mercoledì, Ottobre 27

Il Dragone e l'energia marina Dal 2010 a oggi Pechino ha investito 160 milioni di dollari nell'energia oceanica. E ora insegue l'Europa

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Con l’ambizioso obiettivo di raggiungere i 2000 megawatt entro il 2020, al momento la Gran Bretagna è il motore trainante del settore dell’energia marina a livello mondiale. La Cina la insegue con un progetto che ha, non a caso, proporzioni cinesi: una Grande Muraglia subacquea del costo di 30 miliardi di dollari, lunga 30 chilometri e con una potenza installata di 1 gigawatt. La struttura a forma di T, nel Mar Giallo, è dotata di turbine a pale che generano energia sfruttando le correnti di marea progettate in modo da consentire alla fauna marina di nuotargli attorno senza rischi. Come scrive il ‘Wall Street Journal’, Pechino ha già speso 3 milioni di dollari in studi di fattibilità, ma i tempi di costruzione si aggirerebbero sui dieci anni, nonostante il piano abbia ricevuto il sostegno del Governo dell’Aia e di otto compagnie olandesi. Nel caso in cui andasse tutto per il verso giusto, l’impianto sarebbe in grado di fornire elettricità superiore a quella generata da 2 reattori nucleari di grandi dimensioni.

Non solo. Il conglomerato cinese Reignwood Group sta lavorando in joint venture con la statunitense Lockheed Martin per sviluppare al largo della costa meridionale un impianto per la conversione dell’energia termica oceanica da 10 megawatt, il cui costo finale dovrebbe aggirarsi tra i 300 milioni e i 500 milioni di dollari. Funziona così: come, nella maggior parte dei sistemi OTEC (Ocean Thermal Energy Conversion) l’ammoniaca – che ha un basso punto di ebollizione – viene vaporizzata grazie all’acqua calda di superficie e utilizzata per mettere in moto una turbina. L’acqua fredda è utilizzata per raffreddare l’ammoniaca affinché ritorni liquida, cioè si condensi. Questo restituisce ammoniaca alla fase iniziale del ciclo e spinge il vapore attraverso la turbina (quando l’ammoniaca condensa si crea un vuoto) rendendo il ciclo più efficiente. Se l’energia così prodotta venisse usata per potenziare auto elettriche o produrre idrogeno, sarebbe sufficiente a eliminare 1,3 milioni di barili di petrolio all’anno e ridurre le emissioni legate al carbone di mezzo milione di tonnellate.

Il punto è proprio che, dopo trent’anni di crescita a tappe forzate, l’ex Impero Celeste oggi si ritrova avvolto quasi quotidianamente da una fitta coltre grigia a causa della sua dipendenza cronica dal carbone, il mezzo più economico e più facilmente reperibile di cui Pechino dispone per produrre energia. Il Dragone è ancora alle prime armi, ma le prospettive future rendono l’energia pelagica particolarmente ‘ghiotta’, sopratutto in virtù dei 14500 chilometri di costa cinese, a cui si aggiungono 6900 isole con superficie maggiore ai 500 metri quadrati. Il 1 aprile 2010, la Repubblica popolare ha emendato la Legge sull’Energia Rinnovabile, compiendo un ‘grande balzo in avanti’ nella ricerca e nello sviluppo delle rinnovabili. Nello stesso anno, la capacità teorica di energia oceanica off-shore era superiore a 2750 gigawatt, tre volte la capacità elettrica installata nel 2009, si legge in un rapporto del PECC (Pacific Economic Cooperation Council). La capacità attualmente sviluppabile è concentrata per il 50% nella provincia meridionale del Zhejiang, che vanta 37 corsi d’acqua lungo la sua linea costiera, mentre Fujian e Liaoning messi insieme contano per un 42%.

La potenza delle maree e il moto ondoso costituiscono una fonte più ‘sicura’ rispetto all”intermittente’ energia solare e possono essere ‘addomesticati’ costi più contenuti rispetto ai parchi eolici off-shore.
Secondo calcoli della Siemens, le sole correnti di marea potrebbero un giorno fornire energia a 250 milioni di famiglie sparse per il mondo. Dal 2010 ad oggi, Pechino ha destinato all’energia pelagica 160 milioni di dollari in joint venture con l’israeliana Eco Wave Power, l’olandese Arcadis e la compagnia singaporiana Atlantis Resources, oltre alla già citata Lockheed Martin. Gli sforzi rientrano nel Programma 863, varato nel 1986 con lo scopo di stimolare lo sviluppo di tecnologie avanzate in una vasta gamma di settori al fine di garantire al Paese di Mezzo una sua indipendenza tecnologica. Un primo riscontro positivo: la Jiangxia Tidal Power Station, nel Zhejiang, è già la quarta stazione al mondo per produzione di energia mareomotrice.

Tra gli anni ’60 e ’70, il gigante asiatico ha installato decine di impianti per sfruttare le maree, la maggior parte dei quali, tuttavia, non sono più in funzione. La scienza sta ancora cercando di trovare un giusto equilibrio tra solidità e leggerezza. Le strutture devono, infatti, essere resistenti per poter sopportare la pressione dell’acqua, e allo stesso tempo abbastanza ‘agili’ e dinamiche da poter riuscire a sfruttare tale forza per sviluppare energia. E lo devono fare secondo parametri che siano ‘echologically correct‘, ovvero operando in modo da non disturbare la popolazione dei fondali.

Le molte difficoltà non sembrano aver arrestato la corsa agli investimenti. Tra il 2007 e il 2014 l’Europa ha speso 825 miliardi di dollari nell’energia marina. Nell’ambito del progetto Pelamis, tre macchinari di superficie sono stati piazzati al largo del Portogallo nel settembre 2008; il progetto tuttavia è stato congelato due mesi più tardi a causa di problemi tecnici e dopo la liquidazione della società a capo delle operazioni, la Babcock & Brown. Ora Pelamis Wave Power sta testando un impianto di seconda generazione per il colosso energetico E.ON lungo la costa scozzese. Nell’agosto 2012, a Eastport, nel Maine, un impianto – che si dice risalga ai tempi del Presidente Franklin D. Roosvelt – è finalmente entrato in funzione. Nonostante i tempi biblici e e vari incidenti di percorso, la turbina ha già generato energia sufficiente ad alimentare 25 abitazioni e un’altra uguale verrà aggiunta nel corso dell’anno. Sulla scia dei primi successi, lo scorso agosto il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti ha annunciato di voler iniettare altri 16 milioni di dollari in progetti energetici lungo le coste americane.

D’altra parte, come fa notare in un’intervista suNPR’ il reporter americano, Jason Bellini, il settore si presta a speculazioni enormi con costi che, sul lungo periodo, potrebbero rivelarsi insostenibili. Di più. Il crescente flusso di capitali dalla Cina potrebbe non soltanto essere di incentivo alla sperimentazioni, ma rischia anche di rivelarsi fonte di nuove controversie sui brevetti tra imprese straniere e cinesi, come se ne sono già viste nel solare e nell’eolico. Lo scorso gennaio, perfino la Commissione Europea ha esortato i Governi del blocco a spingere sui progetti interni, sottolineato la concorrenza spietata a cui andranno incontro le imprese europee che si muovono in  un mercato dal valore potenziale di centinaia di miliardi di dollari.

 

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