domenica, Luglio 25

Il Dragone delle nevi field_506ffb1d3dbe2

0

Estopín en Base Prat - Noviembre 1957

Quando il 24 dicembre la nave russa Akademik Shokalskiy rimase intrappolata nei ghiacci dell’Antartide, i 52 passeggeri a bordo furono tratti in salvo diversi giorni dopo da un elicottero cinese. Nonostante Xue Long, la rompighiaccio battente bandiera rossa a cinque stelle, si fosse a sua volta incagliata, la presenza risolutrice di Pechino nel «salvataggio del secolo» aveva ormai inviato un chiaro messaggio: (nel ‘continente bianco’) la Cina c’è.

Eccome se c’è. La scorsa settimana il Dragone ha inaugurato la sua quarta stazione antartica, la Taishan, costruita in 53 giorni ad un altezza di 2600 metri per scopi scientifici. I lavori per una quinta verranno avviati il prossimo anno, portando Pechino a pari merito con Giappone, Germania e Italia e un soffio da Stati Uniti e Gran Bretagna, ormai a quota sei basi.

La Cina è in netto ritardo. Great Wall, la sua prima stazione antartica vide la luce soltanto nel 1985 sull’isola di Re Giorgio, sede già da decenni delle esplorazioni di Russia, Stati Uniti, Argentina e Regno Unito. Nel 1989 fu la volta di Zhongshan, eretta sulla colline di Larsemann, nell’Antartide orientale, e nel 2009 di Kulun, prima base cinese nell’entroterra del continente, arroccata sul Dome Argus, la massima elevazione del Plateu Antartico.

Parafrasando le parole di Qu Tanzhou, direttore della Chinese Arctic and Antarctic Administration, «come ultima arrivata, la Cina sta cercando di recuperare». E lo sta facendo ad una velocità che ricorda l’inseguimento cinese di Washington e Mosca nello spazio. Tra il 1985 e il 2012, il Dragone ha effettuato cinque spedizioni nell’Artico e ventotto nell’AntartideNelle ultime due decadi, la spesa destinata alla ricerca è schizzata da 20 milioni di dollari ai 55 milioni del 2012, circa tre volte quanto investito nella regione artica. Per non replicare la figuraccia di quel valoroso ma datato Xue Long, acquistato dall’Ucraina nel 1993, un accordo con la finlandese Aker Arctic Technology prevede, entro la fine dell’anno, la costruzione di una seconda rompighiaccio «più corta e dotata di lame sia a prua che a poppa, in grado di farsi largo tra lastre di ghiaccio spesse 1,5 metri».

Orgoglio nazionalista di un player sempre più assertivo sullo scacchiere internazionale, ma anche fame di risorse per saziare l’economia ‘energivora’ del Dragone, primo consumatore e primo importatore di risorse al mondo. Si stima che l’Antartide ospiti ‘oro nero’ per 40 miliardi di barili, oltre ad essere sede dei principali giacimenti di carbone e ferro del pianeta. Un tesoro oggi sepolto sotto una spessa massa di ghiaccio, ma che in futuro potrebbe essere liberato ‘grazie’ al riscaldamento globale. Un complesso risiko polare vede la Cina contrapporsi a Corea del Sud, India e Russia, che a differenza di Pechino hanno esplicitato in maniera diretta il loro interesse per le risorse minerarie dell’area, spiega all’‘Economist’ Annie-Marie Brady, researcher presso il Wilson Centre di Washington. Un tempo il Polar Research Institute cinese era solito pubblicare sul suo sito una serie di mappe con su tracciata la posizione delle risorse energetiche della regione, comprese le riserve di petrolio a largo delle coste dell’Antartide. Poi, improvvisamente, sono state fatte sparire.

Il Trattato Antartico, firmato nel dicembre 1959 da dodici Paesi, e sottoscritto dalla Repubblica popolare soltanto nell”83 -dopo che la Guerra Fredda ne ebbe ritardato l’adesione-, identifica il ‘continente bianco’ tra i ‘global common’, ovvero quei beni che fanno parte del patrimonio dell’umanità indipendentemente dal fatto che siano localizzati all’interno di certi confini geografici o meno. Attraverso il Trattato i Paesi firmatari con rivendicazioni di sovranità territoriale hanno concordato di interrompere le loro richieste e di rinunciare allo sfruttamento economico o all’utilizzo del continente per scopi bellici. Nella realtà dei fatti, sette nazioni (Argentina, Australia, Cile, Francia, Nuova Zelanda, Norvegia e Regno Unito) continuano ad avanzare pretese territoriali su otto aree, principalmente, piazzando le loro installazioni scientifiche entro i confini reclamati. Allo stato attuale il Protocollo al Trattato Antartico sulla Sicurezza Ambientale (1991) vieta qualsiasi attività estrattiva, a meno che non sia giustificabile con scopi scientifici. Ma sono in molti a sperare in una svolta, quando nel 2048 il Protocollo verrà revisionato. Così chi è potenzialmente interessato alle ricche risorse della regione sta cercando di garantirsi un posto a sedere al tavolo dei negoziati. Come? Presentando le prove materiali del proprio contributo allo sviluppo scientifico del continente; la proliferazione di stazioni antartiche ne è la cartina di tornasole.

Per comprendere la strategia cinese nell’Antartide occorre tenere bene a mente alcuni punti. Prima di tutto, il fatto che l’Antartide viene considerato un ‘global common’, pertanto non di proprietà di alcuno Stato in particolare; fattore che lo rende simile allo spazio esterno e alla luna“, spiega all”Indro’ Klaus Dodds, professore di geopolitica specializzato in Artico e Antartico presso il Royal Hollowey di Londra. “Al momento sette Nazioni ne rivendicano la sovranità, mentre altre due -Stati Uniti e Russia- si riservano il diritto di reclamarne porzioni territoriali. La Cina, tuttavia, rifiuta ogni pretesa. L’Antartide è un luogo di grande prestigio. La stazione cinese di Dome Argus si trova nella parte più fredda del continente, il che evidenzia il tentativo di Pechino di tenere testa a Mosca e Washington nella localizzazione di stazioni di ricerca nei territori più difficili. Oltre alle speranze cinesi che il divieto sulle estrazioni minerarie venga rimosso in futuro, non bisogna sottovalutare nemmeno il ruolo ricoperto dalla questione ambientale: l’interesse cinese nell’Antartide è collegato alle ricerche condotte dal governo riguardo al cambiamento climatico e all’influenza che i Poli hanno sul sistema climatico dell’Asia. Persino l’India ha dichiarato che la sua attenzione sull’Antartide è stata guidata dall’influsso che questa regione ha sui monsoni…Geopoliticamente parlando, è un continente al quale la Cina guarderà con sempre maggiore attenzione“.

L’attivismo del Dragone nella regione ha già messo in allarme quanti nutrono da sempre dubbi su cosa si celi realmente dietro la maschera irenica dell’ascesa pacifica. E sicuramente il fatto che Pechino abbia assegnato  nomi cinesi a 350 aree del continente non ha aiutato a tranquillizzare i più scettici. Nel mese di ottobre l’Australian Strategic Policy Institute paventava l’eventualità che una nuova base cinese nel Mare di Ross possa avere implicazioni strategico-militari. «Ricerche scientifiche e sviluppi finalizzati a scopi militari possono essere portate avanti anche da scienziati civili e contractor privati», si legge nel rapporto dell’Istituto, «inoltre sistemi satellitari nelle basi polari potrebbero essere utilizzati per controllare armi».

Pechino, da parte sua, mantiene un profilo basso, attenendosi a quanto ugualmente declamato nella sua lunga marcia verso l’Artico: i Poli sono zone internazionali e i cambiamenti climatici sono un problema globale, ovvero che riguarda ogni Nazioni. Sul sito del COMNAP (Council of Mangaers of National Antarctic Programs) si legge che il Programma Nazionale Ricerche Antartiche, al quale lavorano oltre trenta atenei e istituti di ricerca cinesi, accoglie a braccia aperte la cooperazione di partecipanti internazionali. Sostanzialmente, la retorica ufficiale motiva l’interesse per le gelide terre con scopi di monitoraggio ambientale, difesa e sviluppo delle popolazioni indigene, mentre a Nord la parte del ‘cattivo’ la ricopre egregiamente la Russia, finita sotto la lente d’ingrandimento di Stati Uniti e Canada dopo aver piantato la propria bandiera negli abissi dell’oceano Artico nel 2007.

Due anni fa la Gran Bretagna ha nominato un’area contesa dell’Antartide ‘Terra della Regina Elisabetta’, suscitando le ire dell’Argentina che ha bollato la mossa come frutto di «ambizioni imperialistiche e anacronistiche». “Pechino, invece, sta mostrando una maggiore partecipazione al sistema del trattato Antartico e questo potrebbe essere letto come un’adesione cinese alle norme, ai principi e alle pratiche di questo regime internazionale di lunga durata”, commenta Dodds.

La buona condotta del governo cinese rischia, tuttavia, di essere infangata dalla chiassosa presenza dei cittadini che, lasciato il Paese il Mezzo, si dirigono nel ‘continente bianco’ per trascorrere le vacanze. Secondo quanto riportava giorni fa l’agenzia di stampa ‘Xinhua’sarebbero oltre cento i cinesi ad aver scelto l’Antartide durante le feste per il Capodanno lunare; più di 2300 quelli sbarcati tra il novembre 2011 e il marzo 2012, periodo di alta stagione per il turismo antartico. Sebbene il Protocollo sulla Sicurezza Ambientale non tratti specificatamente le attività turistiche, nel 1994 gli Stati aderenti al Trattato hanno approvato alcune linee guida per tentare di responsabilizzare i visitatori e gli operatori del settore. La strada è lunga: la Cina è ancora al quinto posto per numero di turisti nei ghiacci del sud, dopo Stati Uniti, Germania, Australia e Gran Bretagna. Ma il crescente benessere economico sta spingendo sempre più viaggiatori cinesi a varcare i confini nazionali. E una pessima nomea li precede.

 

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->