martedì, Aprile 13

Il futuro energetico del Giappone dopo Fukushima Il Paese al bivio: tornare lentamente al nucleare o andare avanti senza?

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Fukushima

Il terremoto del Tohoku ha messo il Giappone nella condizione di dover decidere nuovamente quale strada perseguire nella scelta del proprio futuro energetico. Prima di quel fatidico 11 Marzo 2011 infatti il paese, notoriamente povero di risorse energetiche e grande importatore di petrolio e carbone, produceva più del 30% della propria energia grazie al nucleare e l’obiettivo era di raggiungere il 50% attraverso la costruzione di quattordici nuovi impianti.

 L’ambizioso progetto, al pari di buona parte delle coste del nord del paese, è stato spazzato via dall’onda dello tsunami. Il Primo Ministro dell’epoca, il democratico Yoshihiko Noda, di fronte all’enormità della tragedia e al sentimento di paura della nazione, aveva deciso di uscire definitivamente dal nucleare entro il 2040. A fronte di questa incredibile situazione nel 2012 il Giappone, per la prima volta dopo quarantadue anni, si è ritrovato con nessun impianto nucleare funzionante. Le nuove normative varate dopo il grande terremoto sono tra le più stringenti al mondo in tema di sicurezza e per essere riaperti ogni impianto dovrà superare lunghe e severissime ispezioni. Questo ha portato ad un enorme costo per il Governo giapponese in termini di importazione di combustibili fossili, i più economici per compensare l’improvviso crollo di produzione di energia. Il salasso in bolletta – l’aumento si stima quantificabile, per il solo 2012, in più di trecento dollari a testa – non è stato l’unico effetto della chiusura degli impianti. Un’altra conseguenza indesiderata è stata infatti l’improvviso aumento del 14% delle emissioni di anidride carbonica rispetto al 1990.

 Ma la situazione oggi sembra essere cambiata. Il Primo Ministro Shinzo Abe ha vinto nettamente le ultime elezioni e non nasconde più la volontà di un ritorno al nucleare. Abe sa bene quanto impopolare possa essere la questione – secondo i più recenti sondaggi ancora oggi oltre il 60% dei giapponesi è contrario all’uso dell’energia nucleare – e quindi fino adesso ci sono stati solamente annunci generici su quanto e come il nucleare inciderà sul futuro del Giappone. Tuttavia nell’ultimo piano energetico di aprile il nucleare viene descritto come la più importante fonte energetica per il paese.

 Il Governo si è ben visto dal darsi obiettivi precisi e stabilire in quali percentuali le varie energie, compresa quelle rinnovabili, incideranno sul futuro del paese e si è dato tre anni di tempo per trovare una soluzione stabile. Per adesso l’Autorità per la supervisione del Nucleare, l’ente che deve stabilire la sicurezza di tutti gli impianti, ha dato il via libera a ripartire a solo diciassette dei quarantotto reattori presenti sul territorio mentre molti dei più vecchi sono stati definitivamente chiusi. Gli ‘stress test’ dei reattori stanno durando molto e a questa velocità è probabile che nel 2020 si arriverà alla riattivazione di non più di venti reattori, meno della metà di quelli attivi nel 2010. Molti analisti temono che l’incidenza del nucleare sul futuro del paese non supererà più il 10%. Poca cosa per essere definita la più importante risorsa energetica del paese.

 Molti infatti sono i problemi ad un pieno ritorno al nucleare messi in luce dalla tragedia di Fukushima. Il terremoto ha messo letteralmente in ginocchio un business del nucleare che già da molto si reggeva grazie agli incentivi statali e che ora sta letteralmente crollando sotto il peso dei debiti. Tra costi di rimodernamento, messe in sicurezza, mancati introiti a causa delle chiusure e bonifiche sono andati via oltre cento miliardi di dollari. Solo la bonifica di Fukushima costerà alla Tepco, la società che se ne occupa, almeno cinquanta miliardi di dollari. Inoltre senza nessun progetto di costruzione di nuovi reattori e la consapevolezza che il ciclo di vita della totalità degli impianti attuali non andrà oltre il 2050 non ci sono prospettive per un futuro redditizio in patria. Questo lo sanno bene le lobby del nucleare giappone. Le tre principali compagnie, Mitsubishi Hitachi e Toshiba, stavano cercando all’estero nuovi sbocchi per vendere la propria tecnologia già prima dell’incidente di Fukushima . Il Giappone infatti, anche con il suo precedente programma di arrivare al 50% della produzione energetica con il nucleare, era considerato energeticamente fermo e con un fabbisogno in lenta diminuzione. Il terremoto non ha fatto che accelerare questo processo.

Quasi tutti i paesi asiatici non hanno fatto retromarce nei loro progetti sul nucleare. A differenza di paesi europei come Germania e Svizzera, che hanno rivisto le proprie posizioni e deciso di abbandonare il nucleare, l’Asia continua a puntare forte su questa tecnologia. Solo la Cina con ventisei impianti in costruzione e cinquantuno in programma è un mercato sconfinato. Ma anche India, Corea del Sud, Indonesia sono tutti interessati a costruire nuove centrali. Le compagnie giapponesi, oggi più che mai, stanno guardando all’estero per continuare ad essere produttive.

 D’altronde la situazione sotto il profilo delle energie rinnovabili non sembra essere molto migliore. Il Giappone sta puntando molto anche sulla promozione dell’energia eolica. Nel mercato mondiale non ci sono aziende in posizioni dominanti e il Governo di Tokyo sta sovvenzionando abbondantemente le proprie industrie per favorire una leadership in questo settore che traini tutto il comparto delle rinnovabili . Ma le coste nipponiche, a causa dell’eccessiva profondità dei mari, non sono tra le più redditizie per questo tipo di impianti che per adesso vanno avanti grazie al sostegno finanziario del Governo e alla generosa politica di stimoli fiscali ed espansione monetaria in atto. Quando questa dovesse finire è facile immaginare un ridimensionamento di queste aziende.

 Nonostante tutto l’attuale premier sa bene che senza nucleare il paese è costretto a importare quasi il 90% dell’energia di cui ha bisogno. La sua esposizione di petrolio e carbone con paesi come Indonesia e Australia e il Medio Oriente sta diventando troppo grande per poter garantire un futuro energetico sereno. Inoltre il nucleare, nonostante i rischi connessi di tragedie come Chernobil e Fukushima e i costi occulti che queste rappresentano, è una fonte energetica pulita ed economica, difficile da rimpiazzare per un paese come il Giappone. L’attuale Governo sta provando a diversificare la sua richiesta energetica. Per fronteggiare l’eccessivo consumo di carbone e petrolio si sta puntando sul gas naturale liquefatto. Inoltre sono stati avviati diversi progetti verso l’America grazie all’improvvisa trasformazione degli Stati Uniti da importatore a grande esportatore di gas in seguito alla rivoluzione dello ”shale gas”. Questo, insieme alla cooperazione con la Russia, permetterà nel medio-breve termine un minimo di diversificazione nell’approvvigionamento del paese. Ma sul futuro permangono ancora troppi dubbi. L’unica cosa che sembra sicura è che, senza una soluzione di lunga durata realmente sostenibile, la fine del nucleare non è ancora una strada perseguibile fino in fondo.

 

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