martedì, Settembre 21

Il futuro incerto di Scozia e Regno Unito field_506ffb1d3dbe2

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Londra – ‘Better Together’ è quello che la Scozia ha deciso. Alistair Darling, il leader della campagna unionista ha commentato «the silent have spoken», all’arrivo dei risultati che hanno decretato il ‘No’ vincitore con il 55% dei voti. Per quanto riguarda il futuro, escludendo un calendario di massima sulla futura legislazione, c’è una totale mancanza di certezze su come effettivamente la Scozia riceverà più autonomia.

Dopo una notevole assenza dal dibattito da parte dei partiti di Westminster, è stato in realtà l’intervento dell’ex Primo Ministro Gordon Brown, che ha presentato proposte e scadenze per la ‘devolution max’ della Scozia, che ha permesso ai partiti di governo di entrare nella campagna proprio nel momento in cui i sondaggi davano la vittoria degli indipendentisti. Nei primi giorni di settembre, infatti, il Primo Ministro David Cameron, il suo vice dei Lib Dem Nick Clegg e il leader Laburista dell’opposizione, Ed Milliband, non avevano presentato un’alternativa comune e concreta per poter convincere l’elettorato scozzese a rimanere nell’unione. Solo due giorni prima del voto, martedì, hanno presentato un impegno comune, ‘The vow’, continuando nella terminologia il discorso narrativo sul matrimonio affettivo.  Nel documento, pubblicato sul quotidiano scozzese ‘The Daily Record’, i tre si impegnano a dare più poteri alla Scozia e ai partiti nel Parlamento Scozzese. Nello specifico, questo prevede una maggiore autonomia, riconoscere al Parlamento Scozzese la decisione sul finanziamento del National Health Sistem, NHS, il Sistema Sanitario Nazionale, ma soprattutto una suddivisione delle risorse in maniera equa. Un impegno all’ultimo minuto, secondo gli oppositori, che però ha probabilmente aiutato la campagna Better Together nel mantenere l’unità. Il commento del Deputy First Minister della Scozia, Nicola Sturgeon alla presentazione del documento è stato: «se ci fosse stata una seria intenzione di presentare più poteri, perché non è stato fatto in precedenza?» E ha aggiunto: «Se vincerà il no non ci sono garanzie». E nel momento in cui scriviamo, il futuro è piuttosto incerto e con molte domande che riceveranno risposta solo nei prossimi mesi, forse anni.

Alle dieci di giovedì 18 Settembre, quando dopo una lunga giornata si sono chiuse le urne, un Paese intero è rimasto con il fiato sospeso per la lunga notte di attesa dei risultati. Gli abitanti della parte più a nord della Gran Bretagna hanno scelto di rimanere all’interno del Regno Unito. molti dei quali si sono registrati per votare per la prima volta, e molti hanno deciso di votare tramite posta; questo ha facilitato le operazioni di conteggio. I dati, arrivati durante la notte dalle 32 aree amministrative che compongono la nazione, sono arrivati scaglionati e solo verso le 4 del mattino c’è stata una chiara indicazione di voto. Da ogni area, i voti sono stati raccolti e contati in un luogo specifico all’interno del territorio giuridico, come impianti sportivi, e alcune scatole sono addirittura arrivate con barche e aeroplani. E ovviamente, come nel più banale dei copioni per un romanzo ambientato in Scozia, la nebbia ha fatto la sua comparsa e scombinato le previsioni per l’arrivo dei risultati. Così come un incidente stradale ha ritardato l’arrivo dei risultati ufficiali  dalle scenografiche Highland Scozzesi. Non è bastata una vittoria del ‘Yes’ nelle importanti città di Glasgow e Dundee per mettere la Scozia sulla via dell’indipendenza. Alle 6, quando sono arrivati i dati dall’Aberdinshire e Edinburgh, dove il ‘No’ ha vinto rispettivamente con il 60% e 61%, è apparso chiaro che la Scozia sarebbe rimasta nel Regno Unito.

Un paese che è rimasto ‘unito’ ma è proprio questo voto che presenta la situazione più confusa per il futuro della Scozia. La cosa certa è che lo status quo non è sul tavolo delle trattative. Alex Salmond, Primo Ministro Scozzese, fautore della campagna referendaria per l’indipendenza, nel suo discorso dopo la diffusione dei risultati, ha ricordato il calendario delle promesse fatte dai politici di Westminster, e specificato che la nuova Scotland Act è attesa per l’inizio del prossimo anno, per la Burns Night a gennaio.

Nel suo discorso in Downing Street, questa mattina, Cameron ha sottolineato come sia «giunto il momento per il Regno Unito di unirsi e andare avanti insieme». Un punto importante del suo discorso, è stata la chiara intenzione di portare avanti una discussione sul futuro e un calendario di proposte che coinvolga anche il futuro di Inghilterra e Galles, parallelamente alla concessione di maggiori autonomia. «La Scozia ha votato per un Parlamento Scozzese con più poteri », ha commentato Cameron, e ha ricordato l’impegno unitario dei tre partiti principali a concedere più autonomia in termini di tassazione, spesa e welfare. In realtà queste promesse non hanno dei termini specifici, poiché ancora i vari partiti non hanno concordato sui dettagli di questa maggiore autonomia, e confidano di avere una proposta intorno ad ottobre/novembre. Si parla di maggiori poteri in termini di tassazione a Hoyrood, come è informalmente chiamato il Parlamento Scozzese. Lib Dem, Conservatives e Labour hanno tutti idee diverse su quello che questa maggiore autonomia sulle tasse dovrebbe comportare in termini pratici. Al momento, i fondi distribuiti tra le varie nazioni sono regolati dalla Barnett Formula, che si basa sulla popolazione. In linea di massima questo sistema rimarrà, ma con delle modifiche, piuttosto distanti l’una dall’altra, proposte dai diversi partiti. I Labour sono un po’ più restii a concedere troppa autonomia in questo ambito, i Conservatives nel mezzo, e i Lib Dem che suggeriscono autonomia in termini di income tax, tasse sulla successione e sugli utili del capitale, e spingendosi fino a suggerire la sostituzione dell’attuale Act of Union con una dichiarazione di federalismo.

In un certo senso, la leadership del partito Conservatore è uscita sconfitta da questo referendum, a prescindere dal fatto che Cameron non passerà alla storia come il Primo Ministro che ha perso la Scozia. Sono gli stessi Parlamentari Conservatori, che non sono convinti dall’ennesima decisione presa da Cameron senza essere consultati. Ma in generale, gli MPs  di tutti i partiti, sono scontenti all’idea che maggiore autonomia e poteri vengano dati alla Scozia, senza che poteri equivalenti vengano conferiti all’Inghilterra e al Galles. Sembra infatti che, la conseguenza più importante del referendum per l’indipendenza scozzese, sia una modifica alla struttura politica dell’intero Regno Unito. E la sfida più importante dei leader dei tre partiti principali sia quella di convincere i propri partiti ad appoggiare le loro promesse fatte alla Scozia.

Tra la tanta incertezza, quello che questi risultati suggeriscono, è che in Scozia c’è stata una partecipazione al voto senza precedenti, con un turnout del 86% che ha raggiunto picchi oltre il 90% in alcune zone, e decretato una vittoria della partecipazione democratica alla vita di una nazione. Più della metà della popolazione sarà contenta di questa decisione, ma anche questa parte vorrà vedere mantenute le promesse mosse da parte di Westminster, e questo comporterà lunghi mesi di dibattito, anche perché, come detto in precedenza, le promesse sono state piuttosto vaghe e fumose. «1.6 milioni di scozzesi che hanno votato per l’indipendenza chiederanno che il calendario venga rispettato, ma lo faranno anche tutti gli Scozzesi che hanno partecipato a questo referendum», ha sottolineato Salmond. Certamente, questo risultato, influenzerà il dibattito e la campagna verso le elezioni di maggio 2015 e influenzerà la struttura amministrativo-politica delle quattro nazioni che compongono il Regno Unito. La fine del referendum, ma l’inizio di lunghe negoziazioni sul futuro della Scozia.

 

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