lunedì, ottobre 15

Il futuro è l’Europa e se non ce ne occupiamo, sarà forgiato da altri Riforme strutturali Ue: un quadro d’insieme nel colloquio con Donato Chiarini, quarant’anni di carriera in Commissione europea

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l tema della riforme strutturali rappresenta il futuro della Ue. A giugno saranno in discussione alcuni punti fondamentali, che rientrano nell’alveo dell’eurozona in cui la Brexit si avvicina e che però prosegue lungo il percorso che vede all’attenzione dei media soprattutto aspetti economici: la figura, che si sta pensando di introdurre, del Ministro delle Finanze europee  -e la relativa definizione delle competenze di tale carica-, il budget unico europeo a cui ha fatto riferimento Emmanuel Macron, l’unione bancaria. Ecco perché, a monte di tale processo, sarà indispensabile ridefinire le regole del gioco, a partire da quelle dei bilanci per i Paesi dell’eurozona e per il mercato dei capitali.
Tuttavia, un tale slancio non può prescindere da una cornice politica, di crescente integrazione ed armonizzazione delle diverse aree di sviluppo dell’Unione europea. Tutto ciò può realizzarsi e divenire effettivo solo attraverso il superamento delle resistenze nazionali dei diversi Stati membri, a fronte della corrispettiva cessione di sovranità, necessaria affinché l’Europa continui ad integrarsi.

Per comprendere meglio la valenza di tali strumenti per il rinnovo della Ue nel cammino ormai settantennale intrapreso, abbiamo parlato con Donato Chiarini, Funzionario della Commissione Europea dal 1968 al 2008. La sua esperienza di lungo corso fornisce una testimonianza autorevole di ciò che l’Ue ha rappresentato, anche in passato, in vista di interventi di riforme strutturali quali quello attuale, e aiuta perciò a comprendere meglio quali saranno per il futuro le priorità da questo punto di vista.

‘Riforme strutturali’: da dove partire per capire che cosa intendiamo con questa espressione?

Si tratta di un tema immenso. Bisogna perciò dipanare la matassa, perché dietro il grosso involucro delle riforme strutturali ci sono tante dinamiche che vanno ben al di là della mera tecnica. Fondamentale è da tener presente che le riforme servono a condurre verso il motto di partenza dell’Europa, cioè una ‘ever more integration’, una integrazione sempre più spinta. Un discorso del genere vale tanto più nel nostro Paese, dove spesso ci si perde dietro alle definizioni e non si va al cuore della comprensione dei processi.

Quali sono stati i passi in avanti più significativi in ambito di riforme strutturali?

Intanto, c’è da chiarire un punto: con l’allargamento non si è parlato di economia e finanza, in quanto si è trattato di un meccanismo piuttosto voluto dagli inglesi, sull’idea di allargare per annacquare. Ma in realtà, il progetto politico dell’Ue è stato finora quello di cooperare evitando ogni possibile scontro militare, per cui in ultima analisi si sono avute delle infornate di Stati che sono coincise tra l’altro anche con la fase di ‘ubriacatura’ della Russia. Oggi ciò non sarebbe più possibile, perché con Putin la Russia si è un po’ rimessa in piedi; oggi si sarebbero avuti in tale processo delle notevoli zone d’ombra: si pensi alle minoranze russe nei Paesi baltici, che sicuramente oggi non avrebbero mandato giù a cuor leggero questo progetto in quanto sarebbero state fomentate dalla Russia. Nel quadro attuale, bisogna metabolizzare l’allargamento all’interno delle istituzioni; inoltre, bisogna attendere gli effetti del coagulo delle relazioni estere intraprese dalla Mogherini. Oggi, anche se il vento può cambiare, bisogna seguire la rotta e tener conto insieme dei vari Stati coinvolti nel processo.

In che misura può incidere, rispetto al quadro da lei tracciato, la dimensione economica europea?

Le riforme non sono solo un fatto economico, ma servono ad avere la rappresentatività per tutti gli Stati membri, dal più piccolo al più grande. C’è però un capitolo relativo, in questo caso, all’economia, che riguarda il PIL europeo: i nuovi Stati membri, infatti, nel loro insieme contribuiscono ad esso nella misura del 15%. Anche questo aspetto va gestito. Inoltre, c’è da intendersi su come bilanciare il meccanismo del voto a maggioranza qualificata, che ha portato per esempio l’Olanda, potenza commerciale da quattro secoli, o la Svezia, ad avere meno voti della Polonia! Come si può vedere, l’amalgama che si crea, con Paesi dal basso peso commerciale ma dalla forte rappresentatività in ambito di politiche, è notevolmente complessa.

Quale può essere il posizionamento rispetto a tali logiche da parte dei cittadini europei? Il punto di vista della popolazione dovrebbe essere di primaria importanza.

Le notizie che hanno una prospettiva di lungo periodo non vengono lette e c’è piuttosto una rincorsa allo scoop, all’urgenza. Me ne sono accorto al rientro dal mio ruolo in Commissione, quando notai uno scarto netto rispetto alla funzione esercitata a livello europeo: proprio in Italia, Paese fondatore, ci sono tanti diritti ma anche tante responsabilità tuttavia, purtroppo, siamo molto ripiegati sulla dimensione provinciale e locale. Ma il futuro è l’Europa: se non ce ne occupiamo, sarà forgiato da altri.

Si verificherà una corsa ai finanziamenti con il nuovo piano per la coesione sociale che sta per partire e su cui si riscontreranno il 2 maggio le proposte dell’Esecutivo per il Quadro finanziario pluriennale post 2020?

Certo: le risorse saranno sempre inferiori rispetto ai bisogni, considerato il fatto che una parte del finanziamento del budget europeo è data dal trasferimento di fondi dalla tesoreria nazionale a Bruxelles e non da una tassa sull’Europa: sono soldi anche nostri e possono ritornare sotto forma di partecipazione ai programmi, ai progetti. Delors, volendo bypassare le burocrazie centrali, pensò di rivolgersi direttamente alle regioni; ciò fu osteggiato dagli Stati membri e peraltro si rivelò inefficace, perché nella costellazione delle varie regioni europee molto spesso non vi è la capacità di gestire tali fondi.

E quindi come se ne esce?

Bisogna sviluppare la capacità di project managing in ambito europeo; molto spesso le riforme strutturali presentano la via in salita a causa di un deficit di competenze in ambito di progettazione, proprio là dove le aree meno sviluppate dovrebbero implementare progetti e ricevono fondi al raggiungimento del risultato. Non c’è un manuale di istruzioni: si impara dai propri errori, quindi più si va avanti, più, man mano che il progetto diventa complesso, si sottraggono fette di sovranità agli Stati membri. È inevitabile che, a seguito di ciò, si verifichino delle resistenze da parte degli enti nazionali, i Ministeri per esempio, che non vogliono cedere sovranità. Ma è proprio in questa dinamica di forze centripete e centrifughe che va avanti il processo europeo, come affermava Robert Schuman, del resto, secondo il quale, man mano che si trasferisce sovranità all’Europa, si hanno reazioni nazionali, tuttavia deboli, in quanto non possono disporre di un progetto alternativo. A seguito di tale complicato processo, dal quale non si può tornare indietro, se vi sono menti in grado di portare avanti progetti, si va avanti, altrimenti si rimane in una fase di stallo.

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