sabato, Maggio 15

Il dovere dell’EXPO di garantire il diritto al cibo

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Il più universale dei diritti, ma allo stesso tempo anche il più violato. È il diritto al cibo, un impegno disatteso per decenni, ma con buone possibilità che nei prossimi mesi riesca a smuovere le coscienze della comunità internazionale. La grande responsabilità è nelle mani di EXPO 2015 e della sua “Carta di Milano”, «vero e proprio strumento di cittadinanza globale», come lo ha definito pochi giorni fa il ministro per le Politiche Agricole Maurizio Martina.

E’ la prima volta nella storia che una Esposizione universale decide di promuove un atto d’impegno verso i governi per far fronte ad un’emergenza globale, che è sì scontata ma è anche disattesa. L’idea è quella di “costruire il consenso delle nazioni attorno ad una piattaforma che affermi il riconoscimento del principio universale del diritto al cibo ed al cibo adeguato”, come afferma a L’Indro la giurista Livia Pomodoro, già presidente del Tribunale di Milano e oggi a capo del “Milan Center for Food and Law Policy”, il Centro di documentazione e studio sulle norme e sulle politiche pubbliche in materia di alimentazione che nell’ambito della Carta di Milano ha sviluppato una forte iniziativa in tema di diritto al cibo.

Insomma, la mancata attuazione del diritto al cibo tra le principali cause di disuguaglianza della Terra? I numeri lo confermerebbero. Sebbene nel 1948 il diritto al cibo sia stato riconosciuto – seppur senza forza di legge – nella Dichiarazione Universale dei  Diritti Umani, a quasi 70 anni da quella firma la fame globale continua a mostrare gravi squilibri: “i malnutriti cronici nel biennio 2012-2014 sono stati circa 805 milioni”, afferma la presidente Pomodoro. Un dato imbarazzante se si pensa che il Vertice Mondiale sull’Alimentazione, svoltosi a Roma nel 1996, aveva posto l’obiettivo di dimezzare proprio entro questo 2015 il numero dei malnutriti.

Molto significativa anche la geografia della fame del pianeta.  É l’Asia ad avere il primato per la più alta percentuale, con 525 milioni di persone che soffrono la fame. Seguono l’Africa con 227 milioni, il Sud America ed i Caraibi con 37 milioni. “Pensate”, fa notare la presidente del “Milan Center for Food and Law Policy”, “che ogni 7 minuti una persona muore per fame o per cause connesse alla fame. E tutto questo nonostante ci sia cibo sufficiente ed adeguato per nutrire il pianeta ed il diritto al cibo – formalmente dalla legislazione internazionale, informalmente dalla domanda popolare – sia riconosciuto come il più fondamentale dei diritti fondamentali perché rende effettiva un’uguaglianza che non può prescindere dalla materialità della vita delle persone e che dipende dal più essenziale, insieme all’acqua, tra i beni della vita”.

«Un diritto umano fondamentale», come scolpito nelle prime righe della “Carta di Milano” che, in relazione a tale diritto, ha voluto sottolineare anche la piena assunzione di impegni da parte di cittadini e governanti.

Fin qui difficile trovare obiezioni. Il punto è, semmai, come rendere esigibile questo diritto che al momento è presente in sole 28 delle 188 Costituzioni esistenti al mondo. “Parliamo di cibo adeguato”, precisa la Pomodoro; ossia quel diritto che si realizza «quando ogni uomo, donna e bambino, sia come singoli che in una collettività, hanno accesso illimitato ad una alimentazione appropriata o ai mezzi per procurarsela», come recita il Commento generale 12 dell’ONU. Ma certo le responsabilità spettano anche agli Stati che dovrebbero “rispettare, proteggere e realizzare, sia pure progressivamente, questo diritto”, aggiunge l’ex presidente del Tribunale di Milano.

Azioni che finora, evidentemente, non sono state sufficienti.Se volessimo ripercorrere il calendario del diritto al cibo, dovremmo cominciare dal 1935, con l’istituzione del Consiglio Mondiale dell’Alimentazione per proseguire con dichiarazioni, patti ed un’altalena di conferenze, congressi e vertici mondiali sull’alimentazione, tanto importanti quanto troppo spesso inconcludenti”, afferma la Pomodoro.   E’ vero che alcuni Paesi hanno inserito il diritto al cibo nelle proprie Costituzioni. Ma è davvero effettivo? La verità è che “le vie nazionali al cibo  si sono anche tradotte in un panorama di pratiche ancor troppo differenziate su scala globale”, sostiene Livia Pomodoro. “Da qui l’urgenza di formulare regole di base che siano condivisibili sul piano internazionale, cui far aderire progressivamente gli ordinamenti nazionali. Perché l’esperienza rivela la scarsa effettività e giustiziabilità dei diritti che sono riconosciuti nei testi dei grandi organismi internazionali. Senza possibilità di sanzioni”.

Non meno intricato il capitolo dei nodi giuridici che vengono al pettine dei legislatori: pensiamo alle “perdite e agli sprechi di derrate agroalimentari, alla  presenza di cartelli economici, all’acquisizione su larga scala di terreni agricoli in Paesi  in via di sviluppo (land grabbing), alla competizione fra colture energetiche e alimentari,  alla proprietà intellettuale dei brevetti e al conseguente blocco all’accesso informativo, alla  tracciabilità degli alimenti, alla trasparenza dei processi produttivi”, aggiunge la giurista.

Quel che manca, insomma, è “un quadro di riferimento che prenda anche atto delle differenze tra i diversi Paesi”, afferma la presidente del “Milan Center”. Da qui l’idea del Think Tank di guardare oltre Expo 2015 e candidare l’Italia, con Milano, a “diventare capitale dell’alimentazione”. Un  luogo di incontro e di confronto sul diritto al cibo ed al cibo  adeguato che funga da fucina di idee per quell’accordo destinato a rappresentare, entro l’arco temporale che condurrà poi a Dubai 2020, le prime regole minime di una Convenzione multilaterale in sede ONU.

Ambizione legittima se si pensa alla storia dell’impegno internazionale del nostro Paese. L’Italia, infatti, ha scritto pagine importanti dei successi multilaterali: dalla  lotta contro la fame nel mondo alle azioni per istituire il Tribunale Penale Internazionale; dal contrasto al crimine transnazionale organizzato alla battaglia contro la pena di morte; dall’impegno contro le mutilazioni genitali femminili all’affermazione dei diritti della disabilità, alle convenzioni sui diritti dell’infanzia e sulla protezione del patrimonio culturale mondiale. E chissà che il 2015 non sia davvero la volta di un nuovo successo tricolore: quello di nutrire il pianeta attraverso le parole forti del diritto.     

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