mercoledì, Maggio 19

Il Dragone 'fa shopping' in Europa Lo scorso anno gli IDE cinesi in Europa hanno raggiunto quota 18 miliardi di dollari

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Mentre il crollo dei prezzi energetici e delle commodities mette a rischio la tenuta dei vecchi partner (Russia e Venezuela in primis), i tassi d’interesse nell’area euro vicini allo zero rendono il Vecchio Continente una valida alternativa per la Cina, intenta a diversificare la destinazione dei propri investimenti esteri reincanalati dal tradizionale comparto energetico e delle materie prime verso le infrastrutture e l’hi-tech, dai Paesi in via di sviluppo verso le economie avanzate.

Secondo il gruppo di ricerca Rhodium, citato dalFinancial Times’, lo scorso anno gli investimenti diretti esteri (IDE) cinesi in Europa hanno raggiunto quota 18 miliardi di dollari, il doppio rispetto al 2013. Nei passati quattro anni la regione ha attratto dall’ex Impero Celeste circa 12 miliardi di dollari, ma il rallentamento registrato dalla crescita cinese (scesa ai livelli del 1990) e la necessità di trovare lidi più sicuri parrebbe aver accelerato la virata. Complice l’allentamento delle approvazioni governative necessarie per gli investimenti in uscita, provvedimento mirato ad esportare la capacità produttiva in eccesso e a incoraggiare il processo di go out‘ delle compagnie cinesi sul proscenio internazionali. Se nella decade passata il 70% degli investimenti cinesi è finito nei mercati europei più solidi, da qualche tempo a questa parte sono le aree periferiche indebitate e bisognose di liquidità (Grecia, Italia e Spagna) ad attrarre il Dragone, mentre si fanno strada nuove appetitose opportunità di cooperazione, dall’agroalimentare all’immobiliareLo scorso anno la Cina si è addirittura portata a casa un pezzo di Norvegia, primo acquisto di terre in Europa accompagnato da non poche critiche dal momento che ad aggiudicarsi l’affare è stato il miliardario Huang Nubo, membro del Partito comunista cinese nonché ex funzionario del Dipartimento di Propaganda.

Un recente rapporto dell’European Council on Foreign Relations quantifica l’attivismo di attori privati e statali (SOE) attribuendo ai primi maggior peso nell’immobiliare e a i secondi nei trasporti, nelle utilities e nel comparto energetico. Secondo dati rilasciati dal Ministero del Commercio cinese, le imprese statali hanno continuato a veicolare la maggior parte degli investimenti all’estero -contribuendo per il 66,2% del totale degli investimenti diretti esteri (IDE) cinesi approdati in Europa nel 2011-, nonostante la partecipazione del settore privato sia in netto aumento: alla fine del 2013, gli IDE nel settore non finanziario ammontavano a 543,4 miliardi di dollari, di cui il 55,2% attraverso SOE e il 44,8% attraverso società non statali. Sempre più netto il coinvolgimento nelle operazioni di fusione e acquisizione dove -stando alla Deutsche Bank – tra il 2011 e il 2013 l’apporto del privato cinese è salito dal 4 al 30 per cento.

Lo scorso anno, in Europa, le compagnie cinesi hanno siglato complessivamente 153 accordi. A piazzarsi in cima alla classifica delle mete favorite è la Gran Bretagna con 5,1 miliardi di dollari di nuovi investimenti, per un totale di 16 miliardi dal 2000 a oggi contro gli 8,4 miliardi della Germania, gli 8 miliardi della Francia (che, per la prima volta, ha permesso l’accesso di capitali cinesi nelle infrastrutture nazionali con la vendita del 49,9% dell’aeroporto di Tolosa), i 6,7 miliardi del Portogallo e i 5,6 miliardi dell’Italia. Oltremanica si sta espandendo anche l’impero di Li Ka-shing, da quando l’uomo più ricco di Hong Kong – con assets che spaziano dalle telecomunicazioni al mattone – ha cominciato ad abbandonare il mercato cinese per cercare nuove opportunità in Europa, presumibilmente incoraggiato dalle recenti frizioni con il Governo di Pechino. Lo scorso anno, l’immobiliare britannico ha beneficiato di 2,6 miliardi di dollari, con tanto di acquisto da parte di China Investment Corporation (il fondo sovrano cinese) di un ampio terreno a Chiswick Park, a Londra. Seconda classificata l’Italia, che nel 2014 ha attratto complessivamente 3,5 miliardi di dollari in investimenti dalla Cina; 2,8 miliardi di dollari è il valore dell’assegno strappato da State Grid Corp, l’utility più grande al mondo, per aggiudicarsi il 35% di Cdp Reti, la controllata della Cassa depositi e prestiti che custodisce il 30% del capitale di Snam e il 29,85% di Terna. A cui si aggiungono altri 2 miliardi di euro investititi in Eni ed Enel dalla State Administration of Foreign Exchange (l’agenzia cinese che gestisce le riserve in valuta estera), e 670 milioni di euro sborsati per quote sparse tra Fiat Chrysler, Telecom Italia, e Prysmian Group.

Medaglia di bronzo per l’Olanda, a cui il gigante asiatico -scosso da continui scandali alimentari- guarda con interesse per via del suo invitante settore agroalimentare. Segue il Portogallo, dove China Three Gorges Corporation ha acquisito il 21% di Energias de Portugal e State Grid il 25% di REN, gestore della rete elettrica nazionale. Ma non è soltanto il settore energetico lusitano a fare gola. Nei passati cinque anni, l’immobiliare di Portogallo e Spagna ha acquisito appeal in seguito all’introduzione di un sistema di ‘golden visa’ che assicura il permesso di residenza a chi spende almeno 500mila euro nel real estate locale. Un euro debole, con conseguente riduzione dei costi d’investimento, ha fatto il resto. Secondo quanto riporta il ‘South China Morning Post’, l’80% dei 1.775 permessi concessi dalle autorità portoghesi nei due anni trascorsi sono andati a investitori cinesi. Uffici e hotel -che in media assicurano guadagni tra il 5 e l’8 per cento- hanno calamitato la maggior parte degli investimenti.

Il 2014 ha visto, inoltre, consolidarsi gli interessi cinesi nel porto del Pireo con un’intesa da 3,2 miliardi di dollari finanziata da China Development Bank per la costruzione di almeno dieci navi di proprietà greca nei cantieri cinesi. Nonostante il parziale raffreddamento seguito all’insediamento del Governo Tsipras, quella con Atene è una liaison che Pechino non può permettersi di perdere. Nella grande visione della nuova Via della seta la penisola balcanica dovrebbe servire come porta d’accesso marittima per le merci cinesi in Europa e viceversa. E’ in quest’ottica che il Dragone sta provvedendo a cementare ‘relazioni win-win‘ con i Paesi dell’Europa centrale e orientale (CEE), ravvivate dal summit 16+1 tenutosi a Belgrado nel mese di dicembre. Il vertice era stato coronato dall’annuncio di una ferrovia Belgrado-Budapest (che dovrebbe vedere la luce entro il 2017 grazie ai finanziamenti di Pechino, andando ad agganciare il Pireo alla capitale ungherese attraverso un corridoio economico) e dall’istituzione di un fondo d’investimento da 3 miliardi di dollari per «incoraggiare le compagnie e le istituzioni finanziarie cinesi a partecipare ad una cooperazione pubblico-privato e al processo di privatizzazione dei Paesi CEE». Mentre il gigante asiatico è già coinvolto nella costruzione di reattori nucleari in Romania, nell’industria chimica ungherese, così come nei porti di Croazia e Bulgaria, il processo di privatizzazione delle infrastrutture slovene potrebbe presto fornire nuove opportunità di cooperazione dal momento che alcune compagnie cinesi hanno messo gli occhi sull’aeroporto di Lubiana e lo scalo marittimo di Capodistria.

Va da sé che la varietà e vastità degli interessi cinesi nel Vecchio Continente rende sempre più urgente il raggiungimento di un meccanismo di controllo che assicuri pari opportunità alle società europee che vogliono operare oltre Muraglia. Tutto sta nel riuscire a procedere con le trattative per un trattato bilaterale per gli investimenti (BIT) Cina-Unione Europea, al fine di assicurare alle società europee protezione e un accesso paritario al mercato cinese. Stando alla definizione che ne dà l’ECFR, il BIT «è un accordo che stabilisce i termini e le condizioni di investimento, compreso il livello di protezione (per esempio da esproprio senza un pieno indennizzo) e le garanzie (come il trasferimento gratuito del capitale o un trattamento equo e non discriminatorio). Specifica le procedure e opportunità per gli investitori in caso di conflitto con lo Stato ospitante, compreso il potenziale ricorso agli arbitrati internazionali in un processo noto come investor-state dispute settlement (ISDS)».

Ad oggi tutti gli Stati UE – eccetto l’Irlanda–  hanno stretto BIT con il gigante asiatico, ma la disparità di condizioni tra i vari accordi vanifica gli sforzi portati avanti dall’Unione per presentarsi come un interlocutore coeso in grado di condurre politiche d’investimento centralizzate. La Cina, da parte sua, ha sempre considerato il trattato ‘superfluo’ (dato l’alto grado di apertura del mercato europeo), facendo pressione piuttosto per l’implementazione di un Free Trade Agreement (FTA) che eliminerebbe il rischio di un’azione di anti-dumping in caso di ‘sussidi sleali’. Tuttavia, con il progressivo delinearsi di mega-progetti da cui la Cina è esclusa (leggi: Trans-Pacific Partnership, Transatlantic Trade and Investment Partnership e il FTA Giappone-EU), Pechino sembra aver cominciato ad avvertire un certo vuoto intorno a sé. Ne è prova l’avvio delle negoziazioni per il BIT, cominciate nel novembre 2013 quando il trattato è stato inserito tra le iniziative chiave dell’EU-China 2020 Strategic Agenda for Cooperation.


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