sabato, Ottobre 16

Il futuro dell’oro nero del Golfo field_506ffb1d3dbe2

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Petrolio GOlfo

Tempo di incontri di alto livello, questa primavera, fondamentali per i Paesi del Golfo. Dopo il Summit della Lega Araba in corso in queste ore, i principali paesi leader nella produzione di petrolio e gas naturale si incontreranno sempre in Kuwait, i prossimi 14 e 15 aprile, in occasione del terzo Summit a tema energetico. L’incontro, che si svolgerà sotto il patronato del Ministro del Petrolio del Kuwait, Ali Al-Omair, si propone come piattaforma di scambio fra i grandi del settore, pubblici e privati. Tra gli sponsor primeggia naturalmente la Kuwait Petroleum Corporation, ma si annoverano anche le grandi europee del petrolio e dell’energia, come la francese Total.

Un summit di impronta certamente economica, ma che delineerà se, e in quale misura, i Paesi del Golfo saranno coesi nell’attuare le politiche energetiche del prossimo decennio. Il ‘mondo arabo’ sta cambiando. Gli stravolgimenti al vertice del potere di alcuni dei principali paesi leader mondiali nella produzione di petrolio, come la Libia, portano a delle ripercussioni sul mercato internazionale dell’energia. Le tensioni in Medio Oriente, come lo sfaldamento dello stato iracheno, la redistribuzione del ruolo internazionale in Afghanistan o il conflitto siriano che non accenna a sopire, sono fattori politico-strategici che però concorrono a influenzare il mercato globale di gas e petrolio. Sul piano concorrenziale, poi, il gas di scisto (o shale gas) di Washington, porterà sicuramente i Paesi del Golfo a dover quantomeno riconsiderare le proprie politiche di esportazione nel lungo periodo.

Dunque non soltanto accordi, incontri fra società private e prospettive commerciali, a fare da protagonisti in questo Summit 2014 su gas e petrolio. Coesione in termini di policy e di linee di indirizzo, trattative e collaborazioni, per valutare quale potrebbe essere il futuro dell’oro nero del Golfo, in un Medio Oriente in bilico fra crisi e cambiamento. Il futuro dell’industria energetica in generale, e quella dei Paesi del Golfo in particolare, sta cambiando. Per oltre un secolo, la direttiva del mercato energetico ha seguito una linea est-ovest. I ricchi paesi produttori di petrolio, sviluppati a partire dagli anni Settanta, hanno rifornito l’Occidente democraticamente assetato, con la quasi totalità della loro produzione interna. L’accesso alle riserve nel Golfo in Qatar, Arabia Saudita, Kuwait, Iraq, ecc., è stato soggetto, in fasi alterne, a dispute fra compagnie private e a più complesse ingerenze politiche e militari.

Su questo panorama, hanno iniziato ad affacciarsi altri attori come la Cina, o le economie emergenti di India, Brasile e Sud Africa. La competizione con Mosca non è destinata a restare isolata. Gli stessi Stati Uniti che per decenni hanno combattuto, molte volte nel senso letterale del termine, per porre la bandiera a stelle e strisce sui giacimenti mediorientali, sono i protagonisti di quella che è stata definita una rivoluzione in campo energetico. La produzione nordamericana di shale gas, estratto dalle profondità delle rocce argillose, sta per ricoprire l’intero fabbisogno energetico nazionale. È stimato che, entro il 2035, gli Stati Uniti potrebbero essere in grado di affacciarsi sul mercato delle esportazioni.

Il mercato internazionale del petrolio, dominato per anni dai principi del liberismo economico, ha subito dei contraccolpi a causa della crisi economica globale. Fino al 2005 i prezzi del petrolio rientravano tutto sommato in una fascia di stabilità, ma a causa della crisi economica e del dissesto politico di molti paesi produttori come la Libia o l’Egitto, hanno iniziato ad oscillare pericolosamente. La produzione non potrà essere bilanciata solo dalle direttive dell’OPEC, ma dovrà essere stimata alla luce della produzione delle energie non convenzionali, ancora instabili. La competizione del prossimo futuro si giocherà su due fronti, da un lato gli investimenti per l’approfondimento e la miglioria delle tecniche di produzione non convenzionali, e dall’altro la ricerca di risorse alternative al petrolio e ai fossili. Dunque, non soltanto competizione all’interno dell’industria petrolifera, ma anche dall’esterno.

Certo è che, per quanto riguarda la produzione di energie non convenzionali, la compensazione fra costi e benefici oggi è ancora molto bassa. Ma rappresenta già una minaccia alla domanda mondiale di petrolio, il caso degli Stati Uniti è un campanello d’allarme in quest’ottica. La percezione di un potenziale abbassamento del livello dei prezzi delle forniture di gas e petrolio, convenzionali e non, potrebbe stimolare l’apertura di mercati prima inaspettati, a livello globale. Come delineato da un rapporto di Chatham House, ogni regione ha bisogno di un livello dei prezzi che sia sufficientemente basso per accrescere la domanda, ma alto abbastanza per aumentare la fornitura.

Oggi, il livello dei prezzi è molto diverso a seconda del mercato. Ricadere nel loop delle importazioni per costruire una nuova domanda di gas, sembra un atteggiamento troppo rischioso per la maggior parte dei paesi coinvolti. L’industria per la produzione di petrolio e gas è destinata a modificarsi. Ricerca, tecnologia e sicurezza cooperativa saranno le chiavi per l’espansione del mercato di petrolio e gas convenzionale in futuro. La geopolitica del petrolio sta cambiando sostanzialmente. La divisione fra l’emisfero occidentale, potente ma povero di materie prime, e l’emisfero orientale, politicamente instabile ma ricco di giacimenti, non è più così netta.

È opinione diffusa che i Paesi del Golfo potrebbero aumentare di molto il loro potenziale attuando politiche cooperative. Supporto e allineamento a livello regionale, dagli standard tecnologici fino alla gestione delle commesse. I mercati asiatici stanno assorbendo più di quanto il Medioriente possa produrre. L’instabilità e l’insicurezza di molti paesi di passaggio, sono un ulteriore fattore condizionante. L’Europa non dovrebbe temere la riduzione delle forniture di gas e petrolio in quanto tali, ma l’innalzamento dei prezzi di questi ultimi. Per quanto tempo ancora gli Stati Uniti saranno intenzionati a investire, politicamente e militarmente, in Medio Oriente? I Paesi del Golfo, in qualità di leader di lungo corso del settore, sono chiamati a confrontarsi con queste problematiche, e a rivalutare le politiche di produzione nazionale. 

 

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