domenica, Giugno 13

Il filosofo e il vegetariano field_506ffb1d3dbe2

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Jostein Gaarder nel suo libro “Il mondo di Sofia” scrive: “l’unica cosa di cui abbiamo bisogno per diventare buoni filosofi è la capacità di stupirci”. Aggiunge anche che mano a mano che cresciamo questa capacità sembra attenuarsi: è per questo che paragona i bambini ai filosofi. Per un bambino è tutto nuovo, scrive, ancora non sa cosa il mondo abbia in serbo per lui. Prova lo stesso entusiasmo nel vedere un cane come potrebbe provarlo nel vedere una persona spiccare il volo. Un bambino non è ancora schiavo dell’abitudine come lo è un adulto. Gaarder identifica in questo genuino e -nella più positiva delle accezioni- infantile entusiasmo il più nobile degli stili di vita.

Spesso le persone mi chiedono “Sei vegetariana? Ma come fai?”. Capita raramente di avere abbastanza tempo e predisposizione da parte dell’interlocutore per tuffarsi in una discussione etico-filosofica sulle ragioni di questa scelta.
Allora, semplicemente, taglio corto sfoderando il solito elenco di categorie (ragioni etiche, sociali ed economiche). Ma puntualmente, appena torno a casa ed ho un momento per me, mi fermo a riflettere. C’è davvero da chiederlo? In quei momenti è come se si ristabilisse la giusta misura delle cose; come scrollarsi di dosso quella patina di apatia accumulatasi con l’adagiarsi alla corrente della vita tipico della consuetudine. Un improvviso risveglio dal sonno in cui tutti, in qualsiasi momento della propria esistenza, rischiano di cadere.
Una scelta come il vegetarianismo, palesemente operata nel rispetto della vita e come attuazione di un senso di giustizia, superiore al frivolo “desiderio di gola”, desta davvero tanta ammirazione? “Io vorrei esserlo, ma la carne è troppo buona”, mi sento rispondere, “Beata te che ci riesci”. Come se fossi una dei pochi che “ce la fa”, una pioniera, un’avanguardista. Questa stima comporta una consapevolezza di fondo che ciò per cui si applica un vegetariano sia, quantomeno eticamente, qualcosa di giusto. E ciò, a sua volta, dimostra come spesso ci sia anche una condivisione dei princìpi di tale scelta. Chi metterebbe in dubbio che sia sbagliato uccidere un ermellino solo per rifinire il cappuccio di un giubbino? Chi contesterebbe l’affermazione che strappare un elefante dal suo ambiente per fargli spruzzare l’acqua in un circo sia sbagliato? E chi, a conoscenza delle condizioni di vita degli animali negli allevamenti, non si opporrebbe -in via teorica, s’intende- all’esistenza di questi ultimi? Nessuno.

Allora, se è vero che nessuno ritiene giusta o meritata la sofferenza, mi chiedo: come mai le persone che prendono una posizione sono così poche? Sarebbe meno doloroso rifugiarsi nella speranza che si trattasse solo di ignoranza. Purtroppo, però, ci troviamo per l’ennesima volta di fronte a un muro mastodontico: l’indifferenza.
“Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa”, scriveva Antonio Gramsci nel 1917. Le industrie, la pubblicità, gli interessi economici, non sono forse anche queste le “poche mani” a cui si riferisce Gramsci? E la massa ignora. Non ignora perché non le vede, ignora perché sta bene dove si trova. “Right where it belongs”, recita il testo della canzone di denuncia contro gli allevamenti intensivi dei Nine Inch Nails. 

Ma alcuni no, alcuni non riescono a ignorare. Non si può ignorare il dolore, non si può ignorare la violenza, non si può ignorare la morte. Non si può ignorare quella sensazione di “schifo” che attanaglia lo stomaco nel vedere le immagini di mucchi di pulcini gettati vivi nei tritacarne perché maschi e quindi inutili, non si possono bloccare le lacrime e il groppo in gola nel vedere un gattino preso a calci. Questo, è il senso dell’orrore. Questo è quello che ci rende umani. La capacità di stabilire un legame empatico con il prossimo, sia esso bipede o quadrupede, e la possibilità di agire di conseguenza. Senza tutto ciò, dove si andrebbe a finire? Si tornerebbe indietro alla seconda guerra mondiale, alla spietatezza della tortura e al gusto dell’umiliazione solo per dimostrare a qualcuno la propria superiorità, come se l’unità di misura fosse il potenziale di vittime. Senza il senso dell’orrore, l’umanità scomparirebbe.
Ecco perché sono vegetariana. Quando l’ho definita, nelle righe precedenti, una scelta, ho mentito: non si è mai trattato di una scelta. Crescere e fronteggiare la realtà, essere messi di fronte al mondo, comporta dei doveri. Doveri morali, collettivi quanto individuali, ma che ignorare i quali significa rinunciare a una parte della propria umanità.

 È il carico della consapevolezza a pesare, e se non si vuole rimanere schiacciati, si deve reagire. Ed è un carico che rimarrà lì, sulle nostre spalle, finché qualcosa non cambierà, aggravato dall’oppressione del vuoto e dal fracasso del silenzio.

Jostein Gaarder nel suo libro “Il mondo di Sofia” scrive: “l’unica cosa di cui abbiamo bisogno per diventare buoni filosofi è la capacità di stupirci“.
Io aggiungerei: l’unica cosa di cui abbiamo bisogno per non perdere il nostro essere uomini è la capacità di non abituarci alla sofferenza

 

– Giuditta Migiani

 

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