, per ora non comprese nella mappa, è possibile entrare virtualmente nell’antico Ghetto ottocentesco della Capitale.

Tale dispositivo tecnologico è posto su un tavolo interattivo a touch screen, non su pannelli statici, ma sviluppato grazie all’ausilio del supporto web, che rende percepibili gli spazi come se fossero reali.

È così possibile conoscere e percorrere i vicoli, le strade, costeggiati da palazzi ormai scomparsi, del Ghetto di Roma così come si presentava nell’Ottocento, ed ora sparito nel suo nucleo storico, tranne la parte salvata dalla demolizione attuata in base ai piani regolatori del 1873 e del 1883. Un viaggio nel tempo che parte dal periodo precedente all’arrivo dei Francesi nella Roma del 1798, passando per la repubblica romana del 1849, con l’apertura del Ghetto completata nel 1870 e che prima del 1888 vide nell’attuazione del nuovo piano regolatore, oltre alla demolizione dei vecchi edifici della zona, scomparire parte delle viuzze e delle antiche strade, come ad esempio via della Pescheria, per far posto agli stradoni, che noi tutti ora conosciamo, come via del Portico d’Ottavia. Sembra quasi che l’onta della memoria storica legata alla segregazione di una parte della popolazione romana volesse essere cancellata, quasi senza lasciare più traccia, come se si potesse con la distruzione cancellare il ricordo ancora vivo nella memoria delle persone più anziane, ma in realtà la motivazione era un’altra, che si trattava in sostanza di un ambiente malsano, privo dei fondamentali servizi igienici e soggetto alle varie inondazioni del Tevere.

La ricostruzione e modellazione tridimensionale, qui svolta procedendo per isolati, con le singole particelle costruite virtualmente e sulla base delle informazioni iconografiche citate in precedenza, è stata possibile basandosi sulle fonti documentarie fornite dagli acquarelli di ‘Roma sparita, realizzati da Ettore Roesler Franz tra il 1878 e il 1896, che rappresentavano scene di vita quotidiana e fornisce informazioni sulle coloriture degli intonaci e degli elementi accessori degli edifici, non rivelabili altrimenti dalle fotografie all’epoca ancora in bianco nero. In tale ricostruzione ci si è avvalsi anche dell’ampia documentazione fotografica fatta prima della demolizione e conservata presso l’Archivio Fotografico Comunale e in quello Fotografico del Piano Regolatore 1883, oltre che delle planimetrie e dei documenti dell’epoca, come le indennità per demolizione e catastali e urbanistiche, con una ricostruzione metrica accurata e proporzionale degli edifici, compresi quelli riscontrabili esclusivamente dalle fotografie e dalle opere d’arte utilizzate per tale progetto.

Il materiale reperito per lo studio (durato circa un anno) per realizzare tale progetto tecnologico è stato ripreso tutto quanto nei minimi particolari, compresi i segni delle piene del Tevere sulle case giudaiche, le cui facciate, essendo a ridosso del fiume, assumevano a causa del fango una colorazione per livelli che corrispondeva alla cronologia di questi eventi calamitosi, fino alle scoloriture degli intonaci.

Nel progetto vi è “non una semplice rappresentazione del Ghetto, ma una simulazione di come era realmente. [….] Naturalmente è soltanto l’inizio, andremo sempre ingrandendolo ” come ha spiegato Stefano Borghini della Katatexilux che ha sviluppato l’idea grazie al finanziamento del 2014 della Rotschild Foundation (Hanadiv) Europe. Il lavoro di ricostruzione tridimensionale è un’operazione scientifica fondata sulla ricerca storico-architettonica di riconosciuta autenticità, in grado di calare l’utente all’interno del quartiere grazie della spazialità ricostruita virtualmente in 3d, che permette alla persona di provare sensazioni grazie alla percezione dello spazio.

Il quartiere, definito ‘il serraglio degli ebrei’, era esteso a ridosso del Tevere per circa 3 ettari e abitato da circa 6.000- 7.000 persone nel 1883, più del doppio da quando fu creato nel 1555, dopo la bolla di papa CarafaCum nimis absurdum’ che lo istituì, stabilendo nel contempo il divieto per gli ebrei di possedere immobili e diminuì la cura per gli abitanti presenti in questo luogo, portando alla situazione malsana di cui abbiamo già parlato e alla disposizione che anticipa di molti secoli le cosiddette leggi razziali istituite nell’era fascista. Questo quartiere, chiuso da muri e dotato di porte (in origine 2 soltanto, poi estese a 8), veniva sbarrato alla sera e riaperto all’alba, e gli ebrei avevano l’obbligo di risiedervi, portando gli uomini un cappello glauco e le donne un qualsiasi indumento dello stesso colore; inoltre non potevano esercitare nessun commercio, ad eccezione di quello degli stracci e dei vestiti usati.

Le immagini presenti nel 3d sono state geolocalizzate informaticamente con chiarezza, anche rispetto ad alcune ambiguità fino ad oggi rimaste irrisolte, senza però aggiungere nessun elemento in maniera arbitraria: dai numeri civici, alla ruggine delle ringhiere, al dilavamento degli intonaci, alla caduta di porzioni di rivestimento delle murature in mattoni e molto altro ancora. I palazzi presenti, anche se taluni fatiscenti e costituitisi su un tessuto urbano medievale stratificatosi su preesistenze romane, raggiungevano anche gli 8 piani, in quanto tale comunità, non potendo occupare altri spazi, ha eretto le sue costruzioni in altezza (e non in larghezza) per più di tre secoli; ovunque sorgevano sopraelevazioni di ogni sorta per accogliere la popolazione in continuo aumento.

Alcune aree sono state più facili da individuare e ricostruire, come la nota Piazza delle Cinque Scole, che ospitava numerosi templi ebraici prima della erezione nel 1904 dell’attuale Sinagoga, oppure la zona di Portico d’Ottavia; altre invece sono state più difficili da individuare e rappresentano le più ricche del Ghetto, come Via della Rua, perché l’interesse del pittore Roesler Franz era d’indagare e riportare lo spirito romantico dell’area piuttosto che la zona moderna, come spiegava Raffaele Carlani, responsabile del progetto insieme ad altri storici dell’arte, urbanisti e altri illustri studiosi. Si tratta di un vero e proprio palinsesto in più fasi cronologiche, formato da strutture architettoniche più antiche, inglobate in edifici costruiti successivamente, come per esempio le torri medievali con portali rinascimentali, i prospetti scanditi da alte finestre rettangolari dovuti alle successive ricostruzioni ottocentesche.

Tutto il materiale iconografico reperito è stato raccolto in un database consultabile attraverso vari criteri di ricerca (autore, data, tipologia di documento, edifici rappresentati, toponimi, ecc.).

Si tratta di una sorta di Street View della Roma ebraica ottocentesca, tanto che Riccardo Pacifici, Presidente della comunità ebraica capitolina, presente insieme al rabbino Riccardo Di Segni, a Gianni Ascarelli, Assessore alla Cultura, e alla direttrice del Museo Ebraico, ha presentato questo 3d il 5 dicembre scorso con queste parole: “Abbiamo sentito parlare di come fosse il Ghetto prima della demolizione, ma non potevamo farcene una reale percezione. Sarà bello immaginare di camminare in quelle strade come uomini liberi, in condizioni molto diverse sia dal punto di vista sociale che sanitario rispetto a come vivevano all’epoca. I cittadini hanno modo di camminare in una ricostruzione fedele di una porzione importante di come era tale quartiere della città di Roma. Non c’è un’opera simile nella città, anzi, speriamo che possa essere allargato ad altre zone. Vorrei proporre di sviluppare un’app per far godere quest’emozione a chi vive all’estero. Siamo una delle poche comunità che si può permettere non soltanto il racconto di come era il luogo da dove veniamo all’epoca, ma anche di farlo vedere: siamo la comunità più antica della diaspora. Siamo qui a 2.200 anni, ma a differenza di tante altre, specialmente nell’Europa dell’Est, possiamo raccontarlo e dire chi siamo oggi.”.

Insomma un’iniziativa importante non soltanto per rilevare l’importanza sociale della comunità ebraica, ma anche per sottolineare l’antichità e l’alto valore del substrato culturale che tale progetto rappresenta per tutti i cittadini romani e per coloro che vengono dall’estero.

Abbiamo intervistato Alessandra Di Castro, direttrice del Museo Ebraico di Roma, su questo viaggio virtuale nei luoghi della Roma ebraica di 150 anni fa.

Il vostro 3d fa camminare nel Ghetto Ebraico come era 150 anni fa. Quali sono le differenze tra ieri ed oggi all’interno di questo luogo e quali edifici erano in costruzione e quali non c’erano ancora?

Il quartiere del Ghetto di Roma, istituito nel 1555, è stato demolito negli anni ’80 dell’Ottocento in attuazione delle previsioni del Piano Regolatore del 1883. Costituito da un tessuto medievale stratificatosi su preesistenze romane, per più di tre secoli il quartiere è stato costretto a svilupparsi in altezza, non potendo espandersi al di fuori dei confini stabiliti. La densità abitativa nel 1870 arrivava a 5000 abitanti e ovunque sorgevano superfetazioni e sopraelevazioni per accogliere la popolazione ebraica in continuo aumento. Il tessuto edilizio di fine Ottocento, osservabile dalle fotografie, si presenta come un vero e proprio palinsesto: strutture architettoniche antiche inglobate in edifici successivi, torri medievali con portali rinascimentali, prospetti scanditi da alte finestre rettangolari in seguito a ristrutturazioni ottocentesche.

Si tratta di un tavolo interattivo unico al mondo. Ci spiega perché e quali avanzate tecniche informatiche usa e che permette di fare al visitatore del museo e Come è avvenuta la collaborazione con KatatexiLux grazie alla Fondazione Rotschild?

Non è l’unico al mondo. Il Museo Ebraico di Roma offre ai visitatori la prima ricostruzione dell’antico Ghetto Ebraico della Capitale prima della sua demolizione; un tavolo interattivo che permette, per la prima volta, di camminare nel quartiere ebraico della Capitale in un viaggio tridimensionale lontano 150 anni, dando la possibilità a studiosi, ricercatori, studenti di immergersi nella Storia di uno dei quartieri ebraici più affascinanti del mondo.

La ricostruzione tridimensionale di quello che era il Ghetto di Roma alla fine dell’Ottocento è stata realizzata sulla base di fonti documentarie e iconografiche di vario genere: acquerelli, dipinti, incisioni, fotografie d’epoca e documenti catastali e urbanistici reperiti in diversi archivi storici. La scelta del momento storico rappresentato deriva dall’intenzione di realizzare un’operazione di ricostruzione scientifica, fondata il più possibile su fonti certe, e la seconda metà dell’Ottocento si è rivelata essere il periodo del quale sono rintracciabili il maggior numero di informazioni documentarie necessarie a raggiungere tale obiettivo. Tutto il materiale iconografico reperito è stato raccolto in un database consultabile attraverso vari criteri di ricerca (autore, data, tipologia di documento, edifici rappresentati, toponimi) e ogni immagine è stata geolocalizzata realizzando una mappatura definitiva di tutte le strade e i vicoli, facendo chiarezza anche su alcune ambiguità nella localizzazione fino ad oggi rimaste irrisolte. Un ulteriore approfondimento dell’analisi del materiale iconografico ha permesso di arricchire la ricostruzione con i dettagli caratterizzanti il quartiere: targhe delle strade, numeri civici, insegne di botteghe, lampioni, inferriate, cancellate, pavimentazioni stradali, particolari che arricchiscono l’immagine della ricostruzione mantenendone l’oggettività scientifica. Nessun elemento presente nella ricostruzione è stato aggiunto arbitrariamente: persino le colature di ruggine sotto alle inferriate sono state rappresentate esattamente nella posizione in cui sono state osservate sulla documentazione fotografica. Il dilavamento degli intonaci, la caduta di porzioni di rivestimento che scoprono le murature in mattoni, le macchie dovute al periodico allagamento delle strade durante le piene del Tevere: tutti gli elementi sono stati rappresentati in modo oggettivo attraverso un rilievo architettonico e la sua traduzione in texture. La modellazione tridimensionale si è svolta procedendo per isolati, le cui singole particelle sono state costruite virtualmente sulla base delle informazioni desunte dal materiale iconografico. Il software per la navigazione in realtime è stato sviluppato da Progetto KatatexiLux specificatamente per questa applicazione, implementando le diverse funzioni in relazione alle esigenze specifiche (museali, divulgative, rappresentative) sorte durante la realizzazione del progetto. Il lavoro di ricostruzione tridimensionale è a tutti gli effetti un’operazione scientifica, poiché si fonda sulla ricerca storico-architettonica utilizzando documentazione di riconosciuta autenticità. L’analisi di tale documentazione, se eseguita con l’obiettivo di realizzarne una ricostruzione, conduce sempre a livelli di conoscenza e comprensione degli oggetti non ottenibili attraverso la sola raccolta e osservazione dei dati. La sistematizzazione delle informazioni nelle tre dimensioni permette inoltre di calare l’utente all’interno della spazialità ricostruita virtualmente, facendolo rendere conto in prima persona delle sensazioni date dalla percezione degli spazi.

Questa area ospitava più di 7.000 persone in poco più di 3 ettari e con l’Unità d’Italia decisero di demolirlo. Come spiega oggi questa decisione?

Si decise di demolire la zona perché era un’area malsana. Allora non esistevano gli argini del tevere e quando il fiume esondava le strade del ghetto si allagavano.

I suoi abitanti dovevano convivere quotidianamente con l’umidità, la sporcizia, i topi. La demolizione fu progettata infatti prima di tutto come un’operazione di bonifica e di risanamento della zona.

Come mai la vostra comunità ha affermato che rispetto alle altre nel mondo potete permettervi di raccontare come era la vostra vita in passato perché esistete ancora dopo 2.200 anni dalla diaspora. A cosa e a quali comunità vi riferivate in particolare?

A differenza di altre comunità ebraiche nel mondo, quella di Roma può vantare una presenza ininterrotta e continua da più di duemila anni; le prime catacombe ebraiche e la sinagoga di Ostia Antica risalgono al II secolo avanti Era Volgare.

Quella della comunità ebraica romana quindi è una storia singolare, perché radicata da secoli e profondamente intrecciata con quella della città: nel 1870, quando Roma divenne Capitale del Regno d’Italia per gli ebrei iniziò l’emancipazione, culminata con la costruzione del Tempio Maggiore, proprio dove era stato demolito il ghetto e inaugurato nel 1904.

Le Leggi Razziali del ‘38 interruppero questo periodo di emancipazione e nel settembre del 1943 i tedeschi deportarono circa 2.000 ebrei. Anche dopo questa immane tragedia, la comunità trovò la forza di risollevarsi e anzi, nel 1967 accolse i numerosi ebrei profughi dalla Libia.

Non dimentichiamoci che se la presenza ebraica romana è rimasta ininterrotta per secoli, è proprio perché gli ebrei non sono mai stati cacciati da Roma a differenza degli ebrei visuuti in altre parti in Europa.

Ad oggi la Comunità ebraica di Roma è pienamente integrata con la città, ed è una comunità vivace e attiva con 15.000 iscritti

Servirà al turista e ad incrementare il turismo in questo caratteristico luogo di Roma, conosciuto a volte anche per la sua particolare cucina Kosher?

E’ sufficiente passeggiare all’interno dell’area pedonale dal Tempio Maggiore al museo, alle viette circostanti, per rendersi conto di come il quartiere ebraico sia il cuore pulsante dell’intera zona. Un viavai continuo di gente, di turisti, ma anche di romani, che amano venire qui per passeggiare, visitare il museo, gustare i piatti tipici Kosher o per comprare un dolce tipico della tradizione ebraico romana alla storica pasticceria dell’ex ghetto.

Il tavolo è sicuramente un interessante polo d’attrazione per i visitatori nuovi e non, ma soprattutto per le numerose scuole che ci vengono abitualmente a trovare: inserire nel percorso museale un tavolo con applicazione multitouch significa avvicinarsi ai gusti e alle tendenze di un pubblico sempre più esigente e curioso. Il Museo Ebraico di Roma fa così il suo debutto nella realtà virtuale: in pochi giorni dalla sua inaugurazione il viaggio in 3D all’interno di uno dei luoghi simbolo della storia della comunità ebraica romana ha registrato un aumento degli ingressi e delle prenotazioni.

Questa iniziativa segna il momento di una più aperta politica della comunicazione della comunità ebraica nella città di Roma?

Personalmente non condivido questo pensiero, in quanto la Comunità e il museo hanno sempre interagito con la città e non è ‘politica’ di questi tempi .

Come direttore, posso affermare che Il Museo Ebraico di Roma è un grande museo di arti decorative e un grande museo della città di Roma.

Aperto nel 1960 per valorizzare le raccolte della Comunità Ebraica di Roma e oggi allestito su oltre 700 mq, il percorso didattico del museo offre risalto ai magnifici oggetti d’arte e ai preziosi documenti, che raccontano la storia bimillenaria degli ebrei di Roma, le relazioni fra gli ebrei e la città, il contributo della Comunità Ebraica di Libia arrivata nel 1967, le feste dell’anno e quelle della vita. Un punto di riferimento unico per scoprire le tradizioni, la religione e la storia degli ebrei romani, appartenenti a una delle comunità tra le più antiche al mondo.

 

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