lunedì, Ottobre 25

Il ‘doping’ di Wall Street

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Dal momento il cui Donald Trump, colui che in campagna elettorale aveva promesso il taglio della corporate tax dal 35 al 15%, è stato eletto presidente degli Stati Uniti, l’indice Standard & Poor’s 500 ha conosciuto una crescita continua e apparentemente inarrestabile (sfondando la soglia dei 20.000 miliardi di dollari), facendo in modo che le aziende quotate all’indice raggiungessero una capitalizzazione di borsa pari a, in media, tre volte il loro patrimonio – il rapporto che non era mai stato tanto alto dallo scoppio della crisi del 2008. Un incremento che si protrae però in maniera ininterrotta fin dal 2009, e trae origine dall’accordo tra la Federal Reserve di Ben Bernanke e il presidente Barack Obama per il lancio di una serie di programmi di ‘alleggerimento quantitativo’ (quantitative easing), in base ai quali la Banca Centrale ha azzerato il tasso d’interesse ed acquistato decine di miliardi di dollari di Treasury Bond ogni mese (85 miliardi per un lungo lasso di tempo) con l’obiettivo di favorire la circolazione del contante e stimolare la ripresa economica.

Complessivamente, la Fed ha acquistato tra il 2009 e il 2015 quasi 2.000 miliardi di dollari di titoli federali, circa 800 miliardi di dollari di mutui subprime e poco meno di 1.800 di dollari di strumenti derivati noti come Mortgage Related Security (Mrs). Questo modus operandi ha pesantemente sovraccaricato le finanze pubbliche, facendo passare la base monetaria statunitense dagli 870 miliardi di dollari di fine 2008 a quasi 5.000 miliardi registrati agli sgoccioli del 2015 e raddoppiando il debito pubblico. L’andamento del Margin Debt dimostra come le grandi aziende, dal canto loro, abbiano sistematicamente sfruttato il basso costo del denaro per indebitarsi e ottenere la liquidità necessaria a gonfiare artificiosamente il proprio corso azionario, attraverso un sistema noto come buyback.

Un meccanismo che porta le aziende a riacquistare le proprie azioni che, vigendo il divieto per un’azienda di diventare azionista di se stessa, vengono così assorbite ed eliminate dalla circolazione. In questo modo, i titoli riacquistati incrementano il valore azionario della compagnia – essendoci meno azioni in circolazione, il valore di quelle rimanenti tende inesorabilmente ad accrescere – aumentando, a ricasco, sia i dividendi che i bonus all’apparato dirigenziale. Lo Standard & Poor’s 500 Buyback Index dà conto dell’incredibile livello di diffusione di questa pratica, cresciuta vertiginosamente dal febbraio 2009 ad oggi. Sovrapponendo questo indice all’andamento dello Standard & Poor’s 500, è facile rendersi conto di quanto le crescite parallele dell’uno e dell’altro siano interconnesse.

Il professor William Lazonick, docente di economia ad Harvard, ha calcolato che tra il 2003 e il 2012 le 449 aziende statunitensi quotate in Borsa hanno impiegato il 54% degli utili per riacquistare proprie azioni e il 37% per corrispondere dividendi. La ‘crescita drogata’ che stanno conoscendo i listini azionari statunitensi presenta però pericolosissime controindicazioni, oltre a denotare una preoccupante mancanza di visione strategica da parte del management delle grandi aziende.

Come rileva Alessandro Fugnoli di Kairos, dal ricorso sistematico al buyback si evince che «le società ammettono, usando il cash per acquistare azioni proprie, di non avere molte idee per un uso produttivo della liquidità o, peggio ancora, di non avere fiducia nel futuro del loro settore». Per decenni, e grosso modo fino alla crisi petrolifera del 1973, l’apparato dirigenziale delle aziende era solito distribuire dividendi agli azionisti, i quali investivano quasi sempre questo denaro in ricerca e sviluppo al fine di migliorare le performance dell’impresa. Cosa che ha permesso al Paese di conoscere una rilevantissima crescita industriale che si è ripercossa positivamente anche sui salari dei lavoratori.

Negli anni ’70 cominciò a farsi largo la logica microeconomica, che in nome della razionalizzazione delle spese impose al management delle aziende di ridurre il più possibile i ‘costi comprimibili’, così da liberare risorse da girare all’azionariato. Dal momento che per le compagnie operanti nei settori tradizionali della Old Economy era impossibile distribuire i dividendi a due cifre che l’azionariato pretendeva in maniera sempre più tassativa, la politica decise, nel 1982, di liberalizzare i buyback, così da permettere alle aziende di accrescere artificiosamente il valore delle proprie azioni soddisfacendo così gli appetiti sempre maggiori dell’azionariato.

Attualmente, una delle compagnie più attive nel settore dei riacquisti azionari è la Apple, che nell’ultimo trimestre del 2015 ha ridistribuito oltre 20 miliardi di dollari ai propri azionisti tramite dividendi e buyback. Ma non si tratta certo di un caso isolato. Da un’indagine condotta da ‘Bloomberg’ nel 2014 è emerso che le società prese in esame dallo Standard & Poor’s 500 avessero investito in buyback qualcosa come 1.000 miliardi di dollari, pari a circa il 95% dei profitti. Morgan Stanley ha invece calcolato che, a partire dal 2012, i buyback hanno contribuito per almeno il 50% della crescita degli utili per azione delle compagnie quotate allo Standard & Poor’s 500; in assenza di questa pratica, gli utili per azione sarebbero cresciuti del 3,3% annualizzato. Segno, che per le grandi imprese statunitensi, quella dei buyback è divenuta la soluzione più praticata per macinare profitti. Molto più dell’innovazione.

Circostanze che hanno spinto lo stesso Fugnoli ad evidenziare che l’avvento della prossima crisi si abbatterà su un mercato azionario «che cadrà da un livello gonfiato dai buyback e con società con uno stato patrimoniale meno solido di quello che avrebbero avuto restando ferme».  Che il valore delle aziende sia gonfiato oltre ogni livello immaginabile è stato sostenuto pubblicamente da principi della finanza come Larry Fink di Blackrock e il cosiddetto ‘oracolo di Omaha’ Warren Buffett (che ha però ritrattato di recente), e confermato anche da un sondaggio realizzato da Bank of America, da cui è emerso che il 78% dei gestori interpellati considera quella che riunisce le aziende statunitensi quotate in Borsa come la categoria d’investimento più sopravvalutata.

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