lunedì, Aprile 19

Il diritto di imparare l'induismo La difficoltà in India di tornare a parlare dei valori tradizionali

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Scrivo dopo aver letto sul quotidiano Hindu (14 agosto) un’intervista di Manjul Bhargava, che ha ricevuto la Medaglia Fields – equivalente ad un premio Nobel per la Matematica. La questione non è che Manjul, cittadino canadese in una delle università degli Stati Uniti, sia di origine indiana. Ciò che mi ha impressionato di più sono stati il suo orgoglio e la sua fiducia nella propria “educazione indiana”

Citerò una parte dell’intervista a Manjul: «Sono nato in Canada, ma sono cresciuto soprattutto negli Stati Uniti, in una casa molto indiana. Ho imparato hindi e sanscrito, leggendo letteratura indiana, e imparando la musica classica indiana. Ho mangiato per lo più cibo indiano! Ma sono anche cresciuto giocando con i bambini americani e sono andato a scuola fondamentalmente negli Stati Uniti. Mi è piaciuto crescere tra queste due culture, perché ho potuto scegliere il meglio di entrambi i mondi. La mia educazione indiana è stata molto importante per me»

«Ho anche passato un sacco di tempo in India. Ogni tre o quattro anni, saltavo sei mesi di scuola per andare a stare nella nostra città, Jaipur, con i miei nonni. Lì, dunque, ho vissuto per lunghi periodi di tempo, sono andato a scuola, ho sempre rinfrescato il mio hindi e il sanscrito, e ho studiato il tabla (e alcuni tipi di sitar e di musica vocale). Da bambino ho particolarmente apprezzato la possibilità di celebrare le feste indiane, facendo volare gli aquiloni durante il festival di Makar Sankranti».

Manjul si dimostra orgoglioso del sistema di valori indiano che gli è stato inculcato dai suoi genitori e nonni. Qui in India, però, parlare dei valori indiani e della loro conoscenza tradizionale sta diventando sempre più difficile. Questo, a sua volta, per via del perverso laicismo propagato, in particolare, dell’élite politica e intellettuale dominante nel paese. Questa afferma che i valori di un paese siano determinati dalla comunità maggioritaria, in forme che diventano pregiudizievoli per gli interessi delle minoranze. Di conseguenza, i bambini musulmani imparano a conoscere l’Islam e il Corano all’interno delle madrasse e i bambini cristiani imparano l’essenza del cristianesimo e della Bibbia in istituzioni educative fondate e gestite da loro. In base alla Costituzione indiana, le minoranze hanno il permesso di avere le proprie istituzioni educative, i cui certificati o titoli di studio vengono riconosciuti legalmente. 

Al contrario, i bambini della maggioranza della comunità indù non hanno tali strutture. Ogni volta che si tenta di insegnargli il Ramayana, il Mahabharata o la Gita, nelle scuole normali, la brigata dei laicisti inizia a fare lamentele e pianti. Per ironia della sorte, costoro, che dominano il mondo accademico e dei media indiani, vorrebbero che in India fiorissero studi critici sull’Induismo, ma sconsigliano vivamente la diffusione di tutto ciò che è critico nei confronti delle altre religioni. La polemica sul libro ‘The Hindus: An Alternative History’, dell’indologa americana Wendy Doniger, è all’ordine del giorno.

Doniger, docente di Religioni in una università americana è una grande “laica”, secondo i nostri ‘liberali’; questi ultimi non lasceranno nulla di intentato per sventare qualsiasi tentativo da parte di qualsiasi università in India che tenda a introdurre corsi in tema di “religioni “. In realtà, tutto questo non ha nulla a che vedere con la promozione di una “lingua morta” come il sanscrito (è una delle obiezioni). Anche ogni corso dedicato a “Vastu Sashtra” o “astrologia”, viene liquidato come un tentativo di “saffronizzazione” (definita in senso negativo dai suoi oppositori come forma di rivisitazione della storia indiana che mira a celebrare le antiche usanze e tradizioni Hindu -che includerebbero tutte le religioni darmiche- a discapito delle più recenti influenze Islamiche o Cristiane). Ed ecco a voi la doppia morale di questi cosiddetti liberali! 

Prendiamo anche il caso delle affermazioni del giudice della Corte Suprema Anil R. Dave, rilasciate qualche giorno fa. Dave ha spiegato perché la Gita e il Mahabharata dovrebbero essere insegnati ai bambini, e a scuola. «La nostra vecchia tradizione di guru-parampara shishya (tradizione insegnante-studente) si perde; se non fosse stato così, non avremmo avuto tutti questi problemi nel nostro paese» aveva detto, riferendosi ai crescenti problemi di violenza e terrorismo. «Ora vediamo diffondersi il terrorismo nei diversi paesi, pur se si tratta di paesi democratici. Ma se in un paese cosiddetto democratico tutto è buono, allora naturalmente dovrebbe esservi eletto qualcuno che è molto buono. E quella persona non potrà mai pensare di danneggiare qualcun altro» ha detto il giudice Dave. 

Com’era prevedibile, la brigata laicista si è scatenata sulle “osservazioni Hindutva” (nazionalistiche) del giudice Dave. Ora la domanda è: come fanno i bambini degli indù, la stragrande maggioranza dei bambini indiani, a imparare i classici, se non nelle scuole? In secondo luogo, è corretto vedere i classici o le epopee di un paese attraverso il prisma della religione? In effetti, nel gennaio 2012, l’Alta Corte del Madhya Pradesh aveva respinto una petizione che si opponeva alla decisione di inserire la Gita Sar (‘essenza della Gita’) nel curriculum scolastico. Quando il Consiglio del Vescovo cattolico ha depositato la petizione, nel mese di agosto 2011, sono passati due mesi, prima che il libro sacro fosse letto e il tribunale prendesse una decisione. Il giudice, infine, ha ritenuto che la Gita contenesse essenzialmente elementi di filosofia indiana, non di religione. 

Naturalmente si potrebbe affermare che nelle nostre istituzioni educative dovrebbero essere insegnati l’essenza o i valori fondamentali di tutte le religioni, come hanno sostenuto diversi gruppi che si opponevano all’insegnamento della Gita. Ma il punto più rilevante è che i nostri cosiddetti laicisti dovrebbero anzitutto capire che leggere testi religiosi non significa né essere localisti né promuovere un interesse di comunità contro quello generale. I valori fondamentali di ogni religione – compassione, coraggio, cortesia, correttezza, onestà, bontà, fedeltà, perseveranza, rispetto e responsabilità, ecc – sono infatti tutti simili tra loro. L’apprendimento di questi valori serve dunque a costruire il carattere degli individui e il sistema di valori complessivo del paese. 

Bisogna inoltre ricordare che l’ascesa e la caduta di una nazione sono determinate dal suo sistema di valori. Lavori scientifici dimostrano che alcuni paesi già leader mondiali, come l’Egitto, l’Iran, la Spagna, il Portogallo e la Gran Bretagna, hanno perso importanza non solo per questioni economiche, ma anche per aver fallito su aspetti umani e spirituali. Anche l’India dei grandi Moghul (dinastia imperiale islamica che governò l’India tra il 1526 e il 1707), come ha spiegato Paul Kennedy nel suo classico ‘Ascesa e declino delle grandi potenze’, è declinata a causa del prevalere di “fattori di rallentamento nella vita indiana” – cioè a causa della corruzione di una élite musulmana (servi e tirapiedi, abiti stravaganti e gioielli, harem e serragli) che si stagliava nel mezzo di un oceano di miseria; e per via della rigidità assoluta dei tabu induisti, come quello oppressivo del sistema delle caste che ha strozzato l’iniziativa e instillato rituali come quello di non uccidere roditori e insetti, il che non porta solo alla perdita di una grande quantità di cibo, ma anche alla diffusione di malattie gravi come la peste. 

In questa “epoca dell’informazione”, i valori della veridicità, lealtà, onestà, integrità e umiltà continuano ad essere più che mai rilevanti. È importante -per gli educatori- definire le competenze indispensabili per conseguire successo nel lavoro familiare, negli ambienti sociali e di altro tipo, che includono aspetti di carattere e sviluppo morale. Sono finiti i tempi della rivalità tra i sostenitori del “sistema di valori asiatici” (responsabilità verso la famiglia, lo stato e la società) e il sistema di valori occidentali (cultura individualista e modernità). Ora è il momento di tenere insieme entrambi i livelli, una cosa che Paesi come il Giappone, la Corea del Sud, Singapore, Taiwan e Hong Kong hanno già saputo fare, e con grande successo. In un certo senso, tra l’altro, questi paesi asiatici hanno anche considerevolmente accolto elementi della cultura “laica” occidentale – capitalismo, liberalismo e democrazia.

 

Traduzione di Valeria Noli @valeria_noli

 

 

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