venerdì, Maggio 14

Il gasdotto Oman-India minaccia il TAPI

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Un gasdotto sottomarino potrebbe presto unire India e Oman. Almeno secondo le intenzioni espresse dai Ministri degli esteri dei due Paesi, che recentemente hanno concordato di riprendere il dialogo sul progetto.
E il dibattito verterà innanzitutto sulla possibilità a livello tecnologico di posare 1.200 chilometri di gasdotto sottomarino a una profondità di circa 4.000 metri. Un progetto già discusso in varie occasioni tra i due Paesi, ma che, nei fatti, è in stallo dal 1999.
Tuttavia, fonti governative indiane fanno notare come, da allora, la tecnologia sia evoluta, al punto da permettere oggi un’opera che più di quindici anni fa sembrava irrealizzabile.
Qualora fosse completato, il gasdotto potrebbe trasportare 31 milioni di metri cubi di gas al giorno.
Una connessione, quella indo-omanita, significativa. Da un lato, un’India affamata di energia, che secondo il recente rapporto della British Petroleum (BP), ‘Energy Outlook 2035’, guiderà assieme alla Cina una crescita costante della domanda di energia nei prossimi vent’anni, quantificata in circa 1,9% all’anno.
Dall’altra parte, un Oman che, circondato dai giganti energetici del Golfo, cerca di ritagliare il suo spazio nel commercio di idrocarburi.
Secondo i dati della Energy Information Administration (EIA) statunitense, l’Oman è il maggior produttore di petrolio e gas naturale in Medio Oriente tra i non membri dell’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC).
Rispetto ai vicini OPEC, l’Oman gode di una posizione geografica privilegiata: situato all’imbocco dello Stretto di Hormuz, il Paese si trova a controllare, assieme all’Iran, uno dei cancelli delle rotte commerciali più importanti al mondo, quello che immette nelle acque del Golfo Persico.
Attualmente, l’Oman esporta la maggior parte del suo gas in Giappone e Corea del Sud, sebbene nel 2013 anche la Spagna abbia comprato il minerale da Mascate, e l’Iran abbia firmato un Memorandum di intenti per la fornitura di gas.
Il Paese, inoltre, è membro del Forum dei Paesi Esportatori di Gas (GECF): un’organizzazione sicuramente meno potente del cartello del petrolio, l’OPEC, ma con forti prospettive di crescita.
Dal punto di vista di Nuova Delhi, il progetto di gasdotto Oman-India (OIP) aiuterebbe a togliere alcune castagne dal fuoco. L’India infatti ha investito molto negli ultimi anni in due grandi progetti, il gasdotto Iran-Pakistan-India (IPI) e il Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India (TAPI), che tuttavia si stanno rivelando di difficile attuazione.
Sia a causa di problemi di sicurezza – ad esempio, il TAPI attraversa territori instabili come quelli afghano e pakistano – sia per gli alti costi. È degli ultimi giorni la notizia secondo cui il conto finale del TAPI potrebbe salire a 10 miliardi di dollari, dai 7,5 previsti: un aumento di più del 30%.
Il gasdotto OIP si configura quindi come un tentativo da parte dell’India di superare queste difficoltà e creare un canale di fornitura in tempi rapidi e senza eccessivi rischi. Il gasdotto infatti correrebbe nei fondali del Mare Arabico, dove conflitti e logiche tribali possono nuocere con più difficoltà.
Fino alla scorsa estate, il progetto prevedeva anche l’inclusione dell’Iran, con l’idea di prolungare un ramo fino al Turkmenistan. Nei recenti colloqui, il Paese degli Ayatollah non è stato menzionato.
Il progetto, tuttavia, solleva diverse incognite riguardo alla reale possibilità di realizzazione. Da un lato, le difficoltà imposte dalla morfologia dell’ambiente sottomarino. Il primo progetto dello OIP risale infatti al 1999 e prevedeva un percorso sottomarino di 1130 chilometri. Tuttavia, le esplorazioni successive dei fondali hanno dimostrato come la tecnologia allora disponibile non permettesse la realizzazione del progetto.
Rilevazioni più recenti, e il miglioramento della tecnologia, permetterebbero oggi, secondo i promotori del progetto, una maggiore possibilità di realizzazione.
Secondo un recente studio del South Asia Gas Enterprise (SAGE), il gasdotto potrà trasportare fino a 31 milioni di metri cubi di gas al giorno, e i costi di realizzazione potrebbero attestarsi tra i 4 e i 5 miliardi di dollari. Un conto molto meno salato del TAPI, sebbene la capacità di trasporto dell’OIP ammonti a un terzo di quella del gasdotto turkmeno-afghano-pakistano.
In fin dei conti, una via molto più rapida ed economica per creare un canale di fornitura sicuro per l’India in relativamente poco tempo.
Gli entusiasmi, tuttavia, devono essere ridimensionati. Come spiegano gli esperti, sussistono ancora diverse difficoltà connesse alla natura sottomarina del gasdotto.
Il primo pericolo è legato agli eventi atmosferici catastrofici, come terremoti sottomarini o tsunami, che potrebbero causare rotture o danni alle tubature, con conseguenti perdite di gas e potenziali disastri ambientali.
Un secondo pericolo potrebbe essere portato dalle ancore delle navi: sebbene nelle carte nautiche i gasdotti e i cavi sottomarini siano segnalati, già in passato si sono verificati casi di danneggiamento da parte delle enormi ancore dei vascelli.
Un terzo pericolo è connesso all’usura dei tubi: sebbene i moderni materiali garantiscono una durata del gasdotto di 30-40 anni, l’usura connessa all’ambiente sottomarino può diminuire sensibilmente questo lasso di tempo. La riparazione e lo smaltimento di gasdotti sottomarini in disuso comporta un notevole esborso e genera un alto rischio di impatto ambientale.
Una strada percorribile, quella dell’OIP, e per certi versi più agevole di altre, sebbene non in discesa.
Inoltre, alcuni attori interessati, come il Turkmenistan, potrebbero non rendere semplice una eventuale dismissione del TAPI a favore dell’OIP. Infatti, il TAPI è un progetto fondamentale per i piani del Turkmenistan, che attualmente dipende quasi totalmente dalla Cina per il suo commercio di gas, e che pertanto mira a diversificare il parco clienti.
C’è da scommettere che, qualora l’India dimostrasse di voler abbandonare il TAPI, la diplomazia turkmena non starebbe a guardare.

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