giovedì, Settembre 23

Il DNA non è acqua 40

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yara 

 

Una goccia di sangue di Dracula deve scorrere nelle arterie di tantissimi fra noi, quelli con l’attrazione fatale e morbosa per i crimini più efferati e, preferibilmente irrisolti, oppure risolti fra molte ombre. A questa conclusione eravamo arrivati anche un paio di articoli fa, in uno di quei miei interventi ribelli, dove mi scaglio contro la facile popolarità conquistata dalle mie riflessioni sui fatti più orrendi che la cronaca raccatta quotidianamente.

Il lettore medio si dichiara, indignato, d’accordo con me, salvo, un attimo dopo, magnetizzarsi sul più repellente album di vergognosi delitti – per lo più contro donne e bambini – che i media divulgano. Non dimentichiamo, poi, l’effetto scia, tante volte registratosi, per il quale, un assassino crudele fa presto a trovare emuli, in un replay angoscioso.

Ora siamo alle prese con il caso di Yara Gambirasio, venuto a soluzione grazie all’uso dei più moderni metodi d’indagine, fra cui l’analisi del DNA non solo del presunto colpevole, Massimo Giuseppe Bossetti – nessun giornalista è andato alla caccia del suo certificato di battesimo: potrebbe persino emergere che Guerinoni, il padre naturale che gli è stato attribuito,  gli avesse fatto da padrino? -, partendo da una nascita illegittima che, sembra, l’uomo non sapesse di avere.

Pare un giallo immaginato dal più inquietante scrittore, pur se, è assodato, tante volte la realtà supera di gran lunga la più sfrenata fantasia.

Se è vero quello che sostengono gli inquirenti, grazie al fiuto di una testarda ricercatrice ed allo sputo di cui parlavamo anche nell’articolo precedente – immetto una variabile: chi ci dice che lo sputo sia quello del camionista Guerinoni e non del tabaccaio che gli ha venduto la marca per la patente, ad esempio? E diventa quasi castrante l’evoluzione verso le marche autoincollanti: si sottraggono prove a potenziali, future indagini sui delitti – avrebbe un volto l’assassino di una povera ragazzina, strappata al proprio futuro da un essere dalla sessualità deviata e criminogena.

La scienza sostiene che l’analisi del DNA sbaglia in casi infinitesimali. La madre del presunto colpevole (Mater semper certa est) respinge ogni insinuazione di aver avuto un’avventura con colui che le indagini indicherebbero come il vero padre dell’ ‘uomo con la barbetta’. Poi ci sono le celle telefoniche che confermano certi inspiegabili movimenti del supposto reo.

Insomma… a meno che non ci siano ulteriori figli seminati nei dintorni da Guerinoni e i test del DNA non siano incappati nello stesso Helzapoppin’ accaduto nei casi di scambio di embrioni all’Ospedale Pertini di Roma, non mi sembra che ci sia molto spazio per negare le responsabilità di Bossetti.

Devo dire che l’esito positivo delle indagini, però, è stato ‘usato’ politicamente e questo, anche se sono raccapricciata per l’efferatezza del crimine di cui si sarebbe reso colpevole Bossetti (o chiunque sia stato; occorre una condanna definitiva, per il nostro ordinamento, prima di attribuire la titolarità di un delitto…), mi sembra piuttosto spregiudicato e poco istituzionale.

Assistiamo ogni giorno al crollo del senso delle istituzioni, ad una sua sfrontata manipolazione che ci fa sentire in balia di chi, per un proprio tornaconto o mediatico o di carrierismo politico, si comporta come se non rappresentasse un Paese, con tutto il bagaglio di sacralità che ciò dovrebbe rappresentare, ma con la disinvoltura del giocatore d’azzardo.   

Non ci resta che Papa Francesco che, dalle terre che potremmo definire ‘i santuari della ‘ndrangheta’, manda anatemi contro la malavita organizzata e la cancrena inarrestabile con cui ‘consuma’ lo Stato, già di suo disorganizzato.

Si mescola l’autoctonia di certi sistemi criminali con la loro proiezione verso l’esterno, non solo in altre aree italiane, Nord compreso – il denaro, sporco o pulito che sia, è un esperanto parlato anche da coscienze apparentemente insospettabili -, ma anche con propaggini e alleanze all’estero.

Un sistema che, per Napoli, laddove la camorra emerge e va sott’acqua, per continuare a gestire loschi affari, trova un intreccio fra fiction e realtà in un romanzo giallo efficace, ben scritto e capace di disegnare un affresco veritiero dell’ambiente in cui è messo in scena.

Si tratta di ‘Questioni di sangue’ di Annavera Viva (Edizioni Homo scrivens), che ho letto recentemente e che mi ha molto intrigata, anche perché, come nel caso di Yara, sempre di questioni di sangue si tratta… Come solo i libri che mi piacciono davvero riescono a fare, non sono stata capace di spegnere la luce, rimandandone il resto della lettura alla sera successiva.

Ho quasi toccato l’alba, catturata dai personaggi ben delineati dall’Autrice, dalle vicende così verosimili rispetto ai fatti di cronaca, dall’atmosfera che si respira, una rappresentazione letteraria di un verso della canzone di Pino Daniele ‘Napule è’ (1977 e poco o nulla è cambiato): ‘Napule è ‘na carta sporca e nisciuno se ne importa e ognuno aspetta a sciorta’.

In certe situazioni, personalmente, sostituirei la parola ‘sciorta’ (ovverossia: colpo di fortuna) con ‘morte’. Ma questa è una mia riflessione molto personale. Annavera Viva sa mettere in scena la danza del Bene e del Male – laddove è anche ravvisabile l’influenza del DNA: ma coi gialli non bisogna avventurarsi a dire troppo… – e a focalizzare il briciolo di Bene persino in qualcuno (non in tutti i suoi personaggi: c’è un tizio che…) il quale pare un vessillifero del Male; così come sa immettere una sfumatura di Male in un arciere del bene.

Il libro, con un piccolo scritto porte-bonheur di Francesco Costa e Morando Morandini jr, è un piccolo fenomeno editoriale. Pur senza il supporto delle majors dell’editoria, è arrivato alla terza edizione – oltre tre mila copie -, il che, per un’esordiente, rappresenta un incoraggiante viatico.

Don Raffaele, il vivace parroco della Chiesa di Santa Maria alla Sanità – una delle più note della città, cara a Totò, il Principe che ebbe i natali proprio in questo popoloso quartiere partenopeo – saprà trovare bandoli e divenire pastore di una selva di parrocchiani, anche incalliti e sfiduciati. Senza trascurare un aiutino affinché giustizia sia fatta, anche quella degli uomini.

Ci auguriamo che i personaggi, così appassionanti che Annavera Viva ha saputo tratteggiare, non si fermino qui nelle loro avventure. Meriterebbero una propulsione editoriale maggiore. Un cero alla Madonna della Sanità potrebbe servire, affinché il direttore editoriale di qualche grande casa editrice abbia una fulminazione per don Raffaele e Co., lanciando questa nuova autrice nelle classifiche purtroppo interdette ai piccoli editori (la cinquina dello Strega docet).

Sono diventata la lobbysta delle scrittrici napoletane: dopo Antonella Cilento, Annavera Viva (pare uno pseudonimo… ma posso assicurarvi che si chiama proprio così all’anagrafe!). Mi sta a cuore portare loro fortuna, perché sono l’espressione di una cultura antica e ben radicata.

 

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