sabato, Maggio 15

Il gas nel Baltico field_506ffb1d3dbe2

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mappa Baltico

Paldiski, Muuga, Inkoo, Swinoujscie, Klaipeda, Primorsk… potrebbe essere l’annuncio della formazione della rappresentativa dei Baltici durante una partita di calcio. Invece, si tratta di terminali di gas naturale liquefatto (GNL) in costruzione sulle affollate coste del Mar Baltico. Tanti Paesi, tanti progetti: l’indipendenza sugli approvvigionamenti di gas naturale fanno gola a molti in una regione ancora dominata dalle forniture di gas proveniente dai condotti russi. La scorsa settimana, il ministro dell’economia estone, Juhan Parts, ha dichiarato che i terminali progettati dalla Finlandia e dall’Estonia potrebbero essere complementari, qualora si rimandasse la costruzione del gasdotto sottomarino tra i due Paesi. Ci si confronta su una scelta, ormai economicamente possibile, tra gas via pipeline e gas liquefatto.

Chi si muove con più decisione sono Lituania e Polonia. Tra i tre Paesi post-sovietici sul Mar Baltico, Vilnius veniva considerato ‘il cane sciolto’, che non aveva intenzione di mediare la sua scelta di costruire un terminale nel porto di Klaipeda. Dopo la chiusura dei reattori della vecchia centrale nucleare di Ignalina (requisito necessario per l’ingresso nell’Unione Europea), la sete di energia straniera è aumentata in maniera vertiginosa in Lituania. Per la generazione di elettricità bisognava trovare una soluzione a breve termine. Pochi investitori erano convinti della costruzione di altri reattori nucleari e in Europa non si vedeva di buon occhio l’aumento del consumo di carbone e petrolio, quindi Vilnius ha optato per il GNL. Lo scorso novembre, il progetto del terminale lituano ha ricevuto l’OK dalla Commissione Europea, che ha anche stanziato un prestito di 448 milioni di euro. Se la tabella di marcia verrà rispettata, nel dicembre 2014 il primo terminale GNL dei Baltici entrerà in funzione.

Contemporaneamente al terminale lituano, la Polonia conta di completare la costruzione del proprio porto di importazione di GNL. La pressione su Varsavia è ancora più forte che a Vilnius, visto che i polacchi hanno firmato un accordo ‘take or pay’ con il Qatar, importante esportatore mediorientale di GNL. Il Qatar comincerà a inviare gas e bollette dal 2015, quindi è probabile che la Polonia bruci le tappe per la costruzione del proprio terminale a Swinoujscie. Tuttavia, il progetto sembra essersi ironicamente arenato, il che costringerà la parte polacca a rinegoziare il contratto con il Qatar.

Se ci si sposta più a est, si trova una curiosa competizione tra due ‘dirimpettai’: Finlandia ed Estonia. Vicini per cultura diplomatica, lingua e affari, Helsinki e Tallinn non erano riusciti a risolvere la disputa sulla costruzione del terminale ideale. Le rispettive lobby hanno esercitato pressione su Bruxelles, che ha inserito una rosa di progetti tra i candidati strategici all’importazione di GNL. La decisione sul terminale più conveniente doveva essere presa consensualmente dalle due parti, ma lo scorso maggio Estonia e Finlandia si sono rivolte alla Commissione, chiedendole di fare da arbitro della disputa. Muuga e Paldiski sono i due siti costieri preferiti dall’Estonia, mentre la Finlandia vorrebbe che il terminale fosse costruito nel porto di Inkoo. La decisione non è ancora arrivata e probabilmente bisognerà aspettare ancora fino a metà 2014.

La proposta del ministro Parts, proprio all’inizio di un anno decisivo per il GNL nel Baltico, può essere interpretata come una scelta decisiva a favore dell’importazione di oro azzurro via terminali, piuttosto che via gasdotti. Negli ultimi anni è diventato possibile tendere verso i primi, dato l’abbattimento dei costi associati alla liquefazione del gas naturale. Inoltre, nel linguaggio del gas, pipeline fa rima con Russia. La ricerca dell’emancipazione dei mercati baltici dalle forniture, spesso molto onerose, di gas russo è ormai diventata la politica nazionale dei governi di qualsiasi colore, da Varsavia a Vilnius e da Helsinki a Tallinn. Il possibile abbandono della costruzione dell’interconnettore tra Finlandia ed Estonia rientrerebbe in questa strategia. La decisione finale sull’investimento di più di 150 milioni di dollari dovrà essere presa entro la fine del 2014, ma il segnale di Parts pare suonare il requiem per il progetto.

Secondo fonti olandesi ed estoni, gli investitori europei interessati a collaborare con i Paesi baltici per la costruzione dei terminali preferirebbero dedicare i propri finanziamenti a progetti di piccola scala, in modo che questi siano agili e appetibili per il mercato europeo del gas, che sta lentamente avvicinandosi a una liberalizzazione di tipo statunitense, con l’eventuale realizzazione di ‘hubs’ dove i prezzi e le quantità verranno stabiliti sul momento. La costruzione di due terminali tra Finlandia ed Estonia potrebbe causare un sovraffollamento, che renderebbe ancora più debole la fattibilità e la sostenibilità del concorrente più debole. Il consumo totale di gas naturale tra Finlandia, Lettonia, Lituania ed Estonia supera di poco i 10 miliardi di metri cubi all’anno e il completamento di tutti i progetti pianificati risulterebbe in un eccesso di capacità rispetto alla domanda del mercato.

Le negoziazioni tra i Paesi importatori del Baltico si sviluppano su un palcoscenico in cui l’attore più importante continua a essere la Russia. Mosca è arrivata tardi alla corsa al GNL a causa della testardaggine di Gazprom sull’esportazione via pipeline e il collegamento tra il prezzo del gas e quello del petrolio. Il comportamento conservatore di Gazprom, tuttavia, non ha impedito la recente spinta russa verso il potenziamento del settore GNL. Come di solito succede, la Russia punta a progetti di larga scala. Al potenziamento di Vladivostok (nella parte più orientale del Paese), seguiranno i progetti baltici di Primorsk, vicino San Pietroburgo, e Kaliningrad, l’enclave russa tra Lituania e Polonia.

Proprio alla fine dell’anno scorso, Vladimir Putin ha ceduto sulle richieste degli industriali, che chiedevano di rompere, almeno parzialmente, il monopolio sulle esportazioni di Gazprom. All’inizio di dicembre, Putin ha firmato la legge approvata dalla Duma che permetterà a Novatek e Rosneft di esportare il gas da loro prodotto sotto forma di GNL. Gazprom manterrà la sua morsa sulle pipeline, ma la Russia è costretta a confrontarsi con un mercato europeo che sta cambiando rapidamente.

Se lo ‘shale gas’ (gas da scisto) aveva fatto sognare l’indipendenza energetica alla Polonia e ad altri Paesi dell’Europa centro-orientale, il duro risveglio dalle previsioni fin troppo ottimiste delle compagnie americane ha riorientato lo sguardo dei ministeri dell’energia della regione verso il GNL. Nel caso dei Paesi baltici e della Finlandia, il gas liquefatto potrebbe addirittura sostituire gran parte del gas importato dalla Russia, e la Polonia dimezzerebbe le importazioni attraverso i gasdotti costruiti nell’epoca del COMECON.

Per quanto riguarda l’Estonia, il primo ministro Andrus Ansip ha subito contraddetto il suo collega Parts circa la compatibilità dei due terminali pianificati tra Finlandia ed Estonia. Secondo Ansip, avrebbe senso costruirne uno solo per poi prevedere un gasdotto sottomarino per collegare le due rive. Nello stesso governo estone, insomma, l’agenda non è definita. I problemi sia commerciali, sia ambientali rimangono presenti, ma la riconversione della struttura delle importazioni energetiche è diventata una priorità in questa regione dell’Europa. Quest’anno sarà un anno decisivo per il destino di molti tra questi progetti.

 

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