lunedì, Settembre 20

Il futuro incerto della Qantas field_506ffb1d3dbe2

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Sydney – È  sempre più acceso il dibattito sul futuro della Qantas, compagnia aerea di bandiera australiana. Il vettore di punta dell’aeronautica civile australiana versa infatti, ormai da diverso tempo, in difficoltà economiche non facili da risolvere.

Fondata nel 1920 a Winton, nello stato del Queensland, la Qantas (acronimo di Queensland and Northern Territory Aerial Services) è  la più grande compagnia aerea australiana, oltre ad essere la più longeva compagnia aerea al mondo ad aver operato senza interruzioni. Le preoccupazioni per gli andamenti economici negativi della compagnia sono giustificati da pochi ma significanti dati: la Qantas gestisce infatti il 65% dei voli nazionali australiani, il 19% di tutti i visitatori stranieri in Australia e contribuisce all’economia nazionale con 16 miliardi di dollari di ricavati e oltre 33.000 impiegati per una flotta di 146 aeroplani.

I problemi sono cominciati tra il 2000 e il 2001, quando l’allora secondo vettore australiano Ansett Australia dichiarò bancarotta e una nuova compagnia, la Virgin Blue, venne fondata. La nuova società, co-fondata dal miliardario britannico Richard Branson, riuscì rapidamente a conquistarsi uno spazio importante nel paese e venne rinominata Virgin Australia nel 2011. Il problema alla base dell’andamento economico altalenante della compagnia di bandiera australiana, come sottolineato dall’intero mondo imprenditoriale, è  duplice. Il primo problema consiste in una serie di limiti imposti per legge alla Qantas, la quale, secondo il Qantas Sale Act del 1992, deve essere di proprietà australiana per almeno il 51% del capitale, limitando al contempo al 35% le quote che compagnie rivali possono acquisire. In netto contrasto con tali briglie legali sono le politiche finanziarie della Virgin Australia. Il secondo, importante, problema della Qantas è  infatti rappresentato dalle iniezioni di liquidità effettuate dalle maggiori società cui la Virgin Australia fa capo, ovvero tutte compagnie aeree con base all’estero: Air New Zealand (con una quota del 23%), Etihad Airways (20%), Singapore Airlines (20%) e il gruppo di Richard Branson (10%).

Il progetto di queste società di fornire alla Virgin Australia ulteriori 350 milioni di dollari ha fortemente preoccupato i dirigenti della Qantas, i quali sostengono come in tal modo si violino i presupposti basilari per una competizione equa. L’amministratore delegato della compagnia di bandiera Alan Joyce ha dichiarato a tal proposito: «La Qantas non sarà in grado di competere allo stesso livello dei suoi rivali se questi avranno accesso ad un tale flusso di capitali stranieri, a maggior ragione se a queste compagnie non interessa perdere soldi nell’immediato. C’è  molto in ballo e sono assolutamente sicuro che la politica si assumerà le sue responsabilità per riformare il contesto legale in cui operiamo, al fine di assicurare che si operi in un regime di concorrenza equa».

La Virgin Australia, d’altro canto, non è  d’accordo con tali affermazioni e scoraggia un intervento della politica in merito, come confermato dalle dichiarazioni di un alto dirigente che ha scelto di rimanere anonimo: «Abbiamo portato importanti innovazioni nel campo della libera concorrenza, nonostante l’esplicita politica del nostro rivale di mantenere il 65% dei voli nazionali ad ogni costo. La Virgin Australia è  convinta che nello spirito di giusta competitività andrebbe fatta un’indagine sui metodi utilizzati dalla Qantas per mantenere tale quota di mercato interno. Per quanto riguarda le polemiche sui fondi ricevuti dai nostri azionisti di maggioranza, la nostra è  una compagnia presente sul mercato azionario, e come tale può avvalersi di aumenti di capitale. Fa parte del nostro modo di operare, ci piace creare forte competizione in ogni porzione di mercato in cui siamo presenti».

Date le crescenti difficoltà economiche della Qantas, era prevedibile che la politica fosse chiamata a tentare di risolvere il problema. Le opzioni per il Governo sono sostanzialmente tre: rimuovere i vincoli del Qantas Sale Act ed attrarre investimenti stranieri, acquisire circa il 10% del valore di mercato della compagnia o garantirne il crescente debito in virtù della tripla A del debito pubblico australiano.

Di questi eventi ne abbiamo discusso con Antonio Bovolato, storico manager di Itavia e Alitalia e consulente esterno per diverse compagnie aeree europee.

 

Dott. Bovolato, quali sono oggi le sfide per grandi compagnie internazionali come la Qantas?

Con la globalizzazione e la crescita di nuove potenze economiche, le sfide per le compagnie aeree storiche sono sempre di più. La Qantas, in particolare, deve prestare attenzione per non perdere le quote di mercato legate alla natura multietnica del suo paese: in Australia sono milioni le persone provenienti da altri paesi, sarebbe un errore lasciare che tornino nei paesi di origine con altre compagnie. Gli italiani, ad esempio, sono centinaia di migliaia e la nostra è  la terza lingua più parlata in Australia, ma per viaggiare in Italia, oggi, bisogna scegliere qualcun altro. Le alleanze strategiche vanno bene, ma sarebbe meglio se il vettore australiano si riappropriasse di queste tratte.

Considerando la situazione della Qantas, è  utile mantenere tutti questi vincoli legali sulla compagnia?

Credo che tali vincoli possano ancora essere utili, specialmente per proteggere le compagnie da speculazioni di società straniere con enormi capitali, utilizzati per ridimensionare la concorrenza. Non sarebbe la prima volta.

Quale strada dovrebbe seguire la Qantas, quindi?

È  evidente che i problemi maggiori siano il debito della compagnia e la difficoltà nell’imporsi nel mercato. Credo che una delle soluzioni più logiche sia ridurre il personale, superiore di quasi 10.000 impiegati rispetto alle reali necessità operative, abbassando i costi e presentandosi con prezzi e servizi più competitivi sul mercato. Per poter fare questo, però, è  necessario che lo stato garantisca il debito della compagnia. Credo che al momento questa sia la soluzione migliore.

L’economia mondiale è  basata sempre più su una forte interdipendenza economica tra gli stati. Ha ancora senso, oggi, far mantenere ai paesi le proprie compagnie di bandiera a tutti i costi?

No, non più. In Europa sono praticamente scomparse, anche se la situazione è  un po’ diversa per paesi come l’Australia, le cui politiche non sono dettate dalle necessità della crisi economica. Ritengo comunque che non serva, nel medio termine, mantenere la Qantas di proprietà australiana a tutti i costi. Oggi l’Australia è  un paese ricco, ma tra 10 anni? Tra 15? Sarebbero i cittadini a dover finanziare la propria compagnia con aumenti di tasse, ed è  certo che il prezzo del petrolio continuerà a salire. Credo che il futuro delle compagnie aeree vada affidato ai capitali privati.

 

Intanto la compagnia ha annunciato il licenziamento di altri 1.000 impiegati, mentre maggioranza e opposizione si confrontano sul tema in parlamento. Il Capo del Governo Tony Abbott si è  mostrato possibilista circa le misure a disposizione, dichiarando che non esclude a priori nessuna delle misure in discussione, garantendo tuttavia la sua intenzione di far rimanere la Qantas una «icona australiana». Il Primo Ministro sembra, nello specifico, maggiormente orientato verso la modifica del Qantas Sale Act, preferendola alle due rimanenti opzioni. Dall’opposizione, guidata da Bill Shorten, arrivano considerazioni simili. Secondo il capo dei laburisti, infatti, la compagnia di bandiera deve rimanere australiana, in quanto parte integrante della sicurezza e dell’indipendenza nazionale. Qualora dovessero prevalere la seconda o la terza scelta, tuttavia, è  probabile che il governo federale si troverebbe costretto ad attutire l’ingente investimento con un aumento del regime fiscale, alzando le imposte già esistenti o creandone una nuova. I sondaggi mostrano che l’opinione pubblica australiana è  divisa tra il desiderio di mantenere la compagnia di bandiera di proprietà australiana e la scelta di non voler pagare maggiori tasse per far sì che ciò accada.

Un altro scoglio importante che la Qantas si trova a dover affrontare è  rappresentato dal debito della compagnia, talmente ingente da costare 180 milioni di dollari l’anno in interessi passivi. Nonostante la società disponga di quasi 3 miliardi di dollari di liquidità, inoltre, questa importante risorsa potrebbe dissolversi rapidamente a causa dell’incertezza delle banche nei confronti del debito della compagnia aerea. La Qantas è, infatti, una delle sole due compagnie di bandiera al mondo di proprietà non pubblica a ricevere stime sulla condizione del proprio debito, e tutti gli analisti concordano nell’affermare che un downgrading del debito di Qantas sarebbe disastroso nello stato attuale delle cose. Questo è tuttavia il quadro che si è delineato venerdi’ scorso, quando l’agenzia di rating Standard & Poor’s ha effettuato il tanto temuto downgrading del debito Qantas – ora valutato in BB/B+ – con un rischio finanziario definito come “rilevante”.

I principali azionisti della compagnia aerea sono quattro società – Capital Group (11,44%), Franklin Resources (10,91%), Commonwealth Bank (9,46%) e Westpac Bank (5,18%) – che però non sembrano intenzionate ad aumentare le proprie quote di capitale, non lasciando altra scelta se non quella di un intervento del governo o di una rimozione dei vincoli legali per la compagnia, opzione osteggiata tuttavia da tutti i sindacati. Governo, opposizione, parti sociali e mondo dell’imprenditoria dovranno senza dubbio affrontare velocemente la questione del destino della compagnia di bandiera australiana, evitando che questa venga danneggiata da un ritardo eccessivo dell’intervento pubblico.

 

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