venerdì, Aprile 16

Il futuro della Cina passa per il Medioriente

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Mentre gli occhi del mondo sono orientati sui cieli siriani, il palcoscenico dell’ISIS riapre i battenti per la stagione autunnale. Lo scorso 10 settembre sulle pagine del portale online dello Stato Islamico, si annunciava la messa in vendita del primo ostaggio di nazionalità cinese. Così, qualche occhio indiscreto ha iniziato a guardare con interesse alle iniziative di Pechino per rispondere a quella che ha tutta l’aria di essere il banco di prova per la politica estera cinese.

La Repubblica Popolare è così chiamata a fare i conti con un terrorismo che non vede frontiere e da cui vorrebbe prendere le distanze il più velocemente possibile. Da sempre la Cina ha un politica ufficialmenteinfantilecontro i terroristi e il Medioriente, al di sotto della quale ci sono delle reti di commerciali e politiche intricatissime che fruttano ai Paesi coinvolti una cifra considerevole. Ora, che le basi del non-interventismo si stanno sgretolando, è ormai arrivato il momento prendere delle decisioni fondamentali: o la Cina porterà avanti questa politica oppure cambierà drasticamente rotta decidendo di supportare apertamente la lotta al terrorismo.

La consacrazione della Repubblica Popolare Cinese come potenza mondiale passerà soprattutto per le decisioni inerenti al Medioriente, regione dove si combatte una battaglia strategica ed economica tra Occidente e Oriente. Battaglia che la Cina non ha nessuna intenzione di perdere.

L’uomo in vendita – Fan Jinghui – è l’esempio lampante di come la gestione di situazioni difficili come questa è una sfida assolutamente nuova per la Cina. Fin’ora si è preferito mantenere un profilo bassissimo, e quando si sono presentati rapimenti e richieste di riscatto si è mercanteggiato privatamente con le parti interessate. Ora la posta in gioco è molto più alta, gli occhi del mondo sono puntati sulla lotta al Califfato e una trattativa privata potrebbe mettere in discussione le politiche cinesi per questa importante regione.

In base alle prime dichiarazioni del Governo, però, la via della negoziazione privata pare essere ancora quella più accreditata, forse in attesa che siano chiarite le dinamiche del sequestro e le vere intenzioni degli uomini del Califfato. Non possedendo una politica solida e pubblicamente definita per quel che riguarda il Medioriente la Cina potrebbe nelle prossime ore decidere non solo le sorti del suo connazionale ma anche quella della sua politica estera futura.

Sono in molti a sostenere che ci sarà una drastica revisione delle strategie di non-interferenza nella questione mediorientali, in particolare nella direzione di un coinvolgimento più ‘attivo’ nella battaglia al fondamentalismo islamico. La Cina ha già ampiamente dimostrato che la sua politica estera prevede decisioni ponderate soprattutto in chiave economica. Il Medioriente è, infatti, considerato come un grande banco di prova dove consolidare l’economia cinese per il futuro, non solo, ma è anche un terreno fertile per coltivare l’opposizione allo strapotere americano in modo relativamente velato.

E’ molto più probabile che la Cina, risolta privatamente la questione del sequestro, condurrà alleanze con i suoi partner regionali -Arabia Saudita, Iran e Pakistan- per evitare che la situazione mini il suo fertilissimo terreno economico. In questo modo la politica di non interventismo sarebbe preservata e la sua economia godrebbe direttamente dei benefici di una politica estera interventista.

Dopo aver sviluppato la muscolatura di seconda potenza economica al mondo, la Cina punta a diventare una super potenza militare. Pechino compra sempre meno armi e sempre di più, invece, ne vende. Un primato gradevole solo per coloro che nel Paese del Dragone hanno investito cifre considerevoli. Il 55% delle armi esportate dalla Cina finisce in Pakistan, suo storico alleato nella regione e principale attore non protagonista per la politica cinese in Medioriente. La Cina sta sicuramente lavorando per affermare il suo dominio economico anche in questo settore e sembra che i risultati non stiano tardando ad arrivare.   Gli Stati su cui Pechino punta sono colossi con un certa rilevanza geostrategica e non acquistano certo armi leggere. Il principale export riguarda sofisticatissimi sistemi d’arma altamente tecnologici, come il cacciabombardiere JF-17. L’Unione Europea, e prima di essa la Comunità Economica Europea, ha negli anni adottato numerosi provvedimenti di embargo alla vendita delle armi in qualità di soggetto economico, amministrativo e soprattutto politico a livello internazionale. Priva di strumenti di coercizione militare e di strutture comuni all’uso della forza, l’embargo alle armi ha rappresentato per anni forse l’unico strumento di politica militare e di pressione dell’UE nei confronti dei Paesi caratterizzati da una politica interna repressiva. La Cina ha dunque sviluppato l’industria delle armi attraverso continue sovvenzioni di denaro. Il budget destinato alla difesa, che il Paese tratta con estrema riservatezza, è per molti motivo di ansia, preoccupati per la crescente egemonia militare di Pechino. La Cina, però, non si è fermata alla sola vendita verso Paesi strategicamente rilevanti, ma anche verso regioni calde importantissime in primis Siria e Libia. Nonostante Pechino dichiari a più riprese di non voler prendere parte alle questioni mediorientali strizza l’occhio a coloro che per le più disparate ragioni vogliono acquistare forniture militari all’avanguardia.

I dati sono stati resi noti dal Conflict Armament Research, un progetto finanziato dall’Unione Europea per identificare le tipologie di armi utilizzate dall’ISIS e stabilirne la provenienza. I risultati dell’indagine sono particolarmente dettagliati: sono stati presi come campione 1730 strumenti bellici fra armi e munizioni, comprensivi di fucili, mitragliatori e pistole. L’80% proviene dalla Cina. Circa il 30% percento delle cartucce rinvenute sono proviene da Pechino, per non parlare delle mitragliatrici M80 e delle numerose pistole ad uso personale smerciate come merendine. Che la Cina fosse uno dei cinque principali esportatori d’armi al mondo si era capito da subito, ma che la sua smania arrivasse a commerciare anche con il Califfato lascia seri dubbi sulla sua responsabilità internazionale in termini di sicurezza globale.

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