domenica, Settembre 19

Il Festival del Cinema di Venezia ed i film asiatici field_506ffbaa4a8d4

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E’ oramai da diversi anni che il panorama cinematografico orientale, in particolare modo quello asiatico, si è inserito all’interno dei festival europei conquistando di diritto un posto di rilievo non solo nel cuore dei giurati, ma anche i quello del pubblico. Una delle grandi kermesse, che per prima ha dato spazio alle nuove pellicole orientali, è stata sicuramente il Festival del Cinema di Venezia , che grazie alla collaborazione di alcuni corrispondenti, è riuscita a creare, con proiezioni in sale cinematografiche prevalentemente di nicchia, un rapporto esclusivo e particolare con lo spettatore occidentale. Per conoscere più nel dettaglio queste realtà cinematografiche abbiamo parlato con Paolo Bertolin, corrispondente italiano anche per i film dell’aria asiatica della Mostra del cinema veneziano, cercando di comprendere l’impatto di questi film con la nostra realtà.

Come ti è nata la passione per il cinema e l’Asia?
Ho cominciato ad interessarmi di cinema quando ero ancora adolescente, guardando film commerciali americani e quasi da subito ho iniziato ad incuriosirmi rispetto alle cinematografie dell’Asia, forse anche perchè sono cresciuto vedendo Anime, i cartoni giapponesi in tv, quindi la mia generazione è stata influenzata da un’idea esotica prima di capire effettivamente cosa fosse il Giappone.
Sono della provincia di Treviso, quindi molto vicino al Festival del Cinema di Venezia e sapendo che esisteva questo importante baluardo della cinefilia mondiale ho iniziato ad incuriosirmi di quel che si faceva lì. La prima Venezia che ho seguito da spettatore nel 1989 è quella che ha visto Città dolente, di Hou Hsiao-Hsien, un film di Taiwan in lingua cinese, aggiudicarsi la vittoria del Leone d’Oro. Una serie di coincidenze mi hanno avvicinato anche al cinema dell’Asia, ma ci tengo a precisare che sono curioso di tutte le cinematografie.
Il cinema è un grandissimo amore che ho e che va al di là dei confini di uno o più paesi.

Che lingue parli e quanto ti sono d’ aiutano nel tuo lavoro?
Ho studiato il giapponese in Italia per due anni, in Italia l’indonesiano seguendo, come uditore, delle lezioni all’Università di Bologna. Negli Stati Uniti ho avuto l’opportunità di studiare il mandarino, il coreano ed il malese indonesiano. Poi in Corea ho proseguito lo studio del coreano, insieme a sociologia, cultura e cinema coreano. Oggi riesco ad intavolare una conversazione di base, ma non una conversazione di lavoro seria o capire un film senza l’aiuto dei sottotitoli. L’indonesiano lo parlo meglio perché è più facile rispetto alle altre e più simile alle lingue indoeuropee e più semplice conservarlo anche se non lo si pratica abitualmente. La conoscenza delle lingue rispetto al lavoro che faccio non è strettamente fondamentale a livello pratico, se non per far capire a chi mi sta di fronte che c’è un interesse culturale rispetto al paese in questione. Una volta un regista coreano mi ha detto di essere colpito per il fatto di saper parlare una lingua così poco conosciuta e studiata: la Corea si è sempre sentita inferiore culturalmente rispetto a Cina e Giappone quindi è stato un buon punto di incontro, che ha segnato entrambi. A livello di rapporti interpersonali può essere molto utile ed importante, ma non è un prerequisito per accedere a certe culture. Lavoro con l’India e la Turchia pur non conoscendone le lingue. Credo sia più importante conoscere e investigare e cercare di capire questi paesi, le loro industrie, le modalità di lavoro nel cinema e la contestualizzazione degli stessi testi cinematografici indipendentemente dalla conoscenza della lingue.
L’inglese è la lingua veicolare usata nei Festival.

Hai deciso di trasferirti a Bankok: è una località strategica per i tuoi spostamenti in Asia?
Sì, la scelta di Bankok è strategica. Mi capita di viaggiare in un’area che copre da un lato India, Sri Lanka, Bangladesh, dall’altro Giappone, Corea, Cina e Mongolia e ancora Indonesia, Filippine, Australia e Nuova Zelanda e la città è in una posizione centrale, ben servita da voli che la connettono ad Asia del Sud, del Sud-Est, e Nord-Est ed Oceania. Inoltre il tenore di vita è più basso sicuramente rispetto ad una grande città italiana.

Mi puoi parlare dei tuo percorso educativo e professionale?
Mi sono laureato in Scienze della Comunicazione a Bologna. Poi ho studiato all’Università di Berkeley, un anno che mi è stato molto proficuo e interessante a livello educativo. A livello accademico ho approfondito lo studio della Corea del Sud anche in Corea.
Ho collaborato con alcune testate italiane e coreane. Per un periodo sono stato il corrispondente del Corea Times a Cannes, Venezia e Berlino. Lavoro al far East Film Festival di Udine, interamente dedicato al cinema orientale. Dal 2006 al 2008 ho collaborato con la Semaine de la Critique di Cannes in qualità di corrispondente per l’Asia del Sud-Est e Corea. A fine 2007 Marco Müller, a quel tempo direttore artistico della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, mi ha chiamato invitandomi a far parte del comitato di selezione della Mostra. Quindi dal 2008 lavoro con Venezia. Ho collaborato e, con alcuni ancora oggi, con diversi Festival internazionali tra cui quello di Bratislava, Rotterdam, dove ho curato anche due retrospettive di Film italiani, Pechino, Mumbai e Hanoi.

Attualmente lavori anche per il Festival del Cinema di Venezia: credi che i film asiatici siano apprezzati in Italia?
Credo che l’Italia non sia uno dei mercati più aperti rispetto a proposte che vanno al di fuori di territori riconoscibili culturalmente e fisicamente come assimilabili a quelli occidentali. Ci sono curiosità di nicchia. Un interesse per il cinema giapponese, coreano e cinese c’è. Quello di animazione giapponese è molto apprezzato per esempio.
Questo per problemi relativi alla configurazione del nostro mercato. Non voglio essere riduttivo dicendo che i nostri distributori non sono abbastanza avventurosi, il che è anche vero, ma è soprattutto difficile anche distribuire su un territorio grande, come quello europeo, ma non abbastanza sviluppato adeguatamente alla ricezione del prodotto d’essai.
In Italia ci sono degli spazi importanti per il cinema asiatico, molti Festival. Per esempio al momento mi trovo a Firenze al Festival del Cinema Coreano e per chi ama il genere trova molti film interessanti.
Inoltre l’Italia è fortunata perchè la Rai offre da alcuni decenni una delle vetrine di cinefilia televisiva più importante a livello globale, fuori orario e i cinefili di cinematografie ‘altre’ trovano prodotti allettanti. Quindi ci sono delle vetrine alternative. A livello globale, oggi, grazie a Internet ed alla pirateria online, può essere approcciato e scoperto il cinema asiatico in tutte le sue sfaccettature.

Puoi darmi degli esempi di film che hai portato al Festival e che hanno avuto degli importanti riconoscimenti?
Lavorando al Festival dal 2008 e di Film portati a Venezia ce ne sono moltissimi. Sono orgoglioso e felice di titti i film che sono riuscito a portare alla mostra cinematografica. Per citarne alcuni, vorrei ricordare il la vittoria di Orizzonti del film Death in the land of encantos del regista filippino Lav Diaz il primo anno che lavoravo per il Festival, nel 2008, premio che mi ha dato molto soddisfazione. Nel 2009 orizzonti fu vinto da un film filippino Engkwentro di Pepe Diokno, un film molto particolare, che purtroppo non ha avuto la circolazione che meritava. Nel 2011 il film The Orator di Tusi Tamasese, un film Samoa, della Nuova Zelanda, ha ricevuto una menzione speciale nella sezione Orizzonti.
Nel 2013 Orizzonti ha avuto in lizza Ruin, di Amiel Courtin-Wilson e Michael Cody, un film cambogiano di cui vado molto fiero.
Sivas, film turco di Kaan Mujdeci, ha vinto il premio speciale della giuria nel 2014 ed è la prima volta che un’opera prima turca è stata presentata a Venezia.
Franzy, di Emin Alper, un film turco presentato nel 2015 alla Mostra e che sta andando benissimo nel circuito dei Festival a livello internazionale.
La lista è lunga, è solo per citare alcuni esempi e per far capire che l’apprezzamento per ‘l’altra cinematografia’ a Venezia c’è.

Il flm indiano Court è uno di questi?
Assolutamente sì, Court ha una storia particolare perché è stato rifiutato dai Festival circostanti. Non è stato invitato al Festival di Locarno ed a quello di Toronto per esempio. Ha avuto dei riconoscimenti importanti a Venezia, vincendo due premi nel 2014 e partecipando poi a molti Festival vincendo quasi sempre il premio principale. Ha vinto il National Film Award in India come miglior film dell’anno ed è stato selezionato l’anno scorso come rappresentante dell’India agli Oscar.

Grazie per parlarmi in generale del cinema coreano, di quello thailandese e indiano. E ancora, se dovessi descriverli con una parola, quale sceglieresti per ognuno di questi?

La cinematografia coreana ha contribuito a ridisegnare e rafforzare un’identità nazionale ristabilendo e creando un’immagine culturale di successo. Da un lato il cinema commerciale e dall’altro quello da Festival hanno contribuito ad un rilancio dell’immagine del paese. Questo è un fenomeno molto raro. Quindi in due parole: Identità nazionale. Il cinema commerciale thailandese non sta andando molto bene. Non c’è un pubblico molto vasto, nonostante ci siano dei talenti interessantissimi. Mi azzardo a dire che registi thailandesi indipendenti di nuova generazione ci sono e sono più vivaci ed interesanti di quelli coreani, il problema è che non c’è sostegno per la creazione di un cinema creativo.
Per descriverlo in due parole: frustrazione immaginifica. L’India è una realtà complessa e frastagliata molto ricca. Ci sono diverse industrie e all’interno di queste ci sono diverse realtà. C’è Bollywood e produzioni commerciali come quella Tamil per esempio. Poi ci sono le cinematografie alternative, il cosiddetto ‘cinema d’autore’. Ci sono alcune realtà regionali in cui questo sta sbocciando ora. Difficile da vendere e far capire agli occidentali il cinema indiano in generale.
Lo definirei così: Varietà sconcertante e incontenibile.

 

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