lunedì, Dicembre 6

Il futuro della legge elettorale field_506ffb1d3dbe2

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Un Parlamento con quattro partiti (Pd, Forza Italia, Nuovo Centrodestra, M5S) o forse cinque, se la Lega ce la farà. La fine dell’illusione terzopolista che ci portiamo dietro da vent’anni, e cioè dell’idea di un centro moderato che determini con le sue alleanze la vittoria di destra e sinistra. Il consolidamento dell’opposizione ‘di sistema’ di Beppe Grillo, con cui si dovrà fare i conti su tutti i tavoli. Governi determinati dal ballottaggio, e quindi da uno scontro frontale tra i due primi partiti, poiché è chiaro che nessuna forza politica è in grado di superare l’asticella del 37 per cento.

L’Italia disegnata dalla riforma elettorale è un’incognita con infinite variabili. E sbaglia chi pensa che siano i meccanismi della legge a determinare il risultato dell’esperimento. La vera incognita, la domanda delle cento pistole, è un’altra: che prezzo pagheranno, alle prossime elezioni, Pd e Forza Italia al sostegno del governo Letta? Quanti decreti Bankitalia può sopportare l’elettorato di sinistra prima di mollare anche la ‘speranza Renzi’? Quante mini-Imu e Tares può reggere il centrodestra moderato che si è riconosciuto in Angelino Alfano prima di strappare la tessera elettorale? E quale sarà il pedaggio dovuto a quei listini “corti”, che taglieranno fuori dalla corsa  -è immaginabile-  il notabilato dei territori, a destra come a sinistra?

La scommessa di Matteo Renzi gioca sulla tenuta dei due poli ‘storici’ e sulla sterilizzazione dei grillini attraverso la creazione di una sorta di nuovo Arco Costituzionale, ma non è detto che sia così. Al momento, il solo ad avvantaggiarsi della situazione (secondo i sondaggi) è Beppe Grillo, perché per gli elettori conta di più il giudizio sull’operato del Governo delle larghe intese che la prospettiva di rinnovamento legata al nuovo leader Pd. Promettere il sol dell’avvenire e sostenere una coalizione del tutto inadeguata alla crisi è un esercizio che poteva riuscire, mezzo secolo fa, al Pci-caserma di Berlinguer (che peraltro qualche risultato portò a casa) ma fuori dalla portata del Pd di oggi nello scenario di un’Italia post-ideologica, indignata e incarognita contro i partiti.

Si dovrà scegliere, e in fretta: far saltare la legislatura e giocarsi la partita entro pochi mesi oppure coccolarsi nell’idea che basti la legge elettorale per garantire, fra un anno, la vittoria all’ex-rottamatore. Sulla seconda ipotesi, francamente, non ci scommetterei.

 

 

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