venerdì, Maggio 7

Il fallimento della Troika nella ricetta greca

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Ammettere il fallimento della ricetta greca significherebbe porsi seriamente il problema di una politica economica diversa, non per la Grecia ma per l’Europa intera. Perché in questi quattro anni non solo la Grecia ha avuto una recessione paragonabile a quella della seconda guerra mondiale (-26%) ma una catastrofe umanitaria da America Latina. La crisi ha bussato fortemente alle porte dell’Italia, della Francia, perfino della fiera Germania, che vede calare le sue esportazioni. Anche l’ultra liberista FMI lo ha rilevato i mesi precedenti. Altro che success story, siamo di fronte al disastro più totale e nulla sembra muoversi nè da Bruxelles nè da Berlino.
Anche se si inorridisce di fronte a questa catastrofe, il danno maggiore non è economico ma politico, poichè non si rispettano più i principi afferenti alla Costituzione, con evidente delegittimazione del governo eletto democraticamente. Oggi in Grecia vige un governo di nominati come in Italia, che di fatto ha rinunciato alle sue fondamentali prerogative. In Grecia governa la Troika. Le poche volte che il premier Samaras ha tentato di farle cambiare parere e atteggiamento, è uscito con le ossa rotte. Per esempio, l’IVA al 24% per il petrolio da riscaldamento. Dopo tre inverni al gelo, poiche quasi nessun greco si può più permettere il riscaldamento, il risultato è che le entrate fiscali non sono aumentate ma diminuite. Tanto valeva tornare alla vecchia IVA del 13%, che consentiva di riscaldare le case dei greci, ma la Troika non ha voluto. In questo modo un Governo umiliato e sconfitto si è limitato a gestire il suo potere, esattamente come faceva prima della crisi: condonare le imposte ai più ricchi, foraggiare le banche per ottenere prestiti politici incontrollati, preservare il posto di lavoro pubblico alla propria clientela elettorale.
Non è un caso se la Grecia sia sparita dai segnali radar. Paradossalmente l’informazione  sulle vere dimensioni del disastro provocato dalla ricetta della Troika è stata sostituita da brevi frammenti di notizie in senso unilaterale: la Grecia “è tornata nei mercati”, “chiuderà il 2014 in crescita”, ha ottenuto “surplus primario” . Questo è il taglio ultimamente utilizzato dal sistema mediatico, in particolare nel periodo pre-elettorale. Il senso di questa campagna era evidente: l’austerità funziona, quella della Grecia è una success story. Cari europei, non prendetevela con la Commissione, che è inesistente, e non punite i due maggiori partiti al Parlamento Europeo, i Popolari e i Socialisti, che tante energie hanno profuso in favore della finanza…
Sarebbe opportuno rivedere questa mitologia della success story, affinchè il paradigma greco abbia un senso. Il gran maestro dell’austerità Wolfgang Scheuble periodicamente e puntualmente interviene per affrancare questa tesi. Non solo la scienza economica, ma il semplice buon senso, indica nel successo di una politica economica due criteri: creare nuova ricchezza e nuovi posti di lavoro. L’economia interna è praticamente inesistente: il commercio in affano, l’edilizia è morta e sepolta sotto un peso fiscale senza precedenti, la disoccupazione si attesta verso il 27%, quella giovanile ha superato il 65%.
  In Grecia non solo non si crea nuova ricchezza ma dal 2008 fino al 2013 si è verificato un crollo della ricchezza per 51,2 miliardi l’anno. Negli ultimi due anni la situazione si è ulteriormente aggravata a causa dall’aumento del deficit commerciale del 32,6%  (esclusi i carburanti) e un calo delle esportazioni del 4,6%. Va sottolineato che non erano state ancora introdotte le sanzioni verso la Russia, che hanno colpito il 36% del settore agricolo greco.
Di fronte a questo disastro emergono i soliti stereotipi. La Grecia non è l’esempio più evidente di cosa sia in grado di produrre l’austerità ma, si usa affermare che quello Greco sia un “caso a parte”, forse dovuto alla nota pigrizia e disorganizzazione dei balcanici. E’ la nuova versione di quella famosa affermazione dell’allora Premier Mario Monti «Non siamo come la Grecia». Volendo continuare a vedere l’albero e non la foresta, ogni Paese preso singolarmente è “un caso a parte”, poichè nessuno osa sollevare a livello europeo il velo di ipocrisia, che copre la fallimentare politica seguita finora. Nessuno deve dire alla cancelliera Merkel che se andiamo avanti di questo passo, l’Europa è spacciata e la Germania con essa.

 

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