domenica, Agosto 1

Il fantasma dell’ Opera

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Opera-Roma

Immaginate se Tohir o Berlusconi, Lotito o De Laurentis, o altri presidenti di un club di serie A, in difficoltà nel gestire la società, decidessero, per risparmiare, di licenziare tutti i calciatori reclutandoli poi anno per anno o ingaggiando delle compagini già esistenti: nel confronto con le altre squadre la discesa a serie inferiori diventerebbe inevitabile e di sicuro codeste società, non sarebbero più in grado di competere a livello internazionale.

È quello che succederà al Teatro dell’Opera di Roma, dove il licenziamento inaspettato dei 182 musicisti ha acceso i riflettori sul mondo della lirica e sulle difficoltà nelle quali esso si dibatte. Non che certe difficoltà non fossero note, ma tale licenziamento si è rivelato una decisione senza precedenti né a livello nazionale né internazionale, e la scelta sbagliata, ormai è chiaro, di una dirigenza che per “razionalizzare” le spese declassa l’Istituzione.

Il tutto aiutato anche da una classe politica non all’altezza che non capisce, ma nemmeno intuisce che se il “Made in Italy” o il nostro turismo “tirano”, è anche perché il gusto, le tradizioni culturali e artistiche, l’attenzione per l’immateriale, l’innato senso dell’eleganza e della bellezza sono universalmente associati all’ Italia e agli Italiani e rappresentano un forte elemento di attrazione a livello internazionale. Un declassamento nello scenario culturale equivale, evidentemente, ad una perdita di attenzione e, quindi, di posizioni anche sulla scena economica. Se poi parliamo di Roma, la capitale, dove annualmente affluiscono milioni di turisti, e dove la concentrazione di beni archeologici, artistici, architettonici etc. è assolutamente unica, sarà necessario che qualcuno provi a spiegare quanto detto al sindaco Ignazio Marino che del Teatro è anche presidente. Ma lui, si sa, facendo il chirurgo è abituato a preferire il taglio col bisturi piuttosto che la lenta cura basata sul farmaco naturale, sulla dieta ferrea, sulla rieducazione della parte malata …

Che la diagnosi, per le fondazioni liriche, sia di malattia grave è assolutamente evidente, anche perché tutte o quasi si dibattono in unrossocostante. È invece sulle terapie che bisogna riflettere, anche perché quelle finora proposte ci sembrano quasi peggiori della malattia. Infatti, le indicazioni della “scuola medica romana” (nel senso del Sindaco di Roma) sono certamente fallimentari: un ridimensionamento radicale del Teatro della capitale è una scelta piccola piccola, e se determinerà qualche risparmio per le casse del Comune (a questo sembra essenzialmente ispirata la decisione dei licenziamenti di massa!) porterà il teatro, che è stato il luogo delle prime mondiali di Tosca e di Cavalleria Rusticana, a collocarsi in una fascia di mediocrità provinciale alla quale non era mai disceso neanche in tempo di guerra,.

            Lo stesso dicasi, sempre per le terapie, per l’impostazione data dalla legge Bray, basata su mutui trentennali erogati a favore di chi si impegna a rimettere a posto i bilanci: l’idea è, però, la medesima e cioè agire sulla riduzione del numero dei dipendenti. Come dire che l’unico modo per far risparmiare le fondazioni è quello di ridimensionarle, quasi che gestioni migliori delle attuali o di quelle passate non si possano realizzare. In sostanza se la macchina costa troppo, non si fa regolare la carburazione, non si adotta una guida più accorta, non si cerca un’assicurazione meno onerosa, ma si prende a noleggio una macchina più piccola certamente inadeguata alle funzioni di rappresentanza che quella vettura dovrebbe assolvere.

Ma come si sono determinati questi deficit nelle Fondazioni, quali ne sono le cause? Quali, invece i rimedi più appropriati? Alla prima domanda è facilissimo rispondere. Per determinare un deficit, è banale, basta spendere più di quello di cui si dispone. Come si spende nei teatri? Risposta facile anche per questa domanda: spendendo molto per le produzioni (scene, costumi, compensi artistici), disinteressandosi ai ricavi di biglietteria, non riutilizzando i materiali già di proprietà dell’Istituzione, non ottimizzando le risorse umane, remunerando i dirigenti con compensi eccessivi, assumendo personale che non serve (come si vede tutte cose che attengono alle scelte delle dirigenze dei teatri non ai comportamenti dei lavoratori).

Abbiamo detto più volte che i teatri d’opera non sono mai stati autosufficienti per via del cospicuo numero di persone impiegate per la preparazione e la realizzazione degli spettacoli, a fronte dell’esiguo numero di posti e quindi di biglietti disponibili. Essi hanno, pertanto, sempre usufruito di contributi privati o pubblici (anche ai tempi di Rossini o di Verdi!). Attualmente la gran parte delle risorse dei teatri è di origine pubblica, cui si aggiunge una minima quota proveniente dai ricavi di biglietteria e dai pressoché inesistenti noleggi o vendite di materiali (scene e costumi). Solo un’esigua percentuale è di provenienza privata.

Tali risorse private sono arrivate in quantità minima e solo da grandi gruppi, con la trasformazione degli Enti Lirici in Fondazioni,  ma a beneficiarne realmente sono state poche istituzioni (La Scala), quelle cioè il cui marchio era appetibile commercialmente e il finanziarle poteva rappresentare un ritorno di immagine in termini commerciali visto che la detassazione per le “erogazioni liberali” è insignificante. Le altre Fondazioni si sono dovute dotare di quelle risorse minime previste dalla legge per non incorrere in sanzioni, procacciate quasi esclusivamente con l’intervento politico dei sindaci che “invitavano” le grandi società locali a sostenere il Teatro. In sostanza un vero fallimento.

Una strada da percorrere dovrebbe essere, invece, quella di una totale detassazione per le erogazioni a favore di enti culturali, l’unica che farebbe arrivare risorse sane (perché provenienti dall’utenza che se non è contenta non sostiene più) e cospicue (totalizzate anche con numerosi piccoli contributi) in tutte le attività culturali. In Italia, però, divenuto ormai il paese delle tasse e dell’immobilismo, la parola detassazione è stata bandita dal vocabolario e l’idea che vengano tolte risorse all’erario per lasciarle circolare tra i cittadini genera una paura folle!

Per quanto riguarda le spese delle Fondazioni, la gran parte di queste è determinata dai costi per il personale che mediamente è artistico solo per il 50%. Quindi, oltre che razionalizzare il personale, laddove fosse sovrabbondante, sarebbe sufficiente razionalizzare la spesa, risparmiando ad esempio sugli allestimenti, per i quali avvengono i maggiori “sprechi” (certe produzioni arrivano a costare diversi milioni, anche se gli “effetti speciali” perlopiù non interessano al pubblico ma solo a chi li commissiona…). Il risparmio sugli allestimenti consentirebbe di fare meno spettacoli per ogni titolo, cosa che permetterebbe di aumentare il numero delle produzioni (riutilizzando o circuitando i numerosissimi allestimenti già esistenti, quindi a basso costo) che vorrebbe dire incassare di più dalla biglietteria avendo sempre il teatro pieno. Questa la semplice ricetta per riportare i teatri ad avere una vita normale senza dover licenziare coro e orchestra per ridurre le spese. Fino ad oggi nella gran parte dei teatri si è fatto l’esatto contrario per ragioni clientelari, cioè si è massimizzata la spesa!

Lo ripetiamo. Un fantasma s’aggira per l’Italia: ridurre solo il personale senza razionalizzare la spesa è la via sbagliata per risollevare i teatri  italiani, anzi è la via certa per ridimensionare ulteriormente un settore nel quale abbiamo sempre rappresentato l’eccellenza planetaria nonostante le troppe dirigenze incapaci o corrotte.

 

 

 

 

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