venerdì, Ottobre 22

Il disegno di legge Zan e la Chiesa senza profeta Il passo compiuto dal Vaticano a proposito del ddl Zan, incrementa nell’osservatore esterno la percezione di un grave e persistente disagio nel tessuto profondo della Chiesa

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Qualche anno fa, il responsabile della pastorale familiare di una diocesi, mi aveva contattato proponendomi la guida di un gruppo di omosessuali. Gli avevo chiesto come mai pensava fosse necessario seguire psicologicamente quelle persone. “Perché sono omosessuali”, mi rispose.
Niente dubbi, neppure lontani, o cattiveria, nel mio interlocutore, semmai una placida ignoranza, deriva di una sottocultura incapace di porsi domande sui profondi cambiamenti che interessano le nuove generazioni ma ansiosa di fornire etichette, che poi fanno da basamento a violenze e discriminazioni.
Eppure, credo di poterlo affermare con buona cognizione di causa, lo spaccato sociologico dove l’omosessualità presenta il peso statistico più alto è proprio la Chiesa cattolica, dunque, da essa ci si aspetterebbe una prudente compostezza, in mancanza di competenza.
Sono una quota non trascurabile dei miei pazienti, le persone omosessuali, tra di esse vi sono laici, sacerdoti e religiosi. Quasi tutti ritengono che la Chiesa non li ami, e tendono a prenderne le distanze, sovente col sincero dolore di un figlio tradito da una madre che sognava amorevole e comprensiva.

Le centinaia di persone omosessuali di cui mi sono occupato in questi anni, mi aiutano a rifuggire da giudizi sommari, dai quali si tiene alla larga anche la scienza più responsabile, tuttora priva di una teoria generale dell’omosessualità, che non arriverà mai, sarebbe come formulare una teoria generale sull’eterosessualità.
La psicologia o la psichiatria, quando va bene, possono riuscire a darsi conto della genesi di ‘quella’ singola omosessualità, ma del fenomeno complessivo non possono dire parole definitive.
Quando esistono tratti comuni, che possono sembrare elementi predisponenti, non si potranno considerare determinanti oggettive. Non basta trovarsi in una certa condizione perché scatti sempre la medesima conseguenza. Possedere un paio di sci non significa che andremo a sciare.

Per tanti omosessuali la situazione in cui si trovano è difficile, quando non dolorosa, proprio perché dall’ambiente circostante arrivano segnali svalorizzanti, e la Chiesa è non affatto estranea alla costruzione di questo brodo di coltura.
Il passo compiuto dal Vaticano a proposito del ddl Zan, incrementa nell’osservatore esterno la percezione di un grave e persistente disagio nel tessuto profondo della Chiesa, un problema irrisolto e forse irrisolvibile, che la rende impacciata tutte le volte che viene chiamata ad abbandonare lo schema primitivo e infantile evocato dal quel «maschio e femmina li creò».
Eppure, il comportamento di un individuo è sano se non presenta tossicità sociale, tutti dovremmo essere valutati a partire dal contributo, piccolo o grande, che diamo al bene comune.

Una trentina di anni orsono, la Congregazione per la dottrina della fede, aveva promulgato un documento dal titolo impegnativo, ‘Cura pastorale delle persone omosessuali’. Un misto di superficialità e avventatezza sconcertante.
Si definiva il problema «così grave e diffuso da giustificare la presente lettera sulla cura delle persone omosessuali», ma poche righe più avanti si ricordava che la prospettiva morale cattolica «trova conforto anche in sicuri risultati delle scienze umane».
Purtroppo, per gli estensori di quelle pagine, ancora oggi, a più di un quarto di secolo dall’uscita del documento vaticano, le ‘scienze umane’ sono piuttosto lontane, almeno in questo campo di materia, dal conseguire ‘sicuri risultati’. Una fuga in avanti temeraria, da parte di un soggetto che Paolo VI voleva ‘esperto di umanità’ e che invece balbetta, quando si tratta di leggere nel cuore dell’uomo e nelle trasformazioni della società, mai valutate nel loro potenziale positivo ma costantemente etichettate con giudizi urticanti, come fanno certi genitori severi, sempre pronti a mostrare nostalgia per i vecchi tempi.

Un omosessuale raramente sceglie di esserlo. Si sente così e non può farci nulla. Molti di loro lottano a lungo prima di integrarsi con il proprio sentire, talvolta per accontentare la famiglia. Non sono sufficienti sporadici casi che potremmo definire di ‘falsa positività’ per invocare disumane terapie riparative.
I casi di ‘falsa positività’ sono rari. E’ bene affermarlo a beneficio di quei genitori che, toccati dalla scoperta dell’omosessualità in un figlio o in una figlia, si aggrappano alla speranza di potere fare qualcosa per ‘guarire’ la propria creatura. Meglio precisarlo anche per chi, duro d’orecchi, parla di omosessualità come di una malattia da guarire ‘attraverso il potere di Dio’, in genere fanatici religiosi che vorrebbero correggere quelli che forse considerano errori del Creatore, usando la Bibbia come una piccozza da alpinista. Meglio diffidare, la storia insegna che si comincia sempre con un semplice apriscatole e poi si passa alla scala industriale.

Un profeta senza profezia è una sciagura, ma una profezia senza profeta è ancora peggio. Uno spreco imperdonabile, nel migliore dei casi. Un tradimento dell’uomo e delle sue ansie di definirsi con libertà, nel rispetto dei propri diritti e di quelli dei suoi simili, nel peggiore.

 

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