giovedì, Ottobre 28

Il futuro del libro è la condivisione? field_506ffb1d3dbe2

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A Napoli la chiusura di librerie storiche è divenuta una triste realtà. Una saracinesca dopo l’altra decretano la fine del mestiere librario e di alcuni luoghi divenuti storici, cari a scrittori pilastri del nostro patrimonio culturale come Benedetto Croce.
Vedere nascere nuove case editrici potrebbe sembrare una vera e propria illusione imprenditoriale, ma quando un progetto mette le basi su un nuovo tipo di imprenditorialità che unisce una ventata di novità alla professionalità tradizionale, si ha la percezione che non sia tutto  perduto.

Homo Scrivens è una giovane casa editrice nata nel 2012 da un laboratorio di scrittura tenuto a Napoli a partire dal 2002 da Aldo Putignano, scrittore e docente di scrittura, dove l’idea della condivisione è la formula nuova, l’asso nella manica, dove l’unione supera gli ostacoli investendo sull’importanza di conoscersi ed ascoltarsi, per quella voglia innata di comunicare e di provare a scrivere la storia che ognuno ha dentro di sé.

 

 

Putignano, dunque, da compagnia di scrittura a casa editrice. Cosa vi ha spinto a questo passo?
Simo nati circa 12 anni fa mettendo insieme tanti scrittori e tante persone accomunate dalla stessa passione per la scrittura, intesa non solo come attività individuale ma come un fenomeno collettivo, qualcosa da condividere, una forma di comunicazione a tutti gli effetti. In dieci anni circa abbiamo collaborato con molti editori non solo campani, sia organizzando eventi, collane editoriali, sia attraverso collaborazioni più ampie. Nel frattempo i numeri sono cresciuti e gli autori si sono rivolti direttamente a noi, pertanto c’era bisogno di riuscire a costruire qualcosa destinato a crescere. Sebbene le precedenti esperienze siano state positive impedivano una vera e propria collaborazione, per cui avendo tanti autori che scrivevano e ci chiedevano più spazio abbiamo deciso di proporci noi stessi come casa editrice in maniera tale da poter seguire tutti i passaggi, quindi non solo il contatto con gli editori ma esserlo noi stessi.

Quanto è stato difficile mettere in piedi questo progetto?
Non è stato difficile partire, anche perché c’era molto entusiasmo, eravamo già conosciuti per le nostre attività precedenti, bene o male siamo partiti già in corsa. Le difficoltà sono venute dopo in un sistema napoletano che è sempre più privo di librerie, con una distribuzione difficile, con un mercato editoriale che fa numeri molto bassi e da cui è difficile uscire. Questo è un problema serio.

Quali sono i compromessi che la vostra casa editrice deve affrontare per poter andare avanti?
Noi cerchiamo di evitare quanto più possibile formule di compromesso anche perché siamo spinti da una forte passione e questo ci permette anche di rifiutare alcune situazioni, a costo di guadagnarci un po’ meno ma sentirci più liberi nelle nostre scelte. Di sicuro il compromesso più diffuso che noi abbiamo evitato fin dall’inizio e che continuiamo ad evitare è quello dell’editoria a pagamento o con un contributo editoriale, che consiste nel chiedere soldi a chi scrive piuttosto che a chi legge, questo non è un compromesso, a mio avviso, ma un tratto di meriti di chi fa editoria che dovrebbe, come qualsiasi impresa, metterci la faccia investendo su quello che ritiene più opportuno fare, altrimenti può rifiutare la pubblicazione.

I libri Homo Scrivens sono distribuiti da PDE SUD nelle librerie del Sud Italia, dal Lazio alla Calabria. Per il resto d’Italia?   Confida dalla vendita Online?
Abbiamo dei piccoli accordi editoriali non così estesi come per il Sud Italia con PDE,  comunque anche attraverso la vendita online  riusciamo a garantire una copertura nazionale in quanto siamo presenti su tutti i siti di commercio elettronico. Inoltre diamo molta importanza alle fiere da Roma, Pisa, Torino, forse siamo gli unici editori campani ad essere sempre presenti, ed è un modo per creare un rapporto diretto con chi ci legge.

Una più ampia distribuzione cosa comporta per una casa editrice?
Comporta una diffusione reale, uno sforzo enorme per andare incontro al lettore, specie in una città dove le librerie sono diventate ormai un miraggio, è uno sforzo quasi titanico. Nel senso che un libro dovrebbe essere in libreria e la distribuzione permetterebbe di colmare questa distanza. Sicuramente aumentare la distribuzione significa aumentare la tiratura e quindi l’investimento sul libro diventa più importante, sbagliare un libro con una tiratura alta è più forte, d’altronde io penso che nessun editore vorrebbe assumersi questo rischio, perché non c’è cosa più brutta nel fare un lavoro che si ritiene valido e non vederlo offerto nella maniera giusta.

La vendita ondine secondo lei quanto ha inciso sulla chiusura delle librerie?
Per quello che possiamo vedere non ha avuto una incidenza diretta, nel senso che è ancora in fase di crescita in Italia, non è un fenomeno talmente sviluppato da poter soppiantare la singola libreria. Piuttosto sono le librerie di catena che pian piano hanno tolto lo spazio alla libreria indipendente e credo si un problema di distribuzione, perché la distribuzione è sempre più mirata ai grandi gruppi i quali impongono acquisti o quantitativi molto forti che per una piccola libreria possono essere anche da ostacolo per la diffusione e non lasciano altro spazi ad altri editori. E’ un sistema talmente dominato dall’alto che trovare uno spazio dal basso per un editore come per un libraio può essere una cosa difficile. L’impresa editoriale è sempre meno ‘impresa’ e sempre più ’attività di volontariato’.

Quanto è difficile fare cultura oggi a Napoli?
Non è difficile. Difficile è non essere effimeri, non durare una stagione, provare a creare una continuità, perché a Napoli c’è molto entusiasmo. C’è attenzione per i fermenti culturali. Il problema è riuscire a confermarsi, non farsi soppiantare dalle tante novità che irrompono e poi si ritraggono alla prima difficoltà. Questo aspetto di continuità dovrebbe essere più curato dalle istituzioni, dalla stampa che invece tende a porre molta attenzione sulla moda e poco a quel che resta, noi viviamo da 11 anni ma è come se fosse ogni giorno il primo in effetti.

Voi coltivate idee. Gli spettacoli di lettura per esempio, uno spettacolo del racconto. Che risultati avete riscontrato? Funziona questa formula?
Si funziona noi, abbiamo iniziato con gli spettacoli di lettura all’origine di Homo Scrivens circa dieci anni fa. L’idea non era tanto intervenire sulla formula del reading creando una struttura più ampia dando spazio anche ad altre arti di contaminazione, che ormai è ampiamente diffuso e condiviso, ma anche portare l’autore sul palcoscenico sottrarlo alla solitudine della sua stanza, delle pagine, e metterlo a contatto diretto con il pubblico. Creare un dialogo, per noi la pubblicazione vuole essere essenzialmente questa azione diretta con il pubblico, un contatto. Si in questo senso abbiamo avuto riscontri molto forti.

La collana ‘Scout’ per gli esordienti. Qual è il vostro punto di forza?
Forse il punto di forza di Homo Scrivens negli anni è stata proprio questa attività di scouting, nel cercare nuovi autori, allenarli e lavorare sui loro testi facendoli conoscere al pubblico. Una soddisfazione è stata quest’anno vedere, nella collana ‘Dieci’ -la nostra collana di punta-, molti autori provenire da ‘Scout’. In soli tre anni sono cresciuti, hanno scritto nuovi testi quindi sono usciti dalla dimensione dell’autore estemporaneo ed hanno iniziato a ragionare vedendo la scrittura come parte della loro vita,  da autori alla prima pubblicazione hanno continuato e la qualità dei testi è cresciuta.

E’ solo un esibirsi, un volersi leggere o c’è altro?
La tendenza di considerare il libro un oggetto su cui apporre il proprio nome è molto forte e molto diffusa. Noi stiamo cercando di combatterla, ci arrivano proposte in questo senso in misura spropositata, da non credersi. Noi lavoriamo molto anche prima dell’uscita del libro, con laboratori di scrittura, stages ed occasioni di incontro, per cui la selezione arriva con una prima fase. Noi ci rivolgiamo agli autori, cerchiamo di farli crescere, cerchiamo di creare un confronto anche sul valore della parola scritta.

E’ nata una nuova corrente letteraria? C’è stata aria nuova?
No una novità assoluta no. La scrittura è un po’ lenta. Per esempio stiamo lavorando in un settore specifico di sperimentazione, nella scrittura collettiva, lì sicuramente delle innovazioni le abbiamo portate con la collana ‘Polimeri’. Naturalmente noi cerchiamo di spingere verso un’altra forma di scrittura più aperta alla modernità e a far rischiare un pò di più, però questo è qualcosa che rimane nella sfera autoriale, non può essere governata dall’esterno.

La collana ‘Polimeri’, questa creazione a più mani che nasce dai vostri laboratori di scrittura, non è a ìrischio’ di sconfinare nell’editoria a pagamento? Chi partecipa vorrà acquistare il libro, e così….
No questo equivoco si può superare aprendo qualsiasi dei nostri libri che non sono saggi di fine anno. Esistono diverse forme di scrittura collettiva. Il nuovo fenomeno più diffuso è quello delle antologie, e si può distinguere fra l’antologia tradizionale e il libro a tema, poi c’è il libro collettivo, il serial-novel, che è un prodotto da laboratorio che prevede un’interazione continua con gli scrittori che siano legati o meno al laboratorio poco importa. Per quel che riguarda le antologie noi abbiamo pubblicato una sola antologia come Homo Scrivens, che è un’antologia aperta anche a chi non partecipa al laboratorio. Sono libri su cui investiamo anche molto. C’è un esempio che credo sia importante, che è l’ ‘Enciclopedia degli scrittori inesistenti’ che è il nostro primo testo, il nostro modo di raccontarsi, il nostro manifesto.

Perché pensa che  la realizzazione di questa opera sia il vostro manifesto?
Perché gli scrittori inesistenti siamo anche noi, lì dove non abbiamo un pubblico quindi tutti noi viaggiamo al confine della conoscenza e dell’esistenza altrui. In questo modo abbiamo creato uno spazio comune, un luogo che non c’è ma è possibilmente molto vicino al nostro ideale. Raccontare gli scrittori inesistenti vuol dire raccontare il nostro desiderio di letteratura. Questa antologia che ha avuto la prima edizione qualche anno fa, è stata ammodernata ed ampliata moltissimo in occasione della nascita della casa editrice. Essa ha potuto contare sulla partecipazione di oltre 100 scrittori di ogni parte d’Italia, molti dei quali hanno varcato la soglia della notorietà, e quasi ogni mese vedo uno di questi autori pubblicare con le più grandi case editrici nazionali.  Questa è anche una piccola soddisfazione perché abbiamo intercettato tanti talenti ed abbiamo visto che qualcuno di questi ha trovato il suo spazio.

Tra le vostre collane, una è dedicata al saggio con attenzione alla meridionalistica.
Questa è stata una piccola scommessa nel senso che noi siamo una casa editrice prevalentemente di narrativa, quindi fare saggistica aveva un senso solo se si parlava di  qualcosa di cui potevamo avere una diretta competenza, non aveva senso parlare dei massimi sistemi. Della collana arte abbiamo dato spazio oltre che all’arte anche al teatro, poesia. Le arti sono le più penalizzate dal mercato editoriale per cui anche in questo caso è stata una scelta molto forte, per pochi libri l’anno e abbiamo voluto segnalare pochi testi , alcune tendenze, alcune tradizioni. Abbiamo poi scoperto che nel mercato più ristretto delle librerie napoletane questi libri hanno una discreta accoglienza, c’è un interesse maggiore, per cui quello che sembrava un azzardo si è rivelato paradossalmente una mossa imprenditorialmente interessante. Ovviamente funziona perché noi in questo campo pubblichiamo due o tre libri l’anno e non di più, può sembrare tanto ma le proposte sono tantissime c’è una selezione molto forte.

Quindi c’è una specie di lista d’attesa?
C’è una lista d’attesa impressionante, noi riceviamo più di cento testi l’anno in forma completa o varie proposte, ad ogni presentazione io ricevo due o tre proposte di pubblicazione. In un anno il vero limite è di non poter dare risposta a tutti coloro che se l’aspettano, ma nasce dal fatto che non siamo una struttura ancora adatta ad accogliere una domanda così grande. Di editori ce ne sono tanti, non si spiegherebbe né capirebbe perché  tanti autori, a volte anche troppi,  si rivolgano a noi. Da una parte fa piace, dall’altra è una responsabilità.

 

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